State of Play: il film con Russel Crowe è ispirato a una storia vera?

State of Play, diretto da Kevin Macdonald, regista scozzese autore di grandi produzioni come Un giorno a settembre, L’ultimo re di Scozia, The Mauritanian e la miniserie 22.11.63, è basato su uno show tv britannico, dal titolo omonimo, prodotto dalla BBC. Il film è uscito nelle sale statunitensi e italiane nel 2009, dopo una produzione travagliata che ha visto inizialmente Brad Pitt nel ruolo di protagonista, poi sostituito da Russell Crowe, e Edward Norton nei panni di un personaggio del cast principale, parte poi data a Ben Affleck. Accolto positivamente dalla critica, State of Play vinse venne candidato ad alcuni premi minori dell’industria cinematografica, raccogliendo comunque un buon successo anche al Box Office. Co-produzione tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia e da un soggetto di Paul Abbott, creatore della serie tv, il film presenta un cast di grandi attori: oltre a Russell Crowe e Ben Affleck sono presenti Rachel McAdams, Helen Mirren, Jason Bateman, Robin Wright, Jeff Daniels, Viola Davis, David Harbour e moltissimi altri.

State of Play si basa su fatti realmente accaduti?

State of Play

State of Play non è basato su una storia vera, ma è ispirato a un mondo, quello del giornalismo e della politica, che ha molti elementi realistici. Un omaggio ai classici del passato e una rappresentazione del molto dell’informazione dell’epoca, leggermente diversa rispetto a quello di oggi, e cioè meno dominato dalle notizie via web. State of Play racconta le indagini del giornalista del Washington Globe, Cal McAffrey, interpretato da Crowe, sul presunto suicidio di una donna, Sonia Baker, dipendente del governo degli Stati Uniti, assistente e amante di Stephen Collins, compagno del college di McAffrey, e membro del Congresso. Quando la blogger Della Frye, volto di Rachel McAdams, scopre una serie di dettagli sospetti sul caso, si unisce a McAffrey per indagare. I due giornalisti scoprono che una società chiamata PointCorp sta cercando di privatizzare la sicurezza degli Stati Uniti e aveva assunto la Baker per spiare Collins, che stava a sua volta conducendo un’indagine sul collegamento tra la PointCorp e alcune operazioni mercenarie internazionali. Solo alla fine del film verrà rivelato ciò che legava i numerosi omicidi che si sono susseguiti, svelando anche come dietro a tutta la situazione non ci sia un’unica persona.

La miniserie britannica del 2003 dalla quale è tratto State of Play, è stata diretta da David Yates ed era divisa in 6 episodi. Lo show seguiva un giornalista del The Herald che indagava sulla morte di un ragazzo di 15 anni e sul suo legame con la morte accidentale di una giovane donna. L’adattamento hollywoodiano del 2009 di Kevin Macdonald mantiene le stesse premesse e persino gli stessi nomi dei personaggi: Cal McCaffrey, Stephen Collins e Sonia Baker. Nella serie originale Kelly Macdonald interpreta la collega giornalista di Cal, Della Smith, il cui nome è stato cambiato in Della Frye per l’adattamento cinematografico.

Un mondo riconoscibile

State of play

Kevin Macdonald, durante un’intervista di Première dichiarò che l’atmosfera e il tono di State of Play erano ispirati ai film degli anni ’70. In particolare, in quell’occasione aveva citato il classico del 1976 di Alan J. Pakula Tutti gli uomini del Presidente, definendolo come il primo prodotto che lo portò alla scrittura del film. Entrambe le pellicole si concentrano su due giornalisti del Washington DC, con personalità diverse e che poi sviluppano uno stretto legame. Tutti gli uomini del Presidente si basava però su un libro, del 1974, scritto da Carl Bernstein e Bob Woodward, dal titolo omonimo, che raccontava della loro indagine sullo scandalo Watergate. In State of Play, i personaggi di Crowe e McAdams lavorano invece per pubblicare una storia fittizia. Il film di Macdonald è un thriller sui generis, ed è tematicamente sulla stessa linea di alcuni classici degli anni ’70 come Chinatown, La conversazione e Perché un assassino.

In un’intervista di The Guardian, Macdonald sottolinea la sua intenzione di “aggiornare” la serie della BBC perché “non era ambientata in nessun mondo giornalistico riconoscibile“. Per State of Play il regista ha invece ricevuto consigli dal Washington Post; lo stesso Abbott dichiarò, anche con un certo orgoglio, che lui non aveva fatto alcuna ricerca sul mondo del giornalismo, definendola una scelta. Il film di Macdonald si conclude così come un omaggio all’industria dell’informazione e al giornalismo d’inchiesta. “Pensavo che la crisi giornalistica fosse qualcosa da esplorare“, ha dichiarato il regista durante un’intervista. “Io amo il film Tutti gli uomini del presidente e ad essere sincero tutti i film che parlano di giornalismo. Pensavo che fosse giusto girare uno degli ultimi film sul giornalismo prima che i giornali stessi scompaiano“.

Leggi anche La grande partita: la storia vera del re degli scacchi Bobby Fischer

Articoli correlati