Rosso Istanbul: recensione del film di Ferzan Ozpetek

Rosso Istanbul, il nuovo film diretto da Ferzan Ozpetek, è una poesia suggestiva fatta di immagini catartiche; un ritorno nella sua patria dopo vent’anni d’assenza che si tramuta sullo schermo come un viaggio di sola andata verso se stesso; laddove il sé acquista la medesima essenza densa, complicata e flebile di un immaginario labirinto fatto di polvere di stelle e bava di lumaca.

In Rosso Istanbul l’io protagonista è una monade chiusa al suo interno come un riccio, un’entità apparentemente solitaria dalla quale però si srotolano man mano tutte le personalità dei differenti protagonisti. Un unico modo di essere e fare, quindi, con diverse sembianze e destini, che però trovano collocazione in un’unica mente tormentata dai flussi di coscienza che in essa si avvicendano.

Rosso Istanbul rappresenta un ritorno di Ferzan Ozpetek alle origini sotto molti punti di vista.

Rosso Istanbul: recensione del film di Ferzan Ozpetek

Il regista italo-turco torna nella sua patria, ma torna anche metaforicamente al suo primo film – campanello d’allarme a tal proposito è la data riportata all’inizio della pellicola, 13 Maggio 2016 – e torna dentro se stesso, traendo spunto dal suo libro, in questa occasione rimaneggiato con l’aiuto di Gianni Romoli e Valia Santella.

La storia raccontata è in fondo molto semplice: l’editor Orhan Sahin (Halit Ergenç) ritorna nella sua città natale, Istanbul, dopo 20 anni col pretesto di aiutare il regista Deniz Soysal (Nejat Isler) a ultimare la stesura del suo libro. Una volta arrivato si ritrova intrappolato in una casa fatta di ricordi, legato ad affetti che apparentemente non gli appartengono ma che finiscono per insinuarsi nel suo cuore e, come chiavistelli, adagio si aprono i ricordi, insinuandosi tra le beghe di un cuore e di una mente che si annulla sempre più tra il rosso e il blu di una Istanbul a noi ignota.

Già, perché la città turca appare ai nostri occhi con tutto lo charme futuristico, scialbo e poco attraente di chi la definisce “casa”. Ciò che dipinge Ozpetek sulla tela del grande schermo cinematografico è la Istanbul dei suoi ricordi più intimi; la città di chi torna a casa e non ha bisogno di rivedere monumenti o strade affollate, ma quei dettagli futili e quotidiani.

Rosso Istanbul si prostra allora davanti allo spettatore come un lapalissiano flusso di coscienza. È un film che non va visto ma ascoltato.

Rosso Istanbul: recensione del film di Ferzan Ozpetek

Il regista di Le fate ignoranti e Mine vaganti opera in questo suo ultimo film una scissione tra ciò che è scritto e ciò che è reale, creando uno sdoppiamento piacevole dei personaggi. Nel suo libro, infatti, Deniz descrive i suoi familiari e i suoi amici portando Orhan, nel momento in cui si trova a fare la loro conoscenza reale, a paragonarli con i loro fantasmi letterari. In particolare Neval e Yusuf, rispettivamente interpretati da Tuba Büyüküstün e Mehmet Günsür, rappresentano i punti umani focali dell’opera, rappresentando i due punti di riferimento basilari nella vita di Deniz.

La loro personalità è molto ambigua, ma ciò che scatena la fiamma del noir in Rosso Istanbul è senza dubbio la considerazione che ha Deniz dei personaggi (reali), di cui rimarca – in un passaggio cruciale del film – la possessione.

Rosso Istanbul: recensione del film di Ferzan Ozpetek

A fare da sfondo al film una colonna sonora da brivido, merito di Giuliano Taviani. Ai suoni a tratti rock e metallici si mescolano melodie tradizionali e rumori di sottofondo: anima verace di una città che cambia in continuazione. Una colonna sonora che sa dilatarsi e rimpicciolirsi in base alle esigenze delle situazioni, mutando armoniosamente ma repentinamente in base allo stato d’animo del protagonista.
Quest’ultimo trova sincronia anche nelle opere d’arte sparse nella pellicola. Arte contemporanea e arte da mangiare. Si, perché il cibo nei film di Ferzan Ozpetek non manca davvero mai, anche se stavolta è mostrato di sguincio.

Così come appaiono di soppiatto le questioni più calde dell’ex Costantinopoli, come le madri di sabato o l’atteggiamento stesso degli abitanti.

Il rosso, in ogni caso, è alla base di tutto e non è un colore come tanti ma è esattamente quel Rosso Istanbul che si scorge al tramonto, quello della casa, delle strade. Il rosso che invade il personaggio protagonista interpretato da Halit Ergenç, che senza volerlo nella sua città natale si perde, venendo divorato da Deniz stesso che, scomparendo, è come se lasciasse a Orhan il testimone della sua esistenza sospesa.

Rosso Istanbul: recensione del film di Ferzan Ozpetek

Rosso Istanbul emerge dal forziere dei ricordi personali di Ozpetek come un’amalgama di sensazioni, emerge con delle premesse che fin dal principio non appaiono chiare e che proseguendo si ingarbugliano ulteriormente; emerge nella caratterizzazione ambigua dei personaggi che a tratti sembrano brillare di luce propria e poi sparire come meteore, emerge e rimane a metà tra la testa e il cuore, seduto in disparte sulla riva della parola fine.

Rosso Istanbul finisce ma in realtà non si conclude, perché se è vero che l’amore (come premesso dalla frase di lancio) è l’unica cosa che conta, è certo anche l’unica che non si è in grado di spiegare. L’amore è un divenire, come la città, le persone, gli affetti e gli eventi.

Rosso Istanbul: recensione del film di Ferzan Ozpetek

Infine, possiamo dire che forse questo film troverà disertori tra coloro che hanno amato il regista italo-turco, magari si troveranno smarriti e increduli, ma poi alla fine comprenderanno che questa costruzione frenetica e ribelle, questo partire senza arrivare alla meta, è in fondo – forse – uno stacco necessario per affrontare il passato e poi andare avanti.

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