La Casa di Carta Cinematographe.it

Ormai è una vera e propria ossessione. Tutti la amano, tutti l’hanno seguita, tutti aspettano di sapere quale sarà il futuro della serie tv rivelazione di quest’anno: La Casa di Carta. Tute rosse, maschere di Dalì, canti a squarciagola. Se la prima parte della stagione ha conquistato, la seconda ha confermato le aspettative; tutti sanno, anche chi non ha seguito lo show, chi è Berlino, chi è il Professore, chi è Tokyo, questo perché è diventata virale. La casa di carta non è solo il racconto di una rapina, è qualcosa di più; a questo qualcosa rimandano vari elementi simbolici che portano lo spettatore nella direzione giusta per capire, che fanno venire a galla linee guida per comprendere meglio la natura dei gesti, delle parole dei personaggi e quindi la serie stessa.

La Casa di Carta: tute rosse e maschere di Dalì o della rivoluzione

La Casa di Carta Cinematographe.itLa casa di carta prende le mosse da un’azione criminale che però poi diventa azione rivoluzionaria: il colpo da un miliardo di euro alla Zecca spagnola è atto politico di un gruppo di “emarginati” che non hanno niente da perdere e che catturano da subito la simpatia dello spettatore. Chi guarda è con loro, insieme nella lotta, spara al loro fianco, li copre durante gli scontri armati; il Professore, Tokyo, Nairobi, Rio, Berlino, Helsinki, Denver e Mosca sono ribelli, rivoluzionari che vogliono sì diventare ricchi (tutti tranne Il Professore), ma hanno anche una loro etica, quella di chi non ha avuto nulla dallo Stato e proprio per questo vuole ottenerlo con la forza.

Rubare ai ricchi per dare ai poveri, prendere ciò che spetta loro quasi di diritto – e che lo sta non dà loro. Dentro alla Zecca la squadra si fa corpo unico che indossa maschere per non farsi riconoscere, le fa indossare anche agli ostaggi per far sì che la polizia non spari non riuscendo a distinguere gli uni dagli altri. Corpo unico che si muove come una ribelle e impetuosa marea, rossa come le tute che indossano, come il sangue versato nelle guerre di tutti i tempi, quello versato per sopravvivere agli urti della vita ma anche come la passione di chi crede in qualcosa e in qualcuno. Le maschere che rendono uguali sequestrati e sequestratori, donne e uomini, rappresentano l’effige di Dalì, personaggio complesso e controverso, animato da una violenta e sfacciata impertinenza creativa (la stessa che ha Il Professore) e da un pensiero politico cangiante e “bifronte”. L’artista spagnolo è stato anarchico, comunista, franchista, ha fatto sue tutte le “religioni” politiche più per voglia di stupire che per un profondo sentire; e non è un caso che Il Professore abbia scelto proprio il volto dell’artista per rappresentare la sua liturgia, da una parte per la sfrontata creatività dall’altra come per un gioco machiavellico, per un estremo atto di sfida nei confronti di chi aveva appoggiato la dittatura.

La Casa di Carta: Bella Ciao, un canto di libertà

La Casa di Carta Cinematographe.itPer continuare questa lettura in chiave rivoluzionaria si aggiunge, incastrandosi perfettamente ad essa, un altro elemento simbolico, la canzone Bella Ciao, metafora di libertà e resistenza. Per i nove personaggi il canto lento, implacabile e impetuoso è a volte un mantra per prepararsi alla battaglia, altre per trovare la forza, altre ancora per festeggiare i risultati raggiunti (quando trovano il danaro nel caveau). Il momento dell’inno è talmente forte che la prima stagione termina proprio in questo modo, con Il Professore e Berlino colti nell’atto di intonare speranzosi i versi “resistenti”. Uno di fronte all’altro i due celebrano l’impresa del giorno successivo: uno con voce bassa e quasi timida, l’altro con voce piena e arrogante, l’uno quasi “di nascosto” (come sarà nelle retrovie, fuori dalla Zecca durante l’operazione), l’altro in prima linea.

La vita del professore girava intorno a un’unica idea: La Resistenza. Suo nonno, che aveva combattuto i fascisti al fianco dei partigiani, gli aveva insegnato questa canzone e lui l’aveva insegnata a noi

Con queste parole Tokio spiega la scelta del Professore, quest’ultimo è abituato a resistere e lo insegna ai suoi fedeli compagni. Basta un’idea, un’unica e sola idea per sacrificare la proprio vita, come lo aveva fatto il nonno del Professore, così loro. Il mondo è cambiato ma quell’atto resta fondamentale e anzi ora è ancora più importante perché il nemico è ancora più spietato e indossa le vesti dell’Istituzione. Per Il Professore non sono tanto importanti, come invece lo sono per gli altri, quelle carte che Nairobi fa stampare sfrenatamente e smaniosamente, per lui quei duemila miliardi sono carta straccia rispetto all’azione che stanno compiendo.

La Casa di Carta: origami tra carta e divinità

La Casa di Carta Cinematographe.itUn altro elemento fondamentale della serie è la carta, intesa sia come danaro ma anche come carta in sé e per sé, come quegli origami che Il Professore fa mentre parla al telefono con l’Ispettore Raquel. Tutto sta nell’equilibro tra la spietatezza del vil danaro e la sacralità della carta, quella con cui confezione le gru (simbolo di purezza). La parola origami è costituita da ori- che significa piegare e -kami che significa carta ma con quest’ultima si indicano anche gli oggetti di venerazione nella fede shintoista. Questo significato è perfetto dunque per quest’analisi: il danaro diviene spesso oggetto di venerazione, unica fede per cui vivere (si fa di tutto per essere ricchi, anche stare dalla parte dei “cattivi”), mentre per Il Professore non è così, anzi. Per lui è molto più importante la carta con cui crea quelle figure tanto delicate quanto preziose, in quel caso veramente sacra.

Perché non mi vuoi ascoltare, Raquel? perché sono uno dei cattivi? […] ma se quello che stiamo facendo noi lo fanno gli altri, ti sembra che sia giusto. nel 2011 la banca centrale europea ha creato dal nulla 171.000 milioni di euro. dal nulla, proprio come stiamo facendo noi. […] sai dove sono finiti tutti quei soldi? alle banche. direttamente dalla zecca. ai più ricchi. […] sai cos’è questa? non è niente, Raquel, è carta, lo vedi, è carta. io sto facendo un’iniezione di liquidità […] nell’economia reale di questo gruppo di disgraziati, perché è quello che siamo, Raquel. Per scappare da tutto questo. tu non vuoi scappare?

In queste parole, pronunciate da colui che ha organizzato il piano, c’è tutto il disagio, il dolore, la disperazione degli ultimi, c’è tutto il desiderio di ribellarsi ad una madre matrigna, la Spagna e alla Zecca dello Stato, che ha umiliato e fregato i suoi figli, c’è il desiderio di resistere, resistere e ancora resistere. Se la carta degli origami è sacra non si può dire lo stesso di quella con cui è fatta la moneta, sporcata da chi la crea e la usa. Sta tutto qui dunque il significato del titolo della serie, la Zecca è la casa di carta proprio perché “sforna” banconote con cui si è costruito un castello di carte che potrebbe crollare da un momento all’altro. Invece quel fragile, piccolo origami (trasposizione metaforica del sogno del Professore che aveva un’idea in mente), un gioco, come lo era all’inizio il progetto del Professore, rimane solido tra le mani e diventa “una realtà” .

I simboli, dalle tute alle maschere, dalla canzone agli origami, che diventano filo conduttore, topos letterario all’interno di La casa carta concorrono a creare un canto di resistenza e libertà, di unione e condivisione, di partecipazione e progettazione, un inno in cui dei poveri disgraziati, ciascuno con la propria storia, combattono per “salvare” e difendere non solo se stessi e i propri diritti ma quelli di tutti.

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