the neon demon

Quando i policromatici titoli di testa di The Neon Demon, ultimo sbalorditivo lavoro di Nicolas Winding Refn, ci scorrono davanti agli occhi, l’impressione che si ha da subito è quella di stare per assistere allo spettacolo di una runway a tinte luciferine, oppure ai titoli di testa di uno spot pubblicitario girato per una casa di moda d’avanguardia. La firma che adotta il regista stesso per The Neon Demon – che consiste nelle sue tre iniziali, come YSL sta a Yves Saint Laurent – sicuramente ha avuto un particolare contributo, ma la suggestione è da ricondurre soprattutto all’apporto fondamentale che Cliff Martinez ha dato all’opera. Il compositore (e batterista) newyorkese ha da sempre partecipato ad opere di considerevole calibro, a partire dalla sua collaborazione con Steven Soderbergh per il suo primo lungometraggio Sesso, bugie e videotape (ha anche composto la colonna sonora della sua serie televisiva The Knick), per finire al controverso, ma ormai cult-movie, Spring Breakers di Harmony Korine. Forse, però, è stato proprio suo sodalizio con Refn a costituire per Martinez la svolta artistica definitiva, e lo è tanto per sé quanto per l’autore danese di Pusher e Valhalla Rising. Difficile anche solo immaginare le ambientazioni urbane della cupa Los Angeles di Drive, o le atmosfere rarefatte dei malfamati quartieri asiatici al neon rosso di Solo Dio Perdona, senza i sintetizzatori che il compositore incastra perfettamente anche in The Neon Demon, seppur rivelando ben altre contaminazioni musicali. La colonna sonora di The Neon Demon è, infatti, un flusso sonoro ipnotico che avviluppa ogni ambiente, dalle (improbabili) stanze adibite a set fotografici d’alta moda ai corridoi lynchiani e in stile liberty di una villa floreale in cui troneggiano animali impagliati. Con Martinez, l’elemento sonoro cessa di essere relegato a mero sfondo musicale d’accompagnamento per farsi qualcosa di più.

I sintetizzatori vengono assorbiti e totalmente diluiti nel montaggio e nel ritmo della narrazione filmica, a tal punto da confondersi, soprattutto nelle scene d’azione, con i respiri e i movimenti delle protagoniste; nel night club dove ha luogo lo spettacolo acrobatico, che ha i toni di un rituale demoniaco, le percussioni (la Demon Dance è, va specificato, ad opera di Julian Winding, e non di Martinez) sono del tutto sincronizzate con le luci stroboscopiche rosse e bianche che illuminano i volti delle “streghe”, accentuando ancor più la minacciosa ambiguità dei loro sguardi. Durante la sfilata della protagonista Jesse, l’estasi della modella dinanzi al suo neon demon è accompagnata da un ampio spettro di emozioni che si respingono e si accostano continuamente, proprio come l’elemento sonoro, che scorre su una successione di suoni oscillanti e sempre diversi. Momenti di puro silenzio sono generalmente sporadici (si pensi alla scena in cui Jesse, distesa sul letto, muove le proprie gambe producendo un rumore plasticoso che invade lo spazio e finisce per diventare un suono vero e proprio), ma quando il sonoro di Martinez irrompe nel tessuto filmico si coagula gradualmente e diviene dialogico, quando non addirittura sibillino. Il suono è martellante e ossessionante, strutturato secondo echi musicali ellittici che si ripetono e che generano un effetto stordente e ammaliante, di violenta avversione e, al contempo, di irrefrenabile attrazione. Tutte definizioni e tutti aggettivi che, a dimostrazione di come la video arte abbia contagiato la settima arte nell’era digitale (che lo si voglia o meno), ben si applicherebbero a un’ipotetica descrizione del cinema di Refn e del suo straniante The Neon Demon.

Nella colonna sonora del film sono presenti anche brani di Sia, Waving Goodbye, e di Sweet Tempest, Mine.

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