Tree of Life: recensione del film di Terrence Malick

Tree of Life è un altare sorretto da due forze uguali e contrarie, una celebrazione delle più alte dottrine dell’essere umano, un film spirituale, che non rimane nei ricordi immanenti, esprime il suo candore facendo altro, misurandosi con altre storie, con altre parole, è una pellicola per certi versi inafferrabile, ampia, che non deve finire necessariamente ai titoli di coda, si ribella e sovverte i paradigmi monolitici, decide cosa mostrare senza fossilizzare le attenzioni su un solo particolare, una vertigine metafisica in cui lasciarsi scivolare, crollare nel suo baratro è un’esperienza non solo visiva, Lubezki dipinge senza il timore di oltraggiare il velo filmico e inoltrandosi nel delirio dionisiaco.

Tree of Life comincia con una citazione di Giobbe, segmento biblico che si inserisce nella contrapposizione del dolore e della colpa, della bontà e dell’ingiustizia. Brad Pitt e Jessica Chastain sono genitori totalmente agli antipodi ma perfettamente complementari, come Grazia e Natura, l’una sconfinata l’altra oppressiva. Brad Pitt incarna il padre proibitivo, dispotico, un Dio che tutto sa e tutto può, che va rispettato, ascoltato, mentre Jessica Chastain è il disincanto, la purezza, paziente e remissiva che ama i figli in un modo meno conflittuale, ma non per questo maggiore rispetto al padre. La loro integrità verrà minata quando perderanno uno dei loro tre figli, lì si evince il carattere dei due genitori che non permettono al dolore di farsi spazio, ma se la prendono con Dio, giudicandone le volontà, le scelte, e Jack, il fratello più grande, sarà colto da molte più disillusioni di quanto un bambino ne possa davvero sopportare.

Tree of Life 

In alcune scene di Tree of Life ribaltate al futuro si vede Sean Penn (Jack in età adulta) che vaga con sincera confusione, braccato da sensazioni, ricordi, e l’incomprensibile substantia irrisolta della sua vita. Le rievocazioni, il sisma allegorico in cui veniamo traghettati è l’instaurarsi di un’idea, la crescita destabilizzante che ha avuto ricadute poderose sulla sua vita attuale, con cui cerca di riconciliarsi, di riavvicinarsi, ed ecco che la pellicola accoglie scene di vita passate e future in un vortice atemporale, intimo ma universale. Le parole che vengono sussurrate dalla madre sono disconnesse, sfumano e si frantumano durante il susseguirsi delle scene. Non ci sono limiti o barriere, il tempo è una dimensione incoerente se captato nella mente di un uomo, il tempo non ha senso di esistere nella sfera emozionale.

Tree of Life 

Tree of Life – Terrence Malick riassume in due ore le altezze e le vertigini dello stare al mondo

Tree of Life è stato talvolta considerato un non film, poiché pieno di rievocazioni, immagini che spodestano il senso della “vera trama”, voli pindarici e scene sconnesse e mai risolte. Bisogna farsi da parte e imparare a respirare tramite anche solo un’immagine, Terrence Malick reinventa totalmente il concetto di fare cinema, si misura con un gigante, con un poema lirico ed epico, alto e basso, poetico e volgare, riassume in due ore le altezze e le vertigini dello stare al mondo, le immagini che si susseguono sono sconfinate, hanno significati arbitrari e deliberarne migliaia sarebbe riduttivo, ogni sguardo che si posa sul film ha un suo climax personale, un modo di vivere la pellicola che viene condotta attraverso il passato di ognuno, va ben oltre la mera narrazione della famigliola americana anni ’50, quello è il modo di parafrasare un suo punto di vista, quello del regista, ma il resto della pellicola è nelle nostre mani, sta a noi vedere cosa c’è nell’abisso, e non trovare nulla significa non conoscersi, non aprirsi, rinnegarsi all’infinito. Le nostre vite non sono sagomate unicamente dalle nostre azioni; i ricordi, le sensazioni sono sinfonie visive che vengono lentamente calibrate dai fenomeni naturali, tempeste, tramonti, ghiacciai, geyser.  La narrazione che sconvolge maggiormente è quella silenziosa, che non urla tra le righe, che non parla, si impossessa della tua apparente distrazione, è durante la visione ti osserva con discrezione, siamo lo spettacolo della pellicola, non più solo spettatori passivi, Malick cambia sguardo, non è la pellicola che va guardata ma è il riflesso che si contrae, è il nostro mondo, l’universo in divenire, la sua nascita, i suoi angoli, la cinepresa ci ha osservati tutti, e siamo tutti li, nessuno escluso.  Il regista ci offre una storia al suo interno, disarticolata ma capace di fornirci qualche domanda di cui abbiamo bisogno, non risposte, ma domande, quelle da porsi con interezza.

Tree of Life 

Tree of life è un’apertura, una fuga, ci distrae e ci confonde ma allo stesso tempo mira ad un’autocoscienza, non può sbagliare o deviarci, il suo peregrinare è la stessa nostra clandestinità, quella dello stare al mondo, che deve permettere di conoscerci e rivalutarci ogni giorno. Una pellicola da vedere senza alcun dubbio, da soli, in silenzio, con attenzione, con stupore, con frastuono, con cura e innocenza.

Regia - 5
Sceneggiatura - 4.5
Fotografia - 5
Recitazione - 5
Sonoro - 5
Emozione - 4.5

4.8