Bianco, rosso e Verdone: recensione del film di Carlo Verdone

Bianco, rosso e Verdone è un film del 1981 scritto, diretto e interpretato da Carlo Verdone e con Irina Sanpiter, Elena Fabrizi, Angelo Infanti, Milena Vukotic e Mario Brega.

La comicità dell’attore romano ancora una volta realizza, sull’onda del successo di Un sacco bello, una storia ad episodi, questa volta non concatenati o collegati tra loro ma che orbitano attorno ad una tematica molto particolare, ovvero l’Italia al voto.

Se nella pellicola precedente si osservava come l’italiano medio o comunque piccolo borghese affrontava una giornata quale il ferragosto romano, qui si vede un cambio di verso che prosegue attraverso il senso dell’iconografia del maschio truculento, a volte arretrato e sciatto, paranoico e ossessivo o indeterminato e impacciato, che attraversa l’Italia in questo road movie rocambolesco in cui ogni personaggio si muove oltre i proprio limiti ed i propri caratteri, dando vita a situazioni comiche straordinarie, epocali e indimenticabili.

La narrazione di Bianco, rosso e Verdone è tripartita e segmentata senza che venga mai usurpata la fluidità del film

Bianco, rosso e Verdone

La narrazione di Bianco, rosso e Verdone è tripartita e segmentata senza che venga mai usurpata la fluidità del film. I protagonisti degli episodi sono Furio e Madga, Mimmo e la nonna Teresa e infine Pasquale, unico personaggio dei tre sketch a compiere il viaggio da solo.

Fin da subito si nota l’assurdità e la vis comico-ossessiva di Furio che impartisce lezioni di precisione alla moglie Magda che si risolvono con la mitologica frase “Magda tu mi adori?”. Lei è notoriamente stanca degli atteggiamenti del marito che hanno del patologico/ansiogeno, cosa che finirà per portarla sulla via di una crisi di nervi, dapprima a causa degli atteggiamenti compulsavi dell’uomo che danno il via ad elenchi interminabili in cui ispeziona il lavoro fatto dalla moglie per la partenza, dalla chiusura di casa e del gas ad altre commissioni.

Una volta arrivati all’autogrill tenta di dissuadere Magda dall’andare al bagno poiché “i bar e i bagni pubblici sono i distributori automatici della salmonellosi e del tifo”, lei intanto disobbedisce alla pedanteria del marito e al bar fa la conoscenza di un latin lover al quale la donna interessa molto, tanto da seguirla in ogni step del viaggio e provare a sedurla in tutti modi.

In seguito ad un incidente stradale in cui Furio rimane coinvolto assieme alla famiglia, si inserisce sempre in modo più insistente Raoul, che continua a fare avances a Magda, comprendendo lo stato di disagio della donna che penserà bene di fuggire con lui proprio mentre il marito si accinge ad andare al seggio per votare.

Bianco, rosso e Verdone gode anche della magistrale interpretazione di Elena Fabrizi

Bianco, rosso e Verdone

Nel secondo episodio convergono le storie di Mimmo e di nonna Teresa, in cui si vede Mimmo che da Roma va a prendere la nonna in vacanza a Verona per poi accompagnarla a votare nella capitale, ma il traffico, l’impaccio di Mimmo e la sua ingenuità lo portano a sbagliare strada e a fare molto ritardo.

La nonna, magistralmente interpretata da Elena Fabrizi, è un altro personaggio rimasto nella storia, una donna che rappresentava l’anima di Roma, la tradizione, la bontà, la lingua e l’atteggiamento di quelle storiche matrone del borgo che racchiudevano dentro sé l’aristocrazia e la miseria.

Ebbene, questi due personaggi assieme sono strutturati alla perfezione, riescono a comprendersi e a ritrovarsi nonostante le situazioni più ridicole, più assurde, più miserabili e l’indimenticabile scena al cimitero in cui lei vuole posare dei fiori sulla tomba di una persona della quale non ricorda il nome. I due dopo tante peripezie tra cui la puntura, le calze, le medicine, la prostituta, riusciranno ad arrivare a Roma per votare, con un finale assolutamente amaro e malinconico.

L’ultimo episodio gravita attorno alla vita silente e solitaria di un emigrante meridionale, Pasquale, che vive con la moglie tedesca in Germania, fiduciosa e fiera del miglioramento della condizione del marito rispetto a quella presente, per finta o per pregiudizio, al sud Italia, dove Pasquale si reca a votare, facendo tante fermate e subendo ogni tipo di ruberia. Alla fine di tutto arriverà in seggio stanco, demonizzato e irritato, concludendo il suo silenzio e anche la stessa pellicola con un monologo in dialetto in cui riassumerà il suo scontento e la sua totale abnegazione verso il voto.

Bianco, rosso e Verdone: un ritratto preciso e volutamente cinico dell’Italia di fine anni ’70 e inizio anni ’80

Bianco, rosso e Verdone

Bianco, rosso e Verdone riprende la sempiterna tradizione italiana della comicità amara, disadorna di tecnicismi particolari proprio perché la vera anima della pellicola è strutturata e incanalata nelle voci, nei personaggi, negli occhi e nei gesti, nelle atmosfere e nella ricostruzione di un’Italia che Verdone ha interpretato in modo epico, quasi inenarrabile; i suoi soggetti incrociano volti, vite e storie vere, osservate e riprese da lui nel celebre bar Mariani di Roma, in cui era solito passare del tempo a studiare le persone con la voce più assurda, il tono più comico o la camminata, il gesto del fumo più enfatico e riproducibile.

I personaggi di Carlo Verdone derivano dalla comédie humaine de Lo Sceicco Bianco e da Pietro Germi e Mario Monicelli, che sono stati i fondatori di quel filone comico e drammatico che era la commedia italiana che sapeva ridere anche delle situazioni più miserabili, della miseria umana, della propria condizione succube, instabile e insanabile.

Verdone apprende dal meglio della comicità del secolo scorso e riassume la sua bravura e la sua cultura forgiando un ritratto preciso e volutamente cinico dell’Italia di fine anni ’70 e inizio anni ’80 che si appresta a votare, nonostante ciò la politica sembra tacere all’interno della pellicola tranne qualche rara eccezione.

Regia - 3
Sceneggiatura - 5
Fotografia - 3
Recitazione - 5
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.9