Pastrone!, cinematographe.it

Una passione nata all’università quando il regista Lorenzo De Nicola si imbatte in Giovanni Pastrone, regista di Cabiria, primo kolossal italiano, grande innovatore della settima arte che ispirò anche David Wark Griffith, massimo esponente del cinema muto italiano, creatore di personaggi iconici come Maciste. Grazie al ritrovamento di un manoscritto autobiografico, Virus et Homo, viene a galla una seconda vita di Pastrone, forse più straordinaria di quella dedicata al cinema e De Nicola nel suo documentario la racconta grazie a una ricerca lunga e minuziosa, all’aiuto del nipote Gianni Pastrone e di numerosi studiosi e testimoni. Una seconda vita dedicata agli studi medici da autodidatta per realizzare il sogno impossibile di un metodo di cura “democratico” accessibile a tutti. E in un certo senso ci riesce facendo delle scoperte inedite e “miracolose” per la lotta contro i tumori. Un metodo rivoluzionario che già 80 anni fa, secondo le testimonianze riportate nel documentario, avrebbe guarito numerose persone da mali all’epoca incurabili attraverso una macchina di sua invenzione.

Pastrone! è un ritratto epico e romantico di un uomo che è andato oltre i suoi limiti, un esponente emblematico del ‘900, la quale seconda vita è rimasta imbrigliata nelle trame del tempo. Lorenzo De Nicola è riuscito, però, a colmare questa lacuna: abbiamo chiacchierato telefonicamente con lui su questa sua importante impresa.

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Cosa ti ha colpito di questa figura, a parte il fatto che è stato il pioniere del cinema in Italia?

“A un certo punto ho avuto l’intuizione che oltre a quello che già si sapeva della sua esperienza cinematografica ci fosse altro. Quindi da questo è partito lo slancio per andare a cercare cosa fosse questo “altro” e sono venute fuori delle cose incredibili. In più ho approfondito anche tantissimo la parte cinematografica perché molte cose, soprattutto quando ho iniziato, erano un ridetto di scritti precedenti. Fino ai primi anni ’90 era rimasto tutto un po’ fermo e di conseguenza andando a scavare ho scoperto tante altre cose sul suo cinema che non si sapevano. Però la miccia che mi ha portato a questo lavoro è stata che ho subito capito che c’era altro sotto e anche perché i personaggi così testardi, così eclettici, sono un po’ la mia passione”.

“Il ritrovamento del manoscritto autobiografico di Pastrone ha legato le due parti della sua vita: il cinema e la medicina”.

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Una vita da film la sua: Pastrone! non è un vero e proprio documentario sul cinema ma l’indagine su un uomo dal multiforme ingegno. Perché si conosce così poco di lui? E perché prima di te nessuno ha mai approfondito questa figura?

“Credo che sia banalmente un discorso storiografico: i miei predecessori, quelli che si sono occupati di Pastrone, si sono fermati al cinema anche perché il lato più biografico delle personalità è una tendenza che è venuta fuori più tardi, credo dal 2000 in poi. Prima non c’era questo tipo di ricerca, era una ricerca estremamente scientifica e didattica. Io poi ho avuto la fortuna di costruire un rapporto con la famiglia Pastrone che mi ha permesso di entrare completamente dentro alla storia del nonno e inevitabilmente anche la famiglia è entrata nel documentario. Alla fine ci siamo trovati in tre in questa storia: Pastrone nonno, Gianni il nipote e poi io e a quel punto non ho potuto fare a meno di inserire anche Gianni nel documentario. Grazie a loro che mi hanno veramente accolto, come probabilmente non hanno fatto con altri, sono riuscito ad andare oltre. Quando si hanno sotto gli occhi cose anche importanti a volte le si trascura, in Italia questo succede spesso, abbiamo dei grandi tesori sotto gli occhi e non ci accorgiamo di averli, non ci si sofferma a soppesarli. Il mio è stato un percorso faticoso: per vent’anni a intermittenza questo progetto è entrato e uscito dal cassetto più volte, è partito in un’era analogica, non c’era ancora la digitalizzazione degli archivi, ci è voluto tanto tempo e tanta dedizione e poi sicuramente anche un atteggiamento e delle intuizioni giuste. Per esempio il discorso dell’elettricità che porto avanti per tutto il film è una cosa che io ho sempre pensato e che poi con il ritrovamento del manoscritto ho capito che era vera. Il manoscritto ha legato le due epoche: il cinema e la medicina”.

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Pastrone diventa un medico autodidatta e riesce a inventare e costruire una macchina per realizzare quello che lui stesso definì “il più scandaloso e ancestrale dei sogni”: vincere in qualche modo la morte. Come hai reagito quando hai scoperto tutto questo?

“Per quanto riguarda il discorso medico e scientifico sono voluto stare completamente distante da quel mondo perché intanto non ho le competenze per capirne molto e in più ci vorrebbero anni, come dice il nipote, per capire se la sua macchina veramente funzionava. Da quando mi sono avvicinato al progetto quello che mi interessava di più non era l’effettivo funzionamento della sua macchina, che apriva un mondo che non riuscivo a contenere onestamente, ma parlare di un uomo che ha concepito tutto questo. Io non sarei mai arrivato a quel punto lì, a spingermi così lontano, a indagare sui segreti della vita e della morte, si parla dei massimi sistemi filosofici esistenziali! Il manoscritto è ricco di citazioni, di massime su questo. Quando mi sono trovato la macchina di Pastrone d’avanti è stato come trovare il Sacro Graal e nel documentario si vede questo. Molti mi avevano detto che era andata distrutta, anche il nipote di Pastrone per molto tempo non mi aveva fatto intuire che ci fosse ancora. Una volta che ho messo insieme tutti i pezzi mi sono reso conto che quello che volevo veramente era raccontare di una persona che parte da Asti con una valigia e finisce a curare la gente con una macchina che si è inventato lui”.

Intervista a Lorenzo De Nicola: “Fabrizio Bentivoglio si è immedesimato da subito in Pastrone”

Come ha commentato Fabrizio Bentivoglio, voce di Pastrone nel documentario, questo progetto?

“Bentivoglio è stato fantastico. Mi sono arrovellato per tanto tempo per cercare la voce di Pastrone, si parlava in delle lettere di una registrazione con la sua voce che non ho mai trovato. A un certo punto quando mi sono trovato con tutto il materiale, con il suo diario che dovevo mettere in scena ho pensato che quella di Bentivoglio poteva essere la voce giusta. Quello che poi mi ha veramente convinto è stata poi la sua partecipazione: l’ho chiamato, gli ho mandato il progetto e dopo poco mi ha richiamato entusiasta, gli è subito piaciuto tantissimo. È stata una simbiosi incredibile perché lui ha appreso dal giorno zero esattamente il senso del film, lo ha assimilato. Di conseguenza da lì siamo andati avanti senza nessun problema, è stato veramente un personaggio fondamentale per la riuscita del film perché comunque ha avuto la sensibilità di capire e immedesimarsi in quel mondo, non è una cosa normale, soprattutto quando ti relazioni con dei personaggi come Pastrone”.

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Quanto ti ha influenzato il suo cinema nella scrittura e direzione di questo documentario?

È chiaro che il suo cinema non corrisponde più al nostro cinema ma ho cercato in tutti i modi di avvicinarmi a quel tipo di atmosfera. Di conseguenza ho pensato a un tipo di interviste in movimento facendo un omaggio indiretto al carrello e mi sono inventato questo espediente che è l’unico punto di contatto, volevo un po’ fuggire da influenze che richiamassero al linguaggio del cinema muto, lo trovavo un po’ troppo facile”.

Nel documentario il critico cinematografico Paolo Cechi Usai fa un’affermazione bellissima per raccontare la fine del lungo rapporto tra Pastrone e “la sua creatura”, il cinema: “Non si esce da una vita nel cinema indenni, il cinema cambia per sempre”, sei d’accordo con questa frase?

“Sono molto affezionato a quella battuta perché questo film mi ha cambiato per sempre, perché è il completamento di un percorso di vita veramente ampio e il lavoro che faccio è un lavoro che richiede una costanza, una presenza, una forza che consuma. Sono assolutamente d’accordo con Usai, è una frase molto bella”.

Leggi al recensione di Pastrone!

Pastrone! verrà proiettato al Cinema Palazzo di Torino venerdì 17 luglio nell’ambito del Glocal Film Festival. Che vita avrà poi, dove si potrà vedere?

“Purtroppo come tanti altri film non è stato fortunato a causa della pandemia che ha influenzato le uscite al cinema, doveva essere in molto festival che sono stati cancellati e non so se riuscirà mai ad arrivare al cinema. Stiamo cercando di fare altre proiezioni ad hoc ma non so se riusciremo mai a distribuirlo ma tenteremo sicuramente la strada delle piattaforme streaming e della televisione generalista.”

Hai già altri progetti in cantiere?

“Sì, un’altra grande biografia che penso di iniziare a realizzare nel 2021. Non posso dire molto, dico solo che riguarda la musica contemporanea.”

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