Beatrice Perego su Fino alla fine: “si può avere esperienza della morte anche in vita”

Intervista alla vincitrice del primo premio Cinematographe.it dedicato ai giovani talenti e consegnatole alla 18esima edizione del Sole Luna Doc Film Festival di Palermo

Con il suo documentario Fino alla fine presentato nella sezione “Sicilia Doc” alla 18esima edizione del Sole Luna Doc Film Festival di Palermo la giovane regista Beatrice Perego ha conquistato la nostra redazione, vincendo il primo premio Cinematographe.it dedicato ai giovani talenti. Nata a Bergamo, la regista ha studiato Nuove Tecnologie dell’Arte all’Accademia di Brera, e nel 2019 si è trasferita a Palermo per studiare regia del documentario al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Fino alla fine affronta il tema della morte e l’importanza del rito di addio, del funerale come passaggio dalla vita alla morte, che sancisce la separazione tra chi ci lascia e chi resta”.

Martina, protagonista del documentario, e amica della regista, è sempre stata ossessionata dalla morte. Ogni anno riscrive il suo testamento, tenendo conto delle persone che ha intorno e a cui vuole bene. Quest’anno Martina ha deciso di organizzare il suo funerale, un rituale che ha aiutato la regista ad affrontare un lutto, una perdita dolorosa, quella del padre, venuto a mancare a Bergamo nella fase più critica della pandemia di Covid 19.

La nostra intervista a Beatrice Perego per Fino alla fine, Premio Cinematographe.it al Sole Luna Doc 2023

Beatrice Perego, cinematographe.it

Possiamo dire che Fino alla fine è stato un lavoro catartico per te?
Mentre giravo, anche se sapevo qual era la motivazione che mi aveva avvicinata al mondo della ritualità funebre, non pensavo di mettermi così tanto in gioco e che venisse fuori la mia storia personale, è successo nell’ultima settimana di montaggio quando ho deciso di inserire il voice over e il materiale d’archivio di famiglia. Quindi sì, è stato catartico, ma forse più dopo la lavorazione, quando poi è uscito dal mio hard disk e ha incontrato lo sguardo degli altri, è stato un viaggio di elaborazione, un modo per affrontare il lutto”.

La tua amica Martina davvero organizza da anni il suo funerale o si tratta di un espediente narrativo?
No, conosco Martina dal liceo, sapevo che aggiornava il suo testamento ogni anno, il suo rapporto con la morte mi affascinava e straniva, a me non ero mai capitato di pensare alla mia morte in maniera così concreta tanto da scrivere le mie volontà. Questa cosa mi ha incuriosita e quando ho scelto di lavorare su questo tema ho pensato subito a lei sapendo ovviamente che era qualcosa a lei vicina, e quando gliel’ho proposto ha accettato con grande entusiasmo, non vedeva l’ora di partecipare”.

Nel tuo documentario la morte è vista come una continuazione della vita…
Martina ha un legame quasi animista con la natura, starle vicino mi ha fatto acquisire un senso di pace anche nell’immaginare che cosa viene dopo, di considerare la vita e la morte non come due poli distinti ma come un ciclo. Sono convinta che si possa avere esperienza della morte anche in vita e che quindi non siano un bianco e nero che si scontrano, o che non possano dialogare. Quello che ha guidato il film è stato stare vicino a delle persone che questo senso di morte non lo allontanano, ma ci fanno pace, lo accettano come naturale, per cui possono parlarne, possono essere d’aiuto perché non è una cosa che li spaventa, ma qualcosa che ritengono parte della vita e di un processo. Stare vicino a persone che hanno questa idea sicuramente mi ha aiutato anche ad acquisire serenità rispetto alla perdita, a sentire mio padre ancora vicino. La canzone sui titoli di cosa nasce da un testo che ho scritto il giorno in cui è morto mio padre, una poesia. All’inizio volevo mettere Killing Me Softly with His Song ma non ci hanno lasciato i diritti per la canzone, l’etichetta non ha voluto che la canzone fosse associata al tema della morte. A quel punto ho pensato di farla io, dato che mia mamma è musicista professionista, ed ero a casa per le vacanze di Natale, le ho chiesto di mettere in musica le parole, il senso del testo è sentire che qualcosa rimane, accettando in maniera serena la morte, il dolore e tutto quello che il lutto si porta dietro”.

Beatrice Perego, cinematographe.it
Beatrice Perego durante la premiazione al Sole Luna Doc Film Festival di Palermo

Però diciamo che il documentario è stato il tuo modo di celebrare tuo padre, di salutarlo…
Non potendo celebrare il suo funerale, fare quello che di solito si fa quando si perde qualcuno, mi sono ritrovata a farlo in questo modo, questo percorso è servito per salutarlo a modo mio”.

Cosa pensi delle proteste degli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia contro il decreto che vedrebbe la Scuola sotto il controllo diretto del governo?
Mi sembra inquietante che si cerchi di limitare la cultura e la formazione. Ringrazierò sempre il Centro Sperimentale per averci lasciato estrema libertà sui temi da affrontare, quindi pensare che questo possa rischiare di essere minato o limitato è una grande preoccupazione”.

È stato sempre il tuo sogno fare la regista? Hai degli autori di riferimento?
Non era il mio sogno sin da bambina, ci sono arrivata in realtà frequentando il liceo artistico e l’Accademia di Bella Arti. In Accademia come lavoro di tesi ho proposto un cortometraggio su mio nonno, però non è stato accettato come progetto perché per le arti visive era troppo cinematografico. Girandolo mi ero, però, accorta che questa cosa mi interessava, ho cercato delle scuole in Italia che potessero aiutarmi a portare avanti questa ambizione, e ho scoperto il Centro Sperimentale, e mi sono candidata presentando proprio il cortometraggio su mio nonno. Riguardo i miei autori di riferimento come modo di osservare la realtà e mettersi in gioco in una maniera non autoreferenziale ma delicata e sottile mi affascina molto il cinema di Agnès Varda”.

Beatrice Perego, cinematographe.it
Una scena di Fino alla fine

Cosa ti riserva il futuro?
Voglio continuare a fare quello che mi piace, fare film, ora sto portando avanti un progetto che tratta sempre di morte ma da un’altra prospettiva: quattro anni fa ho conosciuto dei signori che tutti i pomeriggi si vedono in un centro anziani di Palermo, a Ballarò, ho fatto un piccolo corto su uno di loro come esercitazione per il primo anno, e ho continuato a mantenere i rapporti con tutti, entrando a far parte di questo gruppo di ultrasettantenni. Se in Fino alla fine il tema della morte viene preso proprio di petto, in questo caso mi avvicinerei alla morte anagraficamente, raccontando chi per età è portato a pensarci, e quindi vedere come ognuno di loro vive la vecchiaia, come immagina la propria morte, il suo funerale. Però sarà sicuramente meno pesante, mi immagino quasi una commedia, anche perché sono delle persone molto simpatiche”.