The Post: la vera storia dietro il nuovo film di Steven Spielberg

The Post di Steven Spielberg con Tom Hanks e Meryl Streep racconta una storia vera! Ecco cosa si nasconde dietro il noto scandalo della pubblicazione di fascicoli noti come Pentagon Papers

In uscita il prossimo 1° febbraio, The Post rappresenta l’attesissimo ritorno alla regia di Steven Spielberg, ad un anno di distanza da Il Grande Gigante Gentile e a due dal suo ultimo film inerente un altro pezzo di storia americana: Il Ponte delle Spie. Anche in The Post Spielberg mostra il suo amore per la storia, in particolare per la storia contemporanea, da sempre uno dei suoi cavalli di battaglia, come visto in Lincoln, Salvate il Soldato Ryan, Munich o Amistad. Il film porta sullo schermo uno dei più tremendi scandali politici americani di sempre, legato alla pubblicazione di un’enorme serie di documenti passati alla storia con il nome di Pentagon Papers.

The Post – la storia vera dei Pentagon Papers

Il film di Spielberg ha come protagonisti innanzitutto Katherine Graham (interpretata da Meryl Streep), la prima donna ad aver diretto una testata di prima grandezza come il Washington Post, nonché Premio Pulitzer nel 1998. Tom Hanks invece è Ben Bradlee, figura mitica del giornalismo statunitense e sicuramente la personalità più influente del The Post di ogni tempo, già portato sullo schermo da Jason Robards in Tutti gli Uomini del Presidente del 1976, che fruttò allo stesso Robards un Oscar. Ma perché Graham e Bradlee sono stati reputati da Spielberg così importanti, cosa c’è nello scandalo dei Pentagon Papers di così importante e fondamentale da convincere uno dei più grandi registi di sempre a farci un film?

Per capirlo occorre tornare indietro nel tempo, a quel 1971, l’anno di Muhammad Alì contro Joe Frazier, di Amin Dada che prende il potere in Uganda, del tentato Golpe in Italia e del primo Hard Rock Cafè a Londra.

Soldati americani attorno all’Altopiano di Pleiku, in Vietnam nel 1970

Gli Stati Uniti sono impantanati nell’inferno vietnamita da anni, e da quell’inferno sembra che non vi si riesca ad uscire, con più di 335.000 soldati americani impegnati tra le risaie, le giungle e gli altopiani a combattere un nemico che non accenna a mollare, deciso a farcela nonostante gli intensi bombardamenti ordinati dal Presidente Richard Nixon. A Febbraio era scattata l’operazione Lam Son 719, dove per la prima volta le truppe americane avevano evitato di combattere direttamente il nemico, fornendo solo un supporto indiretto all’esercito regolare del Vietnam del Sud; si trattò del primo atto con il quale Richard Nixon mostrava di voler cambiare il ruolo degli Stati Uniti in quella guerra, ma sempre con l’obiettivo di vincerla. Ma anche questa offensiva fallì e sia Nixon che il Generale Abrams (che dopo poco fu rimosso) dovettero accettare il fatto che ormai dal punto di vista militare e politico gli Stati Uniti erano impossibilitati a sgusciarne fuori se non con la resa o la vittoria diretta.

In un clima a dir poco infiammato, con continue notizie e smentite inerenti operazioni in Laos e Cambogia da parte delle Forze Speciali americane e un Presidente che continuava ad insistere sulla volontà di avere una “pace giusta”, il 13 giugno del 1971 il New York Times pubblicò un articolo destinato a scuotere il paese fin nelle sue fondamenta. In prima pagina, dominante rispetto al matrimonio della figlia del Presidente Nixon, si poteva leggere: “Vietnam Archive: Pentagon study traces three decades of growing US involvement”. Il pezzo era firmato da un uomo il cui nome è sinonimo di giornalismo nel senso più alto e scomodo, e che ebbe da quel momento un’incredibile importanza nella storia americana: Neil Sheehan.

La prima pagina del New York Times del 13 giugno 1971, dove per la prima volta il mondo conobbe le Pentagon Papers.

Ma chi era Neil Sheehan? Si trattava del Reporter di punta del New York Times, ex membro della forze armate americane che aveva servito la patria dal 1959 al 1962 in Korea e poi in Giappone, dove aveva cominciato a collaborare con la UPI, la United Press International. Sheehan era diventato in breve uno dei giornalisti più rispettati, temuti e considerati non solo dai colleghi e dai concorrenti, ma anche e sopratutto da influenti e potenti uomini politici. Aveva seguito la questione vietnamita dal 1963 e si era guadagnato l’attenzione del mondo quando assieme a David Halberstam aveva smascherato le bugie dell’allora dittatore del Vietnam del Sud Ngô Đình Diệm, quando questi aveva organizzato un falso attacco dal Vietnam del Nord durante la Crisi Buddista del Vietnam.

Nel 1964 Sheehan era passato al New York Times, tornando nel Vietnam e stringendo un legame professionale molto forte con Pham Xuan An, giornalista veterano di Time Magazine e della Reuters, e sopratutto spia dei vietcong. Ma era anche grazie al consigliere militare e colonnello degli Stati Uniti John Paul Vann, tra i più stimati esperti militari statunitensi in Vietnam, che ebbe modo di farsi un’idea sul livello di corruzione nell’esercito e tra i politici del Vietnam del Sud, e di quanto la Casa Bianca male interpretasse la situazione sul campo.  Le informazioni ottenute da Xuan e Vann, nonché la sua grande professionalità e coraggio personali, avevano fatto si che i suoi pezzi per conto del Times diventassero sempre più precisi e minuziosi. Non ci volle molto perché Sheehan diventasse fonte privilegiata per il Pentagono e la Casa Bianca, per tutto ciò che riguardava gli aspetti politici, militari e diplomatici. Sicuramente parte dei suoi rapporti e pezzi furono molto apprezzati da uno degli uomini politici più importanti del mondo in quel periodo: Robert McNamara, il Segretario alla Difesa e braccio destro dei fratelli Kennedy, interpretato da Bruce Greenwood in The Post.

Neil Sheehan (a sinistra) con i colleghi del New York Times A.M. Rosenthal e James Greenfield ai tempi dello scandalo dei Pentagon Papers.

Nel giugno del 1967, proprio McNamara chiese ed ottenne uno studio confidenziale sulla situazione del Vietnam, da presentare a quel Robert Kennedy che tutti davano come sicuro favorito per l’eventuale corsa alla Casa Bianca. McNamara sospettava che i militari e i politici favorevoli alla guerra non avessero la minima idea di quale fosse la reale situazione in Vietnam e decise di dare a Bob Kennedy abbastanza materiale per una proposta politica. Il rapporto fu creato da John T. McNaughton, Morton H. Halperin, Leslie H. Gelb e da Daniel Ellsberg, e fu immaginato da McNamara anche come memoria storico-politica per le generazioni future, o forse sperava che in un modo o nell’altro l’America venisse a conoscenza della verità, magari proprio grazie ad Ellsberg…

Questi era già stato in Vietnam ed era rimasto scioccato dalla discrepanza tra i rapporti ufficiali e la realtà che aveva visto sul campo di battaglia dell’inferno del Sud-est Asiatico. A partire dal 1969 cominciò a fotocopiare ogni documento elaborato dal suo team di ricerca, per un totale di 7000 pagine soggette al segreto di stato, facente parti del US-Vietnam Relations, 1945-1967: History of US Decision Making Process on Vietnam Policy. Poi nel 1971 Ellsberg contattò Sheehan e gli dette tutto ciò che aveva, sicuro che se la verità sugli errori e gli orrori americani commessi in Vietnam fosse stata pubblicata, il governo avrebbe dovuto decidersi sull’abbandonare quel maledetto fronte di guerra.

John F. Kennedy con il suo fidato collaboratore Robert McNamara nel 1961.

Sheehan ed il New York Times con l’edizione del 13 giugno 1971 cominciarono quella lunga serie di pubblicazioni che avrebbe scosso un’opinione pubblica ormai nauseata dalla guerra ed in cui il 50% credeva che ormai il Presidente Nixon non avesse alcuna possibilità di vincere la guerra o di renderla una pace onorevole. Ma Dick l’Imbroglione (come era chiamato Nixon dai suoi oppositori) appena seppe della cosa andò su tutte le furie, dal momento che venivano rivelati segreti e misfatti compiuti da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in tutto il Sud-est Asiatico fin dal 1945, compresi i vari golpe e i massacri perpetrati senza che il pubblico americano lo sapesse.

Certo le pubblicazioni interessavano sopratutto il periodo della Presidenza democratica alla Casa Bianca, con Kennedy e Johnson, ma sapeva che anche la sua leadership ne sarebbe rimasta comunque danneggiata. In effetti a causa delle pubblicazioni, il paese fu scosso da un’ondata di manifestazioni, rivolte e le urla del popolo americano e non solo salirono al cielo. Nixon decise quindi di inviare un’ingiunzione al New York Times, affinché l’aver violato un segreto di Stato e conseguente la minaccia di conseguenze pesantissime sul piano personale per Sheehan e il resto della redazione bastassero a fermare la pubblicazione. Ed in effetti il prestigioso giornale newyorkese decise di sospendere le pubblicazioni, ma lasciò che il reporter del The Post Ben Bagdikian (che in The Post è interpretato da Bob Odenkirk) entrasse in contatto con Ellsberg (in quel momento latitante), ottenendo il resto dei documenti.

Il tutto fu portato al cospetto di chi, all’interno di The Post (come è soprannominato affettuosamente il giornale negli States), avrebbe deciso se sfidare la Casa Bianca e pubblicare il tutto, oppure evitare il rischio di finire in galera e vedere il giornale alla rovina: la proprietaria ed editrice Graham ed il l’editore esecutivo e caporedattore Bradlee. The Post versava in cattive acque all’epoca, e molti temevano di vederlo affondare del tutto a causa delle spese legali o peggio ancora dell’abbandono degli investitori. Ma la coraggiosa donna d’affari e il cocciuto redattore decisero, assieme ai colleghi-rivali del New York Times, che il diritto all’informazione e la libertà non dovevano temere nulla e pubblicarono il tutto, infischiandosene delle conseguenze personali.

In questa foto si vedono Katharine Graham con i famosi reporter Carl Bernstein e Bob Woodward, l’editore Howard Simons e Benjamin C. Bradlee nell’ufficio di Bradlee nell’Aprile del 1973, durante lo scandalo Watergate.

La Corte Suprema fu chiamata a derimere sull’ingiunzione e il rifiuto ad obbedirvi da parte di The Post e del New York Times, e il 30 giugno del 1971, con un voto di 6 a 3, riconobbe l’importanza del ruolo di una stampa libera, non soggetta a minacce ma anzi cane da guardia nei confronti del Governo. La stampa si interrogò sul fatto che per 15 giorni il governo fosse riuscito ad impedire alla stampa di fare il suo dovere. Nixon decise di usare metodi più “diretti” verso gli avversari politici e della stampa, e diede il via a quella serie di errori che di lì a poco avrebbero visto la nascita dello scandalo più incredibile della storia della politica americana: il caso Watergate.

Ma questa, e ciò che significò per The Post ed i suoi giornalisti, è un’altra storia….