Sesso e solitudine di Lidia Poët. Perché certe donne vi fanno ancora paura?

SPOILER ALERT! Netflix recupera una figura storica del femminismo per rilanciare una riflessione sempre attuale: perché le donne che hanno fame fanno paura agli uomini. E da loro ci si aspetta che vogliano restare sole.

Facciamo subito una premessa: la Lidia Poët di finzione, avvocata senza diritto di esercitare interpretata con grande carisma da Matilda de Angelis, la vediamo misurarsi sempre con uomini illuminati, soprattutto se pensiamo che le vicende di cui è protagonista sono ambientate alla fine dell’Ottocento. C’è il fratello Enrico, avvocato di professione, che sì la frena nei suoi furori sia investigativi sia battaglieri, ma sempre e comunque la considera alla pari; c’è l’amico – with benefitsAndrea, fascinoso avventuriero che, a sua detta, se iniziasse a considerarla come una possibile moglie, ne svilirebbe l’emancipazione e il valore; c’è il finto cinico Jacopo, il giornalista che dapprima resiste ruvidamente al desiderio di amarla – perché “amare è avere due anime, l’una in conflitto con l’altra” – e poi non più (ma con riserva).

La legge di Lidia Poët; cinematographe.it

Eppure, a vedere la serie Netflix diretta da Matteo Rovere, dalla caratterizzazione del personaggio femminile protagonista emerge chiaramente una dualità che ancora oggi ritroviamo in tanti esempi di donne – e nella percezione altrui della loro amabilità – ed è, ci sembra, dura a morire: una donna che afferma sé stessa senza mascherare la sua fame – di successo, di sesso, di pari soddisfazione nel privato e nel lavoro – spaventa. Una donna del genere, con un’ambizione che la muove, viene percepita come condannata alla solitudine, perché affatica amare chi sa cosa vuole e conferisce alla sua aspirazione non tanto priorità sui sentimenti, ma pari dignità. 

Su Lidia Poët grava non solo il pregiudizio di inabilità alla professione, ma anche di una disponibilità a rinunciare all’amore

La legge di Lidia Poët, la storia vera della prima avvocata d'Italia - Cinematographe.it
La serie “La legge di Lidia Poët” è disponibile alla visione dal 15 febbraio 2023.

Devi essere molto sola per fabbricarti certe storie”, le dice Jacopo, quando lei lo incalza rispetto a un segreto di cui lui non intende metterla a parte. La colpisce laddove avverte che fa più male: la sua difficoltà ad accedere alle relazioni, nella loro pienezza eroticoaffettiva, con la stessa facilità che hanno altre le donne, quelle che seguono il percorso ‘tradizionale’. “Per te le questioni d’amore sono sciocchezze”, le obietta la nipote Giovanna, persuasa che alla zia, così determinata ad affermare sé stessa professionalmente, proprio per questo debba interessare poco o nulla di tutto il resto. Lidia, in occasione di una colazione di famiglia, alla stessa nipote, ammutolita per “tenere il punto” in relazione a un torto subito dai genitori, fa notare che la strategia del silenzio non funziona se si desidera allontanare qualcuno: tutti rincorrono chi si nasconde dietro l’enigma di una contrarietà, respingendo invece chi mostra con trasparenza i propri intenti.

Nel modo di vivere la sua sessualità, Lidia è libera: si prende il piacere, ed è meritorio che la serie mostri i rapporti sessuali con una certa autenticità, senza quella patina di idealizzazione romantica, di tenerezza posticcia che tanto ha illeziosito e falsato le rappresentazioni audiovisive, soprattutto mainstream, del sesso. Il vento sta cambiando a tal proposito, evviva! Nondimeno, ci sembra meritorio il modo in cui mostra come la virilizzazione di Lidia provenga più dall’esterno che dall’interno, le sia imposta per così dire d’ufficio, di default: per lei non vale – non può valere, secondo gli altri – ciò che vale per le altre donne, e l’amore, nella percezione altrui, da lei forse in parte interiorizzata, deve restarle precluso, nel segno di un’identità sessuale scissa tra affettività e godimento, tra desiderio e pulsione. Quindi, nella sostanza, di un’identità sessuale maschile. 

La solitudine è, agli occhi degli altri, il destino naturale di quelle donne che, come Lidia, non accettano più l’interpretazione culturale condivisa di ciò che è femminile e ciò che è maschile e s’impegnano affinché avvenga un rimescolamento – o anche solo una flessione, un ammorbidimento – dei tratti maschili e femminili. Ancora oggi, certe donne sono percepite come poco rassicuranti dagli uomini (e dalle altre donne, che hanno interiorizzato la gerarchizzazione dei sessi e il maschiocentrismo culturale) proprio perché hanno successo, e per successo intendiamo anche solo uno slancio vitale e affermativo, un moto rivendicativo, una capacità di ispirare gli altri e di attirare su di sé ammirazione. Pensare di porsi e restare al fianco di queste donne è ancora problematico per quegli uomini che, di fronte al sospetto di inadeguatezza, reagiscono ridimensionando le loro qualità oppure cercando di vampirizzarne le energie o di insinuare sottilmente il dubbio che amabile sia solo chi sacrifica qualcosa di sé, della propria ambizione o del proprio desiderio, all’altro o, meglio, chi quel qualcosa lo mette in mezzo, in modo che anche l’altro possa prendersene un po’ e, così, sentirsi meno in difetto.

Il gossip che tiene banco in questi giorni – Chiara Ferragni infastidita dal protagonismo del marito durante quella che doveva essere soltanto la ‘sua’ settimana sanremese –, ammesso e non concesso che abbia qualche fondamento – ma pare proprio di sì –, ci sembra riconducibile a questo stesso schema. Ed è solo uno dei tanti possibili esempi, tra patinato e quotidiano. Non è solo questione di genere, senz’altro. Non è solo nella dialettica di relazione tra maschi e femmine – o meglio tra maschile e femminile – che ciò avviene. Tuttavia, la Lidia Poët della serie Netflix, per quanto pop e all’apparenza disimpegnata, coglie qualcosa che ancora oggi ci appare di riscontrare empiricamente: che, senza nemmeno verificare se sia così o meno, ci si aspetta dalle donne che vogliono fare qualcosa della loro vita – qualcosa di nuovo; qualcosa di più – un sacrificio. Della propria ambizione, se amano; dell’amore, se hanno ambizione non solo di amare

La storia di Lidia Poët, della sua lotta per il diritto di diventare una professionista e della sua solitudine

La legge di Lidia Poët, la storia vera della prima avvocata d'Italia - Cinematographe.it
Matilda De Angelis interpreta Lidia Poët, una delle prime laureate d’Italia in Giurisprudenza.

La vera Lidia Poët, a cui Matteo Rovere e i suoi sceneggiatori si ispirano per il personaggio di finzione, fu una delle prime donne, in Italia, a laurearsi in Giurisprudenza, nel 1881. Il giornale femminista La donna lodò lei e l’impresa compiuta: aver superato “tutti quegli ostacoli che ancor si oppongono alla donna perché ella possa, pari al suo compagno, darsi, quando la vocazione e l’intelligenza superiore ve la chiamino, agli studi scientifici, letterari, a quegli studi in una parola che furono e pur troppo ancora sono riservati esclusivamente all’essere privilegiato che si chiama uomo”. Quando, due anni dopo, la stessa testata celebrò la sua iscrizione all’Albo degli Avvocati – una donna non solo laureata, ma che viene abilitata a esercitare la professione per cui ha studiato merita più di un titolo –, la Corte d’appello di Torino, turbata da tanto clamore, revocò la decisione Consiglio dell’ordine degli avvocati del capoluogo piemontese in quanto l’attività forense era da ritenersi un ufficio pubblico e, pertanto, proibita per legge alle donne.

L’ingiustizia subita da parte di Lidia Poët diede avvio a un dibattito acceso e all’esacerbarsi delle rivendicazioni femministe: il giornale La donna non abbandonò il caso e Lidia Poët, quarant’anni dopo, ormai ultrasessantenne, vide finalmente riconosciuto il suo diritto. Certo, si è trattato di un tempo lungo, ma questa donna straordinaria ancora oggi si staglia, nella memoria collettiva, in tutta la sua statura di pioniera mentre la sua vicenda si pone ad esempio di determinazione non solo egoistica, ma propulsiva di una trasformazione sociale ampia e importante. Di lei sappiamo che è morta a 94 anni senza essersi mai sposata. Non che il dato sia indicativo né è legittimo leggerci troppo. Ci viene, però, il dubbio che ciò non sia accaduto perché non fosse amabile o desiderosa di amare, ma perché, in qualche modo – e non la si prenda come forma di vittimizzazione –, abbia scontato non solo il pregiudizio sulla sua idoneità all’avvocatura, ma anche su quanto altro, se è vero che già aveva avuto occasione di emergere, le era ancora possibile o non possibile desiderare.