Serenity scena finale cinematographe.it

Scritto e diretto da Steven Knight, sceneggiatore del film Allied di Robert Zemeckis, Serenity segue l’esistenza di Baker Dill, il capitano di un peschereccio interpretato da Matthew McConaughey, la cui vita cambierà a partire dall’incontro con l’ex moglie Karen che gli proporrà di aiutarla nella realizzazione di un crimine: uccidere il suo attuale marito, Frank Zariakas, un uomo crudele che abusa di lei.

Oltre a quella del brillante Matthew McConaughey, il lungometraggio vanta la presenza all’interno del cast di Anne Hathaway nei panni della protagonista femminile, Jason Clarke (Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie) nel ruolo del marito violento, Diane Lane (House of Cards, Justice League), Djimon Hounsou e Jeremy Strong.

Distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 25 gennaio 2019, il film di Steven Knight è stato accolto negativamente dalla maggior parte della critica americana che si è lamentata della sceneggiatura, scarna e inconcludente, e dei colpi di scena così banali da sembrare ridicoli. Eppure molti hanno ammesso che molteplici scelte narrative erano così brutta da risultare interessanti e piacevoli, in modo particolare il finale che, a causa della sua complessità, ha bisogno di un’accurata spiegazione. Inutile specificare che, lungo l’intero articolo, ci saranno numerosi spoiler.

Serenity: la spiegazione del finale del film

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Per la maggior parte della sua durata, Serenity è caratterizzato dalla presenza dei classici elementi della tradizione noir ed è proprio per questo che, ad occhi di numerosi critici, la scena finale è stata una scelta che si oppone all’essenza del lungometraggio, arrivando quasi a stonare con tutte le scelte proposte dal regista: in maniera del tutto inaspettata, Steven Knight decide di eliminare del tutto la presenza del libero arbitrio e offre allo spettatore un plot twist in grado di confonderlo e, quindi, colpirlo nel profondo.

Riprendendo un’atmosfera molto simile a quella creata in The Truman Show, realizzato da Peter Weir nel 1998, il film si conclude con la scoperta che, in realtà, il protagonista Baker è incapace di controllare le proprie azioni in quanto è controllato da qualcun altro. Plymouth Island sarebbe, quindi, la simulazione virtuale di una realtà che non esiste e che non potrà mai esistere. Si tratta solamente di un videogioco creato da Patrick (Rafael Sayegh) e a cui tutti i personaggi che compaiono nel film sono costretti a partecipare. Ma come si viene a smascherare tutto ciò? E chi è Patrick?

Dopo che Baker Dill accetta di uccidere il marito violento dell’ex moglie Karen, il protagonista viene visitato da uno strano uomo d’affari di nome Reid Miller –interprato di Jeremy Strong– che gli dichiara cose misteriose e, all’apparenza, insensantie, quali “I am the rules” (“io sono le regole”, ndr) e “playing my part in a game” (“sto interpretando la mia parte in un gioco”, ndr). Questo è il primo indizio.

Steven Knight sparge diversi indizi in modo da far capire allo spettatore che, in realtà, il macrocosmo di Serenity è solamente un mondo simulato. Fin dall’inizio. Nella scena iniziale, infatti, viene mostrato un primo piano sugli occhi di Patrick, quasi a voler suggerire che tutta la vicenda è reinterpretata sotto il suo personale punto di vista.

Serenity: chi è il creatore dell’isola di Plymouth?

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Se l’isola di Plymouth è, in realtà, solamente frutto di un videogioco, chi è il suo creatore? Si tratta del sopracitato Patrick che, interpretato da Rafael Sayegh, si rivela essere il figlio di Baker Dill e Karen Zariakas, sin dal principio di Serenity. Il ragazzo è subito presentato come un giovane molto intelligente e in grado di programmare con estrema facilità videogiochi e altri software. Anche a causa della sua indole, Patrick si è da sempre rinchiuso nella sua camera, giocando e cercando di migliorare e rendere sempre più verosimile il suo videogioco che è concentrato sul mondo della pesca. Ma perché?

Si tratta di un omaggio al padre ormai defunto: la passione da lui provata nei confronti della disciplina è uno degli ultimi ricordi del ragazzo. Sotto tale ottica, Baker Dill, quindi, non sarebbe altro che un avatar, una proiezione virtuale del padre, morto durante una missione militare in Iraq. Il videogioco, però, non rappresenterebbe solamente un passatempo, ma rappresenterebbe l’unico modo che permette a Patrick di vivere serenamente, estraniandosi da una realtà fatta di violenza e dolore: lui e la madre, infatti, sono veramente vittime di abusi domestici.

I difetti che vengono riconosciuti dai critici, quali la  debolezza della sceneggiatura e la mancanza di personaggi psicologicamente complessi, diventerebbero delle qualità necessarie all’interno della narrazione di Serenity, il cui mondo è generato e gestito in toto da un adolescente, incapace di definire nel dettaglio e in profondità un intero macrocosmo. Che questa volta il giudizio complessivo della critica sia veramente sbagliato?

Serenity è al cinema dal 18 luglio 2019 con Lucky Red e Universal Pictures.

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