Jay Kelly: recensione del film di Noah Baumbach, da Venezia 82

Jay Kelly è il cinema, con la sua stimolante frenesia e il suo languido sentimentalismo.

Noah Baumbach torna in concorso per il Leone d’oro a Venezia dopo l’ambizioso Rumore bianco nel 2022, e dopo l’acclamato Storia di un matrimonio nel 2019, con Jay Kelly, presentato all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Con protagonista George Clooney, affiancato da Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup, Emily Mortimer, Greta Gerwig, Jim Broadbent e moltissimi altri, il film arriverà su Netflix il 5 dicembre 2025. Jay Kelly è il nome dell’attore cinematografico più richiesto del momento. Quando prende una decisione affrettata c’è il suo manager Ron a farlo ragionare. Ma questa volta Jay è irremovibile, oltre che imprevedibile, e parte alla volta di Parigi per inseguire la figlia Daisy, in procinto di iniziare il college. Jay vorrebbe riallacciare i rapporti con Daisy, sperando così di sentire meno il peso di un altro rapporto difficile, quasi impossibile da ricucire, quello con la figlia maggiore Jessie. Ma il desiderio di paternità ritrovata diventa solo l’inizio di una presa di coscienza che porterà Jay Kelly e Ron stesso a fare i conti con le proprie scelte.

Jay Kelly e quegli incipit impeccabili che contraddistinguono i film di Baumbach

Jay Kelly - cinematographe.it

Un piano sequenza all’interno di un set cinematografico apre il film di Noah Baumbach e Jay Kelly è subito quella magia idilliaca, malinconica e delicata di una scena che chiuderà le riprese di un film. Quando si grida “fine set” una luce accecante illumina un teatro di posa dove una notte dalle sfumature morbide, tenui e soavi faceva da sfondo a una serata uggiosa, a una pioggia che esile cadeva perfettamente da un soffitto, nell’ultimo giorno di vita di un uomo che esalava l’ultimo respiro appoggiato a un lampione di una strada. Quel silenzio che è artistico e romantico viene bruscamente interrotto dallo squillo dei telefoni, da toni di voce alti, dai rombi dei motori della macchine pronte a partire e da un programma dettagliato che un intero team ricorda a Jay Kelly, impegnato giorno e notte per i mesi successivi.

C’è così il fascino incantato del cinema e le responsabilità ininterrotte di un attore sempre richiesto e sempre occupato. Una smania di girare il più possibile e distrarsi il meno possibile, mentre un tragico evento risveglia i ricordi. Jay Kelly è ambientato nello star system di Hollywood dove il sogno americano è un obiettivo difficile da raggiungere, ma ancora di più uno status da mantenere. Come gli attori, anche i manager e gli agenti perdono di vista ciò che, poi comprendono, conta davvero nella vita: i rapporti umani, gli affetti. Un tempo che non tornerà più. Se George Clooney è il Jay Kelly, attore di talento altezzoso, capriccioso, amato e ignaro di tutti quei momenti che fugaci, durano solo un istante prima di svanire, Adam Sandler è il manager Ron che farebbe qualsiasi cosa per lui, per vederlo sul set e per continuare a vivere del proprio lavoro, alle dipendenze degli sfizi di chi è amico e datore di lavoro.

Parlare di cinema, di esseri umani, di rapporti tra genitori e figli e di attori senza tempo

Jay Kelly

Il desiderio e lo sfizio questa volta per Jay Kelly riguardano però una visione della vita che è cambiata: una consapevolezza e un bilancio dell’esistenza, tra una memoria fatta solo di film e la fiduciosa speranza che non sia troppo tardi. E che il “dopo” non diventi sinonimo di “mai”. Ma dopo, comunque, i figli crescono, le persone cambiano e i torti subiti sono ormai “acqua passata”. A Jay Kelly basta una parola, uno sguardo, un sospiro, un’esitazione non programmata per chiedersi: posso far sì che, oltre ai film interpretati, ci sia qualcos’altro nella mia vita? Una frase che torna, ciclica, ed è sempre lì, nella mente di un uomo e un attore che ormai sono diventati un’unica persona. Senza identità, quella più personale e del quale si ha bisogno per vivere fuori dal set.

Jay Kelly è sia un film sul cinema che un film su un uomo che si ritrova a ragionare su quelli che sono stati i propri errori, spesso nascosti dai successi, sulla scelta, vista come inevitabile, di rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro. L’universalità di Jay Kelly è la vicinanza e il calore umano di cui tutti hanno bisogno. La singolarità è la rappresentazione di un cinema dove i cliché sono appena abbozzati, e per questo realistici, pregni di una dolcezza che è nostalgica e riconoscibile. Jay Kelly si impreziosisce di frasi ad effetto intrise di amarezza, tenerezza e forse anche di significati sul senso della vita, da “la cosa più difficile è interpretare se stessi” a “come faccio a interpretare le persone se non le vedo?“, fino a quella da cui parte tutto “i miei ricordi sono solo i film che ho girato“. Frasi che rimangono impresse e dal doppio valore simbolico, sia cinematografico che narrativo.

Jay Kelly: valutazione e conclusione

Jay Kelly

Jay Kelly è il cinema, con la sua stimolante frenesia e il suo languido sentimentalismo; è il bisogno di contatto umano e il rapporto padri-figlie che nell’assenza si tramuta in necessità. In desiderio di poter ricominciare. Ma a Baumbach non piace rassicurare lo spettatore. Ecco che, probabilmente, ci sono relazioni interpersonali sature di delusioni, rapporti professionali dove la vera connessione è solo lavorativa. Jay Kelly è la straordinaria interpretazione di George Clooney e Adam Sandler, arricchiti dalle peformance di una sempre strabiliante Laura Dern, di una perfettamente in parte Emily Mortimer, e di una sorprendente emozionata Alba Rohrwacher. Jay Kelly è una sceneggiatura poetica, fatta di dialoghi ispirati e commoventi, di scambi dove si parla del più e del meno, e dove c’è quell’impaziente bisogno di rammentare qualsiasi doveroso impegno imminente. Il film di Baumbach si muove su un treno dove ogni scompartimento sembra una finestra su un mondo dimenticato. Un viaggio attraverso un’Europa ripresa con accuratezza, con qualche luogo comune che si può accettare. Una riflessione su se stessi che arriva piano, quasi in punta di piedi. E che all’improvviso si rivela struggente.

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Regia - 4
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 4
Sonoro - 3.5
Emozione - 3

3.4