Il Signor Diavolo cinematographe.it

Sono passati quarant’anni da quando Pupi Avati realizzò La casa dalle finestre che ridono, ormai film di culto nella tradizione del cinema horror italiano. Sebbene vi siano state, in seguito, sporadiche incursioni nel macabro e nell’occulto, prima con Zeder (1983) e poi con Il nascondiglio (2007), Il Signor Diavolo rappresenta un ritorno alle atmosfere care al regista bolognese.

In occasione della presentazione del film, tenutasi a Roma presso il Cinema Adriano, Pupi Avati racconta la genesi dell’opera, il suo rapporto con il cast e l’esigenza di narrare una storia incentrata, ne Il Signor Diavolo, sulle ombre che ognuno porta dentro di sé. Il film si configura come una favola contadina dalle tinte oscure, fortemente ancorata al mondo clericale e alle leggende che ruotano attorno ad alcuni peculiari personaggi propri delle piccole comunità.

Il Signor Diavolo: “La favola contadina e il cattolicesimo superstizioso”

La storia meritava di essere narrata“, spiega Avati in conferenza stampa; “è ambientata negli anni in cui ero adolescente e chierichetto professionista. Il diavolo, questo cattolicesimo superstizioso, la favola contadina, l’atavica paura del buio: sono questi gli elementi fondanti per cui ho cercato di raccontare quel che so della vita.” E continua: “Per apprezzare il presente bisogna raccontare il passato. Io l’ho fatto attraverso il genere, cosa da cui gli autori italiani ormai diffidano.

Qui [gli autori italiani] parlano molto di loro stessi, delle loro problematiche, ma il cinema italiano in realtà è stato fortissimo proprio con i generi, e sempre meno quando li ha pian piano disattesi. Il più grande regista abitava a Trastevere: Sergio Leone ha avuto l’intuizione di fare il western in Italia.

“Il Signor Diavolo è un film d’identità”

Pupi Avati Il signor diavolo cinematographe.it

Inoltre il regista racconta le difficoltà riscontrate nel processo di produzione e di distribuzione del film: “Prima di poter realizzare Il Signor Diavolo ho avuto ben sei no. Il genere non viene più considerato, eccetto le commedie, e prodotte sempre dalla stessa squadra. Frequentare i generi non è una cosa disdicevole.

Avati, inoltre, spiega l’importanza di un rapporto autentico fra autore e genere: “Il Signor Diavolo è un film d’identità. Ho messo insieme una troupe mia, fatta di persone con cui avevo già collaborato in passato, per rendere riconoscibile il film, pur essendo di genere.” E, ancora, il regista fa luce sull’origine del titolo e dell’idea: “Pur facendo progressi ovunque, abbiamo permesso al male di sopravvivere. Io stesso sono portatore di male, mi sono trovato a godere di situazioni in cui altri sono scivolati, professionalmente parlando. Il male per il male, soprattutto, ovvero quello da cui non si ricava nulla. I problemi mentali di chi detiene il potere sono il Diavolo.

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Un finale diverso dal libro

Il Signor Diavolo è tratto da un omonimo libro, scritto da Avati stesso, che ha un finale differente da quello che si vedrà sullo schermo. Il regista afferma che “in un momento preciso del film, girando la scena in cui il bambino copre il ragazzo con un telo, la ripresa indugia su quel momento e la scena dura più del previsto. In quell’attimo preciso, ho capito che il discorso iniziale del libro poteva essere espanso oltre la semplice amputazione di colpa a un determinato personaggio.

Pupi Avati ha una lunga carriera alle spalle, fatta soprattutto di opere per la televisione: “mi ero illuso di poter fare una televisione diversa, ma non è così. La televisione si fonda sulla reiterazione, e noi abbiamo sempre cercato di trovare una via alternativa a quella che è la moda della tv. Il cinema, invece, ha una permanenza diversa: in tv si possono raccontare belle cose, ma il giorno dopo esce una nuova cosa che cancella l’altra. I film rimangono.

Il Signor Diavolo uscirà nelle sale il 22 agosto con 01 Distribution.

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