Un corpo su cui la violenza spesso si è scatenata, un corpo umiliato, sbeffeggiato, picchiato, ghettizzato, violato. Questo è il corpo della donna, un corpo fatto di carne e ossa che è stato spesso messo al centro solo per essere guardato, osservato, desiderato. Occhi, bocca, capelli, seno, fianchi: sembra molto spesso nell’opinione pubblica, nella cultura, nel linguaggio che l’essere donna si concentri tutto lì; e questo sembra un triste paradosso se si pensa a quante battaglie, a quanti discorsi, a quante manifestazioni sono state fatte dalle donne di tutto il mondo per dire a gran voce che il corpo è loro. È incredibile, ingiusto e insensato che ancora oggi si debba pensare ad una giornata, il 25 novembre, per dire no alla violenza sulle donne; lo stupro è la sintesi perversa e animale di tutte le violenze – quella quotidiana, della scienza, dello sguardo, delle parole e dei gesti, come dice Franca Ongaro Basaglia in Un processo per stupro. Lo stupro è tra le questioni moralmente più controverse del cinema, per la sua rappresentazione, per come il pubblico è abituato a vedere e per come lo spettatore è costretto a comprendere quelle immagini attraverso le norme della società.

Il che modo il cinema racconta la violenza sulla donna?

Lo stupro: tutto parte dal linguaggio

Cinematographe,,it, La bella e le bestie

Dal punto di vista etimologico stuprum è onta, disonore, vergogna. Disonore per chi? Per la società (lo stupro era considerato reato contro la morale fino al 1996), così è stato per molto tempo, poi ad un tratto la direzione cambia. Il tutto si sposta da chi compie l’atto a chi lo subisce nonostante la donna il più delle volte si senta ancora profondamente, ingiustamente e dolorosamente colpevole – in molti film si vede chiaramente come la donna faccia difficoltà a parlare di ciò che le è accaduto, a denunciarlo sapendo che verrà giudicata per come era vestita quando ha subito la violenza o per la vita che conduce. Il film La bella e le bestie della regista tunisina Kaouther Ben Hania mostra l’odissea di Mariam che ha subito violenza da tre poliziotti. La giovane, violata nel corpo e nell’anima, compie un viaggio nella burocrazia insensato e disumano, durante il quale subisce solo ricatti e altra violenza.

Il corpo è la casa di una persona, il luogo in cui ci si deve sentire al sicuro, non è un caso infatti che spesso lo stupro avvenga dopo che il violentatore è penetrato all’interno della casa della vittima in un parallelismo tra casa e corpo: la donna viene penetrata nella sua dimora come il carnefice entra nel posto dove ci dovremmo sentire protetti. Sono un esempio di questo il celebre Arancia Meccanica (Stanley Kubrick) e anche Elle (Paul Verhoeven) in cui una meravigliosa Isabelle Huppert diventa vittima di una violenza sessuale proprio tra le mura domestiche.

Lo stupro: espressione di un uomo che per “contratto” vuole prevaricare

La donna è stata per molto tempo muta – ne è una testimonianza, metaforicamente, la protagonista di MS 45. L’angelo della vendetta di Abel Ferrara che non è in grado di parlare per un trauma subito alle corde vocali – , ha tentato di esplodere in urla a volte spesso disarticolate, ha continuato a combattere strenuamente per dare forma al suo silenzio e riempirlo poi di parole, parole sincere, reali, importanti, oneste. A quel punto la donna inizia a ricostruirsi, a dire, fare, pensare, votare, il maschio dal canto suo perde a poco a poco il centro e non riesce ad accettare di essere detronizzato e ridicolizzato: l’uomo deve, per convenzioni e costruzioni culturali, sociali, essere virile, potente, sempre pronto, la donna a lui sottomessa e se è riuscita ad avere un ruolo diverso nella società, se è più libera il maschio deve poter beneficiare di tutto questo. Quando un uomo vede una donna e la desidera deve averla, possederla psicologicamente ma anche fisicamente, non può accettare un no come risposta perché così la società ha voluto per molto tempo.

In Autostop rosso sangue di Pasquale Festa Campanile la protagonista, Eve (una bellissima Corinne Cléry), di fronte al marito Walter Mancini (Franco Nero),  viene apostrofata da Adam, un autostoppista che poi si dimostra essere un pazzo violento assassino e stupratore: “Sei una gran fica, una grandissima fica”; Eve per entrambi non è una donna, non è un essere umano, è un organo sessuale, è nel mirino dello sguardo del maschio (il film si apre con il marito che mira con il fucile la moglie), è un sesso da volere, possedere, penetrare, anche contro la sua volontà – infatti il marito, spesso ubriaco e con poca voglia di lavorare, possiede la moglie che accetta perché così deve essere. Adam entra prepotentemente nel viaggio di coppia e questo linguaggio in cui una parte (l’organo sessuale femminile) diventa il tutto (la donna) sarà una costante fino ad arrivare alla violenza sessuale perpetrata perché la donna questo vuole e per questo esiste: lei, dice Adam, è come una molla, basta saperla azionare. Lo stupro diventa il modo in cui Adam colpisce a morte l’altro uomo che assiste impotente non solo all’atto ma anche alla distruzione della sua virilità: il corpo di Eve, immobilizzata per la paura, in un primo momento subisce la violenza poi cede e inizia a provare piacere – come spesso ottusamente si pensava all’epoca.

Ultimo tango a Parigi a Lola Darling: lo stupro nei film di Bernardo Bertolucci e Spike Lee

Come non pensare alla celebre scena di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci in cui Paul sodomizza l’amante Jeanne. Lei e lui si incontrano per caso, si desiderano, si accoppiano disperatamente in un appartamento senza dirsi mai i propri nomi. La scena dello stupro con il burro acquista senso se poi le cronache raccontano che Bernardo Bertolucci e Marlon Brando si erano messi d’accordo tenendo all’oscuro l’attrice per rendere tutto più “credibile” e “realistico”; la faccia umiliata e spaventata di Schneider ha un valore importante, fondamentale perché in quel viso c’è il sentimento delle altre donne che hanno provato le stesse umiliazioni e hanno subito le stesse violenze. In C’era la volta in America di Sergio Leone, il desiderio prende Noodles che stupra Deborah brutalmente in macchina perché capisce che lei non sarà mai sua: lui e lei sono da sempre stati amici, di un’amicizia pura e delicata, lui è sempre stato innamorato di lei; è quindi una scena che strappa il cuore e che dimostra quanto ci sia di disturbante, distorcente nella visione maschile. Proprio questi due elementi, da una parte un uomo perennemente desideroso, dall’altra una donna che in quanto tale “provoca” l’altro, mettono in moto la tragedia di un corpo, di una donna, di una società che purtroppo non cessa mai di mietere vittime.

“Di chi è questa fica?” chiede Jamie a Nola nel film Lola Darling di Spike Lee; sta tutto qui la storia della protagonista tra desiderio provato e quello provocato. Nola è una donna “liberata”, è un soggetto desiderante, o così almeno pensa lei, perché si comprende a poco a poco che il suo non è un atto autonomo ma un tentativo di ricompensare il maschio.

Nella scena dello stupro, da parte di quello che sembra essere l’uomo più mite tra i suoi amanti, Nola è spaesata, terrorizzata; viene punita in quanto libera, trattata come una prostituta perché per Jamie una che si comporta come lei – una donna sessualmente attiva, su questo vertono le sedute di psicoterapia a cui la ragazza si sottopone – solo in questo modo può essere trattata. Di fronte a tutto ciò, allo svilimento, all’umiliazione, al dolore non solo fisico ma anche emotivo, lei non resiste, perde la proprietà sul suo corpo e alla domanda posta da Jamie lei risponde, facendo mille passi indietro: “Tua”.

Il Rape and Revenge: il centro di un sottogenere che mostra un cambiamento sociale

Una donna viene rapita, picchiata, violentata, da uomini che hanno il diritto di stuprarla, perché lei è di loro proprietà, non di se stessa; sta proprio qui l’incaglio di uno dei generi che dà più spunti su questo: il Rape and Revenge (che rappresenta perfettamente i cambiamenti sociali per quanto riguarda la donna, prima ingabbiata in una prigione stereotipata poi finalmente liberata) in cui nella prima parte del film c’è la violenza sessuale subita e in alcuni casi addirittura l’uccisione della protagonista e nella seconda la vendetta da parte della vittima che si presenta come una giustiziera (l’apice di questo è Revenge della regista Coralie Fargeat), o della sua famiglia. In L’ultima casa a sinistra (1972), opera prima di Wes Craven, capostipite del filone, mostra due donne, Mari e Phyllis, rapite, picchiate, violentate, uccise da Krug e dalla sua banda – in cui c’è anche una donna, Sadie. Se la donna è ontologicamente “pura fica”, il Maschio, solo in parte inteso nella sua genitalità, è soprattutto azione, pensiero, politica e quindi mentre si compie la violenza sessuale vengono riposizionate le pedine: uomo=attivo, donna=passiva. Mari rappresenta, assieme a Phyllis, ciò di cui in questi anni alcuni uomini hanno paura, mostra orgogliosamente la sua ingenua e giovane sessualità, la sua indipendenza, la sua autonomia e per questo viene drammaticamente e brutalmente punita.

Brutta puttanella, ora ti sistemo io

Questo dicono gli stupratori alla vittima, perché per lo stupratore l’atto sessuale è un’arma, una punizione, un modo per riavere il loro potere. Sono utili le parole di Susan Brownmiller che nel 1975 in un suo testo definisce lo stupro: “un processo cosciente di intimidazione con cui tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura”. In altre parole, secondo Brownmiller gli stupratori non violentano perché hanno voglia di fare sesso, violentano perché desiderano esercitare un potere psicologico (e anche fisico) sulla donna, infatti nel film di Craven non c’è desiderio in quanto tale. L’occhio dello spettatore fa difficoltà a guardare, a mantenere lo sguardo, ad accettare l’immagine: c’è tutta la brutalità di chi vuole sopraffare, mettere in ginocchio, privare di identità, indipendenza, vita qualcun altro perché ha avuto l’ardire di prendersi il suo posto.

Lo stupro: partendo dal terreno sessuale per trionfare sul territorio sociale

Lo stupro rappresenta una mascolinità in crisi, bisognosa di conferme, la negoziazione della mascolinità avviene attraverso lo stupro. Pensando ad un film come I spit On Your Grave, sia nella versione del 1978 (Meir Zarchi) che in quella del 2010 (Steven R. Monroe), continua ad essere evidente che lo stupro non è una scena eroticizzata, la luce, la messa in scena non mirano a questo, non ci sono primi piani del corpo. Il branco umilia, stupra, sodomizza Jennifer, una ragazza che viene dalla città per trovare rifugio nella campagna, per poter lavorare al romanzo che sta scrivendo. Lei è arrivati lì da sola, è figlia della rivoluzione sessuale e femminista. Rappresentata come una privilegiata, cittadina di una New York viziosa e disinibita, affascina e “spaventa” i giovani, Johnny, Stanley, Andy e Matthew, che incontra in un distributore di benzina. Per loro lei è promiscua e provocatrice, proprio perché viene dalla città, e quindi pronta perché così deve essere e per questo la violentano. Nel ’78, al centro del dibattito, c’è ancora la colpa della vittima, colpa che qui è chiaro è nelle mani degli stupratori, uomini, ignoranti e violenti, intrappolati in una condizione economica-sociale stagnante. Lo stupro prende le forme per il gruppo di una sorta di sport maschile, un qualcosa che ha a che fare con l’ordine gerarchico, che diventa ordine sociale, e, solo alla fine, con il fare sesso. Nel remake del 2010 il motore d’azione è la perdita di mascolinità; infatti il tutto è scatenato da Johnny che non può sopportare il rifiuto di Jennifer – soprattutto di fronte agli altri – e così medita vendetta.

Quella misera puttanella è venuta qui per una sola ragione, mettersi in mostra e provocare tutti quelli che incontra. Sono tutte così, puttanelle di città che te la fanno credere e poi non ci stanno”

Questa versione dà una fotografia diversa. Lo stupro si trasforma in atto punitivo, in un gesto “disperato” per riprendersi il proprio posto: Johnny (ri)conferma il proprio potere – verso la donna, tra le fila del proprio gruppo e all’interno della comunità -, la sua appartenenza alla società fallocratica, dimostra il proprio controllo sociale e patriarcale e in tale modo lo restaura. Il punto di vista è quello maschile: uno degli stupratori ha una videocamera che filma ogni violenza, partendo dal corpo di Jennifer fino alle violenze perpetrate su di lei. L’atto sessuale imposto viene così spettacolarizzato e lo spettatore diventa un guardone che spia, quasi un complice di questa interminabile tragedia. Il linguaggio diventa un’arma crudele con cui la vittima viene ridicolizzata, resa alla stregua di un animale: “voglio vedere i tuoi denti, sei una puledra in mostra”, “mettiti in ginocchio e nitrisci”, “devi essere addomesticata puledrina”.

Jennifer nel momento in cui si vendica ripropone tutte le sevizie subite con attenzione certosina, umilia gli stupratori: sono cavalli da monta, e li evira perché non essendo Uomini non hanno bisogno del membro, li priva degli occhi, quelli stessi che l’hanno guardata, desiderata, spogliata, li immerge in un liquido abrasivo che li scarnifica come loro hanno fatto con lei.

La “cultura dello stupro” e la famosa scena de La Ciociara con Sophia Loren

Lo stupro non è solamente una delle azioni più deprecabili, abbiette, schifose ma è figlio di un atteggiamento, un modo di pensare; basti ricordare che proprio sullo stupro si basano le invettive “mediatiche” che gli uomini di qualunque schieramento politico, di qualunque ceto sociale spesso usano per ridicolizzare, offendere e zittire le donne. Esiste una “cultura dello stupro” che sta ad indicare diverse forme di violenza, non solo quella fisica, l’atto è un problema politico e non è un caso infatti che spesso è stata una “tecnica” con cui in guerra il vincitore ha ribadito la sua supremazia annientando le donne della popolazione vinta.

Torna alla memoria la tremenda scena di La Ciociara in cui Sophia Loren assiste alla violenza sulla figlia e la vi soggiace lei stessa. Una scena questa che ferisce gli occhi di chi guarda ed incredibilmente sembra rappresentare qualcosa di diverso rispetto ai film precedentemente citati; esplode il volto terrorizzato e piangente di queste due donne che subiscono ciò che subiscono perché rappresentano la Nazione sconfitta.

Urla, occhi sbarrati, bocche aperte che non riescono a emettere suoni, corpi che cercano di fuggire, di proteggersi fino all’ultimo, questo è il racconto di un’azione con un valore che va al di là della violenza stessa – cosa già questa di una gravità illimitata – toccando voragini ancora più profonde che riguardano la società, spesso incapace di tradurre non solo in parola ma anche in fatti il concetto di rispetto, di parità, di dignità. Spesso le immagini in movimento riescono ad arrivare e a smuovere ciò che una storia ascoltata non è in grado di fare e dunque possono servire a comprendere che molto si può e si deve ancora fare per la condizione della donna.

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