La vita bugiarda degli adulti: Netflix tradisce Elena Ferrante

Perché La vita bugiarda degli adulti fallisce la traduzione scenica della letteratura ferrantiana.

Tutti i romanzi di Elena Ferrante sono stati adattati a film o serie. L’adattamento de La vita bugiarda degli adulti ci sembra, tra tutti, il meno riuscito e il più ‘traditore’, nonostante l’aderenza estrema al dettato narrativo. Ecco perché la serie Netflixabusa dell’ospitalità” della Ferrante. 

La vita bugiarda degli adulti: l’ultimo adattamento dall’opera di un’autrice misteriosa e amatissima dai registi

La vita bugiarda degli adulti trailer -Cinematographe.it
‘La vita bugiarda degli adulti’ è disponibile alla visione, per gli abbonati Netflix, dal 4 gennaio 2023.

Di Elena Ferrante sappiamo nulla e sappiamo tutto. La scelta di proteggere dietro un nom de piume la sua identità anagrafica è stata, in interviste e interventi di natura saggistica, più volte spiegata dall’autrice come la volontà di disidentificarsi al suo lavoro – in verità, mai considerato una professione – di scrittrice e alla sua produzione, di sollevare la sua opera dal gravame dell’aneddotica, che spesso volge a culto di chi l’ha scritta, di liberarsi dai condizionamenti e dalla tentazione dell’autocensura a cui, più o meno consapevolmente, si cede nel momento in cui si pubblica a proprio nome, senza alcun riparo nell’anonimato.

Tuttavia, se di Elena Ferrante, al di là delle illazioni e delle speculazioni, non abbiamo fotografie e, quindi, non ci è possibile associare un nome (o meglio, uno pseudonimo) a un volto, non si può dire che, pure all’interno di un dispositivo trasfigurante come quello narrativo e nonostante la mediazione di personaggi, non si sia aperta a noi, non ci abbia permesso di entrare nella sua conoscenza autentica – non verosimile, imitativa, ma autentica, parola cara alla scrittrice – del mondo femminile e delle sue tensioni tra aderenza all’ordine simbolico maschile e trasgressione dello stesso, tentativo di guadagnarsi un proprio modo di esistere. Tentativo attuato anche da Giovanna, la giovane protagonista de La vita bugiarda degli adulti (2019), ultimo romanzo dall’autrice napoletana, il primo edito dopo aver dato alle stampe la tetralogia de L’amica geniale, pubblicata tra il 2011 e il 2014. 

Da tutte le opere narrative di Elena Ferrante sono stati tratti adattamenti, cinematografici o seriali: dal romanzo d’esordio, L’amore molesto (1992), è stato tratto un film di Mario Martone; a I giorni dell’abbandono (2002), l’opera seconda, è ispirato l’omonimo film di Roberto Faenza; Maggie Gyllenhaaal ha, di recente, adattato allo schermo La figlia oscura (2006); Saverio Costanzo, Alice Rohrwacher e Daniele Luchetti si sono occupati de L’amica geniale, di cui al momento è in fase di realizzazione la trasposizione del quarto e ultimo capitolo. Edoardo De Angelis è il regista – quarantenne, partenopeo – che ha curato l’adattamento de La vita bugiarda degli adulti, su Netflix dal 4 gennaio scorso. 

Che cosa significa (e no) portare in scena un testo narrativo

La Vita Bugiarda Degli Adulti colonna sonora cinematographe.it
La Vita Bugiarda Degli Adulti. (L to R) Valeria Golino as Vittoria, Giordana Marengo as Giovanna in episode 101 of La Vita Bugiarda Degli Adulti. Cr. Eduardo Castaldo/Netflix © 2022

Serie in sei episodi che traduce per il piccolo o piccolissimo schermo i sette capitoli del romanzo, La vita bugiarda degli adulti segue in modo molto lineare lo sviluppo del racconto da cui scaturisce, senza, tuttavia, né ricavarne una visione autonoma, artisticamente indipendente e di valore, né, del resto, coglierne a pieno la verità, la profondità, la poesia nella prosa propria di ogni espressione che possa dirsi autenticamente letteraria. 

A tal proposito, ci permettiamo di scomodare una considerazione che la stessa Elena Ferrante ha affidato a un inedito dell’ottobre 2005, poi confluito ne La frantumaglia, una raccolta di saggi pubblicati da e/o. Ne Il libro di nessuno – questo il titolo della nota, del breve commento –, la Ferrante riferisce di aver visto Gabrielle, film di Patrice Chéreau tratto dal racconto Il ritorno, scritto da Joseph Conrad nel 1898. Questa esperienza le suggerisce una riflessione su quella che alcuni definiscono con un “vocabolo impronunciabile, transduzione, buono per dire con maggior precisione il passaggio dal libro al film”, ma che, secondo lei, altro non è se non un processo assimilabile alla lettura di una storia che mai è stata scritta: chi sceglie di tradurre in versione cinematografica un racconto scritto lo fa perché vi legge qualcosa che non c’è scritto – perché già, in quanto letto da altri, non è più qualcosa che appartiene al suo autore o alla sua autrice, alla sua intenzionalità – e che, pertanto, deve essere rappresentato in modo autonomo rispetto alla forma originaria.

Il regista e la sceneggiatrice di ‘Gabrielle’ si sono nutriti del ‘Ritorno’ di Conrad. Ma, com’è naturale, la loro lettura ha generato un altro racconto, diverso da quello originale, anche se ne rispetta tutte le stazioni e persino la letterarietà. Questo racconto è ancora il racconto di Conrad o è soprattutto il racconto di Chéreau? Né l’una né l’altra cosa. Io credo che sia un racconto di nessuno, anche se nato grazie alla generosa ospitalità del testo di Conrad”: così scrive l’autrice in un passo del saggio a cui facciamo riferimento. Anche Edoardo De Angelis, come Patrice Chéreau, “rispetta tutte le stazioni” e “persino la letterarietà” del testo ferrantiano. Nella serie, non si rilevano scarti significativi rispetto al romanzo, fedelmente riproposto, diversamente da Maggie Gyllenhal che, in The Lost Daugher, riscrive in modo, se non radicale, significativo il testo di partenza. Eppure, come nel caso preso a esempio dalla Ferrante, anche ne La vita bugiarda degli adulti prodotta e distribuita da Netflix, il racconto non è più quello dell’autrice, ma non diventa mai neanche quello del regista. 

Scrive ancora Elena Ferrante, nel saggio sopra citato: “Dei molti modi di leggere disapprovo quello che smussa i racconti, li normalizza. Le letture cinematografiche corrono spesso questo rischio. Il cinema fruga sempre più distrattamente nella letteratura, soltanto alla ricerca di spunti, di materiali grezzi. Ciò che in un testo è anomalo o inquietante, il racconto cinematografico lo considera spesso un male e lo espunge o addirittura nemmeno lo nota. […] Per tornare a ‘Gabrielle’, sebbene Isabelle Huppert dia il meglio di sé e il film ci avvinca proprio attraverso la figura di donna che lei disegna, noi sentiamo che si è abusato dell’ospitalità delle parole di Conrad, che la signora sullo schermo è meno inquietante della moglie anonima della pagina, che si sta spacciando la casa tenebrosa che lo scrittore ci ha edificato per un abitazione agevolmente abitabile”. 

Il “racconto di nessuno“, né fedele né infedele alla Ferrante

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Il regista Edoardo De Angelis dirige Valeria Golino ne ‘La vita bugiarda degli adulti’.

Allo stesso modo, se La vita bugiarda degli adulti si avvale della grande performance di un’attrice esperta, Valeria Golino, e della grazia punk e contratta di Giordana Marengo alla prima prova importante, se pure la serie ci appare corroborata dalla colonna sonora incalzante e da una fotografia lisergica, quel che manca è tutto il resto, tutto ciò che, di quel resto, è letterariamente “anomalo o inquietante”: l’angoscia della protagonista, un’angoscia autentica, non solo declamata a denti stretti, a parole smozzicate, o attraverso una goffaggine solo sciommiottata, di sperimentarsi cambiare nel fisico e nel carattere; la scoperta, che si precisa in progressione, che la coppia genitoriale non è più meritevole dello stesso culto destinatole durante l’infanzia; che vi è grettezza – e vuotezza – anche in chi è educato e che i quartieri infami sono geografie interne; che spesso chi ci sembra nobile si rivela spregevole, così come chi ci sembrava bello si rivela poi brutto, per di nuovo capovolgere la nostra impressione, ma non tanto in confronto a qualcuno o qualcosa di contrario, a una polarità opposta, quanto piuttosto in tensione con l’altro da sé, nel trauma che deriva dall’urto con chi è simile e insieme diverso, nel trauma di sapersi esposti a chi ci è accanto e chi, pur conoscendolo, non possiamo veramente conoscere se non per come siamo noi e lo vediamo in rapporto a noi. Noi che, del resto, scriviamo la nostra identità – sempre posticcia, sempre provvisoria, sempre fatta di pezzi – solo in rapporto all’altro traumatizzante (si pensi anche all’apparente, ma falsa, specularità di Lila e Lenù).

Il modo in cui Ferrante evita di ridurre a schemi falsificatori la questione della sessualità, in cui ci permette di seguire il passaggio di Giovanna da una sessualità infantile – masturbatoria; indifferente alla differenza sessuale, omoerotica – a una sessualità che, sebbene adulta, fatica a rimodularsi in senso unitario o in grado di dare garanzie in termini di identità; l’impossibilità, per una donna, di comprendere e corrispondere pienamente la sessualità maschile; il desiderio doloroso di tenere insieme, di rendere coerente, la volontà di essere riconosciuta con la disponibilità a farsi usare per il godimento sessuale, a farsi considerare un pezzo di carne di cui gli uomini possano disporre per il proprio piacere: di tutto questo, o meglio di tutto ciò che, di questo, trascende la mera descrizione, la mera traduzione letterale – letteraria, non ci sembra – in termini audiovisivi, nulla viene toccato e vivificato dalla riscrittura di De Angelis. Così, La vita bugiarda degli adulti ci appare “racconto di nessuno”, né fedele né infedele alla Ferrante: sequenza di immagini animate in scorrimento; figure che si appropriano di un dialogo o di una meditazione in prima persona, di un testo altrui che non diventa mai altro e, nel contempo, di quell’altro originario smussa e addomestica tutto, sino a renderlo non solo un filo volgare, ma – ed è pure peggio – persino inoffensivo. 

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