Disclosure: recensione del documentario Netflix

Il documentario affronta la tematica della rappresentazione degli individui transgender nella storia dei media.

Se c’è una tematica attuale in questi mesi centrali del 2020, è sicuramente quella della rappresentazione delle minoranze nei prodotti mediali. Dalla rimozione di Via col Vento dalla piattaforma di streaming HBO Max alla pubblica ammenda di attori e doppiatori americani che promettono di non prestare più la propria voce a personaggi di etnie diverse dalla loro, grande e piccolo schermo sembrano procedere insieme nella direzione di una maggiore inclusività. Ed è in questo contesto che si inserisce Disclosure, documentario diretto da Sam Feder e disponibile su Netflix dal 19 giugno.

Raccogliendo le voci e le testimonianze di artisti, attori, produttori ed esperti del settore appartenenti alla comunità trans, Disclosure affronta una tematica che è sotto gli occhi di tutti, e che per qualche motivo appare comunque come uno svelamento: la rappresentazione degli individui transgender nei prodotti mediali.

Le interviste a Laverne Cox, che è anche produttrice esecutiva del documentario, Lilly Wachowski, Chaz Bono, Candis Cayne, Mj Rodriguez e altre personalità del mondo dello spettacolo americano guidano infatti lo spettatore nel corso di una storia del cinema diversa dal solito, atta a dimostrare come lo sguardo della cinepresa sia sempre stato impietoso nei confronti dei transgender.

L’importanza della rappresentazione nei media

Disclosure cinematographe.it

Dai primi del ‘900 fino al presente, come spiega infatti Disclosure, uomini e donne transgender nei prodotti mediali sono sempre stati ritratti come personaggi di cui ridere, “diversi” da additare, prostitute da film comici o vittime di omicidi dal movente passionale. Laddove questi stereotipi non compaiono, lo svelamento della transessualità di un personaggio diventa un punto di svolta della trama, come a indicare che l’essere trans sia il solo aspetto che definisce questi individui, o ancora fa sentire gli altri personaggi traditi, disgustati, ingannati.

Tutto questo è un problema, sono concordi nell’affermare i protagonisti di Disclosure. Lo è perché la rappresentazione all’interno di prodotti mainstream come quelli cinematografici e televisivi è fondamentale per la ricerca della propria identità da parte di chi non ha altri riferimenti. Come afferma uno studio citato nel documentario, l’84% degli americani non conosce personalmente individui transgender, e ciò rende ancora più importante che siano i media a fornire a chi non li ha dei punti d’appoggio, degli esempi e dei modelli a cui rifarsi. Il fatto che tuttavia la storia del cinema sia piena di rappresentazioni negative della comunità trans, che ne sminuisce o ridicolizza i membri, ha delle ripercussioni non solo sulla percezione che gli individui transgender hanno di sé, ma anche su quella che la società ha di loro, alimentando di fatto odio e diffidenza.

Disclosure come rilettura della storia del cinema e della televisione

Disclosure cinematographe.it

Lilly Wachowski

Il documentario si sofferma più volte sulla reazione degli intervistati a quello che viene mostrato allo spettatore. C’è un serio disagio nei loro occhi e nel loro tono di voce di fronte a quelle che sono scene problematiche provenienti da film e programmi universalmente riconosciuti come cult: ad esempio, i cinque minuti di Ace Ventura – L’acchiappanimali in cui il protagonista (Jim Carrey) si lava i denti e si provoca il vomito dopo aver scoperto di aver baciato una donna trans, o ancora il violento outing subito da Ava (Famke Janssen) in Nip/Tuck, dove viene definita “un uomo”.

C’è tuttavia anche una speranza: la speranza del cambiamento e dell’evoluzione di una Hollywood che sta dimostrando di aver quantomeno compreso la necessità di una rappresentazione più oculata delle minoranze – ne dà dimostrazione lo stesso Ryan Murphy di Nip/Tuck con la sua Pose, uscita su FX nel 2018.

Pur non trattandosi di una prova stilistica particolarmente degna di nota, dal momento che spezzoni cinematografici e televisivi si alternano alle interviste a mezzo busto dei protagonisti con un montaggio semplice seppure molto ispirato, la regia di Sam Feder riesce a condensare in circa un’ora e mezza quello che è il cuore di Disclosure: il suo messaggio. Un messaggio che suona come un richiamo alle coscienze degli spettatori, nella speranza che la consapevolezza che questo documentario vuole instillare possa eradicare una volta per tutte quel comportamento dannoso che è l’indifferenza verso i problemi che non riguardano personalmente. Problemi che per altri, però, sono vitali.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 2
Sonoro - 2
Emozione - 4.5

3.2

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