Soledad – 5 motivi per vedere il film di Agustina Macri

Una storia di cronaca tra amore e anarchia che dagli anni novanta ha lasciato la sua traccia anche al cinema.

- Ultimo aggiornamento: 17 Giugno 2019 10:14 - Tempo di lettura: 5 minuti

Siamo negli anni novanta e Sole, ventitreenne argentina, arriva in Italia per studiare. Il suo percorso universitario s’intreccia con la frequentazione di centri occupati. Conosce un circolo anarchico a Torino del quale inizia a condividere gli ideali di lotta contro il potere costituito. Il percorso è intenso e porta con sé anche una novità chiamata amore. Intanto le gallerie nella Val di Susa e l’apparato politico e amministrativo che le sta costruendo incarnano il nemico. Il sistema è il nemico. Baleno lo sa bene, così premette alla ragazza di diventare sua compagna di battaglia prima ancora di essere appassionati amanti.

Soledad, il film di Agustina Macri, carico di significati intorno al concetto di rivoluzione e rappresentazioni di movimenti giovanili segna come fosse uno squarcio lo spettatore, costringendolo a un impatto duro con una visione politica estrema e controversa come l’anarchia. 

Presentato in anteprima ad Alice nella Città – sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, la produzione italo-argentina risulta alla visione come un continuo rotolare d’ideali utopici quanto la sua narrazione drammaturgica mantiene, invece, un rigore e un ordine estetico mirabili per essere un’opera prima. Il film ci è piaciuto molto, si inserisce in quel panorama di lavori sulla lotta politica trattando con polso e grazia la vicenda di Sole e Baleno, coppia di anarchici coinvolti in attentati, successivamente arrestati, ma il finale non lo sveleremo, anche se è già noto dalle cronache. Sicuramente non il solito biopic o film verità, andrebbe visto per alcuni motivi che lo rendono, a suo modo, speciale.

5. Soledad: anarchia e affresco sociale anni novanta

Siamo nel bel mezzo di una ricostruzione scenica minuziosa della Torino anni novanta. Abbigliamento, automobili, ma soprattutto insieme a dettagli scenici come manifesti, telefoni e radio (splendida la sequenza dei titoli di testa che ruota intorno a una cassetta ascoltata in treno) ricreano un’atmosfera che solo vent’anni dopo potremmo definire quasi grunge. I costumi sono di Lavinia Bonsignore, mentre le scenografie le ha realizzate Maurizio Kovacs. Se le ambientazioni ci immergono lucidamente in quegli anni, la documentazione raccolta dalla regista per seguire le cronache vicine ai fatti realmente accaduti non è da meno. Funziona molto bene l’utilizzo di giornali e notizie sugli attentati dinamitardi intorno alla Tav, e tutte queste tessere, più molte altre, vanno a comporre un mosaico vasto e complesso dell’epoca che fa da sfondo alla storia, riuscendo a integrarsi con equilibrio, ma senza mollare mai la presa drammatica sul pubblico.  

4. Soledad: Giulio Corso e un cast dirompente 

Lo abbiamo visto recentemente nel Paradiso delle signore, fiction Rai dalla fragranza inamidata, invece in Soledad l’attore che interpreta Edo/Baleno, dimostra un carattere molto più tridimensionale, pieno di giuste sporcature e microespressioni per un personaggio ruvido e solo contro il mondo. Si tratta di Giulio Corso. In teatro ha lavorato in Rapunzel con Lorella Cuccarini e quest’inverno è stato Danny Zucko in Grease, mentre per la fiction ha recitato in Rocco ChinniciIl Commissario Montalbano. Fisico prestante e faccia pulita da bravo ragazzo, trasmette le ombre di uno spirito indomabile e di un disagio sociale incanalati nella lotta politica. Se la sua presenza risulta fondamentale per apportare forza al film, dalle parti della grazia troviamo Vera Spinetta. Un’attrice dal talento naturale che raccoglie, restituendole insieme a un senso di fragilità che si autoimpone a determinazione in un vortice di eventi più grandi del suo personaggio. Accanto vi sono anche un Marco Cocci sempre in un ruolo un po’ istrionico, ma stavolta più potente del solito. E non possiamo dimenticare il ruolo ricoperto da Marco Leonardi, che da sbirro senza troppi scrupoli completerà il suo passaggio a poliziotto rispettoso della detenuta e del suo dolore.

3. Soledad: storia d’amore e prigionia che parte da un libro

Tratto dal saggio Amore e Anarchia – La vita urgente di Soledad Rosas 1974-1998, di Martin Caparros edito in Italia da Einaudi, il nostro film segue la vicenda della relazione pericolosa di Sole e Baleno soffermandosi sul presente della laison amorosa e della lotta politica. Il libro gira a 360 gradi intorno alla ragazza, descrivendone approfonditamente le origini, nel film, invece, solo accennate per necessità ma perfettamente contratte in pochissime scene ambientate in Argentina con i genitori di Sole. Fughe veloci e la prigionia struggente sono allo stesso modo pregne di coscienza incosciente dell’amore. Il legame va oltre il credo politico, oltre l’ideale anarchico pur sempre presente. Ma due ragazzi, due anime intrecciate tragicamente fino e oltre la fine, sono destinati ad essere immortalati come moderne icone d’anarchia. Nella bibliografia utile per gli attori e la regista vi è anche il romanzo Le scarpe dei suicidi, di Tobia Imperato, lo sguardo più direttamente politico sulla vicenda che si stacca dalla documentazione per approdare alla vita vissuta.

2. Soledad: l’esordio brillante della figlia del presidente

Agustina Macri è la figlia dell’attuale Presidente della Repubblica Argentina. Suona quantomeno strano un binomio simile, tra il ruolo sociale della regista e la storia della coppia anarchica nel pastiche. Eppure, partendo da una formazione d’alta borghesia, e nonostante si trovi all’opera prima, la Macri non concede mai riflessioni pietiste, tipiche del potere, se vogliamo. Né si abbandona a tratti spettacolarizzanti ed estetizzanti per rifare il trucco alla veridicità. La sua onestà intellettuale guarda intensamente alle persone prima che ai personaggi. I tratti umani determinano qualsiasi credo, ma non è mai scontato riuscire a raccontarli parallelamente senza provocare stridori. Visione asciutta, anzi polverosa dei centri occupati, le relazioni basate molto spesso più sui non detti che sulle parole, i fatti raccontati senza criminalizzare né la parte anarchica né quella del sistema (quindi poliziotti e magistrati) caratterizzano questo lavoro che dimostra già una maturità importante della regista.

1. Soledad: toccare con mano la realtà 

Presentato in anteprima ad Alice nella Città – sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, Soledad arriva in sala il 13 giugno e ha già avuto molte critiche positive dalla stampa di settore. L’ultima parola però, come sempre, spetta al pubblico. Nonostante l’anarchia in Italia non abbia mai riscosso troppo successo, né culturale, quantomeno d’informazione mainstream (tant’è vero che i volantini di alcuni gruppi anarchici per boicottare il film non hanno fatto molta notizia ai tempi delle riprese), c’è da dire che il nostro pubblico si è sempre dimostrato incline a film del genere. Basti pensare a film come Diaz – Non pulire questo sangue o Sulla mia pelle, che hanno dato modo al pubblico di addentrarsi in fatti di cronaca scottanti. In questo senso, Soledad offre allo spettatore la possibilità di toccare un angolo di quel mondo anarchico attraverso una vicenda struggente, quindi con la possibilità di due piani di lettura, uno politico, l’altro sentimentale.