Tim Burton: l’omaggio a Bava e il premio a Roma FF16 “tutta la mia vita nei protagonisti dei miei film”

Tim Burton, premio alla carriera alla Festa del Cinema di Roma 2021, ha omaggiato Mario Bava e raccontato inedite curiosità sui suoi film più iconici.

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Tim Burton ha creato degli universi straordinari, demiurgo di una cifra stilistica così personale e riconoscibile da essersi fatta culto nella memoria collettiva. L’umanità dei suoi personaggi, l’inquietudine delle sue idee, l’onirismo di fondo di ogni microcosmo creato e da lui ritratto nei decenni d’attività produttiva, fanno del regista, scrittore, animatore statunitense una delle icone più longeve nella storia della cinematografia mondiale. E questo non solo per aver creato personaggi indimenticabili come quello interpretato da Johnny Depp in Edward mani di forbice, ma per aver diretto alcuni tra i lungometraggi per i quali, ancora oggi, gli dedichiamo una calorosa, devota standing ovation all’ingresso e all’epilogo del suo incontro ravvicinato. Il regista non manca di sottolineare quanto abbia ancora paura del pubblico. Dice di non aver dormito per la paura di dover stare sul palco e rispondere alle nostre domande. Lui, che dell’inquietudine e del terrore ha fatto tesoro per fondare la propria teologia. 

“Sono esperienze che incutono terrore, chiedere al pubblico quale sia il personaggio preferito, raccoglierne le reazioni e interpretarle. È difficile rendersi conto della percezione del pubblico. Io sono sempre terrorizzato nel rivedere i miei film, mi piacerebbe dire di godermi la visione ma non è così”
Ospite nella sedicesima edizione della Festa, Tim Burton riceve il Premio alla Carriera consegnato dalle mani dello scenografo Dante Ferretti, amico e collega longevo del regista.

Il direttore artistico della Festa, Antonio Monda, ha chiesto a Tim Burton di scegliere un regista italiano da omaggiare. Come tributo, è stato realizzato un montaggio del suo Batman con La maschera del demonio e Diabolik di Mario Bava. Riguardo la scelta, Tim Burton dice: “Motivo semplice. Ad L.A negli anni ’80 andai ad un festival del film horror, ai tempi duravano 48 ore di fila. Normalmente in rassegne del genere finisci per assopirti, invece ricordo chiaramente il film di Mario Bava, un regista che era in grado di catturare come pochi altri il senso onirico fondato sull’incubo.

Tim Burton al Roma FF16: “Sono riuscito a fare tutto quello che volevo fare, e la cosa mi sorprende”

“Il primo film che ho visto è stato Jason e gli Argonauti, per me un film indimenticabile. Lo vidi a Santa Catalina Island, un’isola piccolissima a largo della California. Ero in una sala straordinaria, sembrava di essere dentro una conchiglia.”
Il regista e sceneggiatore statunitense ha iniziato a lavorare come animatore grazie alla borsa di studio messa in palio dalla Disney, che gli permise di coltivare la sua passione presso il California Institute of the Arts. Nel 1979 diventa uno degli animatori della Disney, prendendo parte alla realizzazione del lungometraggio Red e Toby – Nemiciamici. Riguardo al periodo di collaborazione con gli Studios, Tim dice:

“È stato terribile. Dico terribile perché si tratta dei giorni più bui che ebbi alla Disney. C’erano persone di enorme talento e creatività ma si facevano film che richiedevano dieci anni di lavorazione quando avevi a disposizione figure geniali come John Lasseter. Non c’erano opportunità per tutti questi talenti. Ho avuto un’enorme fortuna, ero pessimo come animatore. Molti avevano sottolineato come il personaggio della volpe in Red e Toby avesse l’aspetto di un animale travolto da un’auto. Per questo sono passato poi a fare altre cose. Nella mia carriera ho fatto soltanto film per gli Studios, nonostante questo sono riuscito a fare ciò che volevo fare, e la cosa mi sorprende. Ancora mi interrogo su come sia stato possibile. Per fortuna non hanno mai realmente capito cosa stessi facendo (ride).

Grande rispetto e riconoscenza meritano, a giudizio del regista, gli artisti che nel corso degli anni hanno contribuito a realizzare – insieme a lui – alcuni tra i titoli più amati nella storia del cinema. A proposito dice: Ho avuto la fortuna di lavorare con artisti straordinari come Gabriella Pescucci e Dante Ferretti. La scenografia, le musiche sono veri e propri personaggi del film, così come i costumi. Ad esempio in Sweeney Todd la scenografia ha un ruolo fondamentale. È un privilegio aver lavorato con i grandi. I miei disegni essenzialmente sono primitivi, così gli artisti sono per me una grandissima fonte di ispirazione. Uno può partire con idee potenti ma deve affidarsi alle loro mani.”

Tim Burton riceve il Premio alla Carriera: il Roma FF16 lo omaggia con una retrospettiva sui suoi film più amati

Edward Mani di Forbice, (1990)

Da dove nasce l’idea – così strana – del film forse più iconico della sua carriera?
“Questo rappresenta la mia infanzia. Ho sempre amato le fiabe, le favole che permettono di esplorare veri sentimenti aumentandone l’intensità. Io da ragazzo mi sentivo così. Non mi reputo uno sceneggiatore, ma parto dalle idee e stabilisco rapporti di collaborazione con chi è abile in tal senso. Cerco di trovare qualcosa a cui rapportarmi. Come quando lavoravo in Disney, si lanciavano spunti su cui lavorare insieme.”

Mars Attacks! (1996)

“Mettiamo da parte romanzi e opere letterarie, sono partito dalle carte che avvolgevano le chewingum. Ho avuto un’infanzia contorta.”

Big Fish, (2003)

Ritieni che i limiti produttivi fissati dagli Studios siano uno stimolo o un ostacolo alla creatività, nella ricerca di forme espressive adeguate?
“Il cinema è un’opera collettiva, quando sei un pittore invece lavori da solo. Quando il film ha un budget limitato si crede che non sia abbastanza, e viceversa. È come cercare di controllare le condizioni metereologiche. Ci sono elementi impalpabili e intangibili. Non mi sono mai sentito limitato dagli Studios.”

Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, (2007)

Ci parli del rapporto con Stephen Sondheim, autore del musical da cui ha tratto ispirazione per l’adattamento cinematografico.
Questo personaggio, tanto per cambiare, è autobiografico. Cerco sempre di trovare qualcosa a cui rapportarmi, come ho detto prima. Ero molto spaventato nel mostrarlo a Stephen. È una combinazione di horror e musical particolare che lui ha visto solamente alla fine della lavorazione. Nessuno degli attori aveva una formazione musicale, ma lui questo non lo ritenne un problema. Sapevo di essere in buone mani con i miei attori. È stato divertente, anche se c’era sempre la musica era come se stessimo facendo un film muto.”

Big Eyes, (2014)

“Ricordo che questi quadri si trovavano in tutte le case, appesi alle mura del salone. Li ho sempre trovati inquietanti, mi chiedevo come mai invece potessero piacere così tanto. Questo ci fa riflettere sul senso dell’arte e dell’artista, ci fa capire quanto veniamo toccati in modo diverso da ciò che vediamo. Io sono un pessimo archivista, sono andato a frugare nei cassetti per trovare queste opere ed è stata un’esperienza sorprendente e indimenticabile. Una versione itinerante della mostra è ancora in corso. Non mi reputo un artista, ma fa pensare il fatto che le opere d’arte riescano ad ispirare gli altri.”

Ed Wood, (1994)

In una sequenza del film Ed Wood, il peggior regista di tutti i tempi, incontra Orson Welles, considerato invece tra i più grandi, e questo gli dice che in fondo hanno gli stessi problemi. Come definiresti questo incontro?
“È straordinario perché Ed pensava di non star girando questo film che vediamo, ma un capolavoro come Guerre Stellari. Aveva una passione tale da considerarsi tra i più grandi, una convinzione che emerge dai suoi diari e che rientra forse in quel discorso che facevamo prima sul senso dell’arte e degli artisti.”

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