The Pornographer: recensione del corto realizzato con l’IA, da Venezia 82
Un cortometraggio, realizzato completamente con l'IA, approda nel tempio del cinema italiano.
The Pornographer, presentato alla Settimana Internazionale della Critica, durante la Mostra del Cinema di Venezia 2025 è un cortometraggio realizzato dal collettivo Hariel, utilizzando l’IA.
Il collettivo Hariel si pone come obiettivo quello di creare un cinema radicale fatto completamente con l’intelligenza artificiale. Si tratta ovviamente di una sfida da più punti di vista. L’Italia ha un sistema produttivo abbastanza chiuso alle novità. Ancora oggi, per esempio, nonostante le maggiori aperture al mercato internazionale derivate dalla distribuzione tramite piattaforme e l’abbassamento dei costi produttivi, figli della completa digitalizzazione dei sistemi di ripresa e montaggio, nel cinema italiano non si riesce a creare un sistema che esplori le potenzialità dei generi. Quando poi si prospetta un ribaltamento di paradigma, come quello derivante dall’utilizzo dell’IA, che comunque comporta una serie di complessità e problematiche di varia natura, è normale che i problemi aumentino. Eppure dopo una prima levata di scudi contro il pionieristico The Eggregores’ Theory (Gatopoulos, 2025), sembra che anche gli spazi istituzionali entro cui si muove il cinema tradizionale, stiano aprendo le loro porte a questo tipo di prodotti. Degli oggetti audiovisivi, cioè, che si prefiggono di far comunicare la storia dell’immagine in movimento con la tecnologia che sta riscrivendo i parametri comunicativi e cognitivi del presente.
Harile fra Intelligenza Artificiale e Cinema Radicale

Il lavoro di Hariel, va in questa direzione, scegliendo proprio di costruire attorno a una sequenza di immagini di materia organica generata dall’IA, una breve conversazione online fra tre persone che cercano di comprendere la propria natura umana. Si tratta di una messa in scena plastica di quella potenzialità del divenire organico dell’oggetto, la cui attualizzazione poteva essere contenuta, secondo Deleuze, in un certo tipo di immagine filmica. Qui l’oggetto che muta è l’inorganico per antonomasia: l’immagine digitale, generata autonomamente da un’intelligenza non umana, che mima, scompone e riproduce ossessivamente e ripetutamente l’ontologia stessa dell’essere umano. Cioè lo statuto organico di un corpo che racchiude un’anima o un pensiero. In The Pornographer il pensiero e l’organicità del corpo sono sostituiti da una loro rappresentazione algoritmica deflagrata.

Siamo allora difronte a una creazione autonoma di una macchina che riflette sulla nostra umanità? La creatività umana può essere soppiantata dalla fredda razionalità di un algoritmo generativo? Non proprio. In realtà l’intera operazione presenta una forte impronta autoriale. L’immaginario riprodotto si richiama alla tradizione figurativa moderna. Dall’Espressionismo pittorico a Bacon e ai deliri del body horror più estremo. I testi scritti da Lafiandra (che insieme a Pizzorno e Rossini costituisce Hariel), risuonano di quella irrazionale ricerca dell’io che è tipica dell’uomo e di un buon numero di sue creazioni novecentesche.
The Pornographer: valutazione e conclusione
Dove sta il radicalismo allora? L’assoluta novità? La vertigine di trovarsi di fronte ai primi vagiti di Skynet? Da nessuna parte e ovunque in questa piccola opera digitale. Hariel, con The Pornographer, ironicamente ci dimostra che in un prodotto creato con l’IA non c’è nulla di porno (osceno). Siamo solamente davanti a un ulteriore strumento utilizzabile dalla creatività umana. Purtroppo saranno il mercato (dell’arte o dell’intrattenimento) e il buon senso (che oggi sembra latitare) a decidere che tipo di impatto tale strumento avrà sul lavoro artistico e se e quanto il suo utilizzo sarà volto a depotenziare la creatività umana invece che ad aiutarla a esprimersi in maniera più libera (e forse egalitaria).