Un dolore, lungo, che non finisce mai. Una ferita sempre aperta che continua a sanguinare ancora e ancora provocando lo stesso bruciare di quando nel 1998 Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg è arrivato al cinema. La pellicola di uno dei registi più amati mostra un mondo sconvolto, colpito a morte, in cui non c’è possibilità di salvezza, neanche emotiva. I corpi saltano, i fratelli muoiono, gli amici se ne vanno di fronte agli occhi dei compagni. Al centro mutilazioni, ferite, braccia, teste, gambe che esplodono, viscere che escono; nulla è più naturale ma tutto è così umano da diventare disumano.

In Salvate il soldato Ryan Spielberg racconta la Seconda guerra mondiale, in particolare il giorno del D-Day, con brutalità e crudele poesia, con durezza e struggente speranza (di sopravvivere, di tornare, di riavere la vita). Una madre americana sta per ricevere una notizia insensata e incomprensibile: la morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Al capitano Miller, un sempre meraviglioso Tom Hanks, viene dato l’ordine di ritrovare il quarto fratello, Ryan, sbarcato in Normandia, e di riportarlo a casa.

Salvate il soldato Ryan: il racconto dello sbarco

I primi venti minuti del film sono una vera agonia, squarciano le carni di chi guarda non solo perché rappresentano la Storia, quella realmente accaduta, ma perché per estensione rappresentano ogni guerra, di ogni latitudine e di ogni tempo. Quei minuti che valgono tutto Salvate il soldato Ryan mostrano in maniera spietata lo sbarco sulla famosa spiaggia di Omaha, punto avanzato e cruciale dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. Spielberg si immerge in quella giornata, non ha paura né di essere troppo vero, insiste sui dettagli, mostra il dolore, la rassegnazione, la paura, il suo occhio è talmente “impietoso” da indagare ogni piega dei sentimenti, ogni parte del corpo, ogni sussurro nell’orecchio di chi sta morendo eppure proprio in quei momenti il regista parla contro la guerra.

Lo spettatore viene portato lì, dove l’azione accade, dove la guerra miete vittime, dove sembra che non ci sia Dio e ne capisce l’inquietante e dolorosa banalità: nonostante le perdite, i corpi che ora riposano in pace, le lesioni da ricucire, le fratture da ricomporre, lo sbarco si chiude con successo.

Un’altra battaglia però ha inizio, quella che deve affrontare Miller assieme ai suoi uomini per ritrovare l’unico Ryan ancora in vita, quello che riuscirà ad essere, anche se sembra impossibile, panacea dello strazio di una madre che ha perso ben tre dei suoi quattro figli.

Salvate il soldato Ryan: il racconto di una storia vera

Il capitano accetta questa missione nella speranza di poter tornare dalla famiglia, nella speranza di riscattarsi da ciò che è costretto a fare per sopravvivere in guerra. Stanco, sfiancato, sfiduciato, dimostra la profonda scissione che c’è in lui: da una parte c’è l’uomo con tutte le sue fragilità, paure, difficoltà, dall’altra quello d’armi, coraggioso, sicuro, a capo di altri uomini come lui, che proprio in virtù della divisa che porta deve obbedire ed eseguire gli ordini. Mentre è alla disperata ricerca di quel ragazzo a cui dovrà dire cosa è accaduto ai fratelli, cadono a poco a poco le difese, e cadono anche alcuni dei suoi, ma non perde mai di vista la missione. Ryan (Matt Damon) sembra quasi un miraggio, qualcuno a cui non si arriverà mai, ma poi nel momento in cui lo trovano si scontrano con un soldato che non solo non vuole lasciare il campo di battaglia ma anche e sopratutto quelli che per lui ormai sono fratelli.

Spielberg, ancora una volta affonda le mani nella materia molle, trae ispirazione infatti da una storia vera, quella dei fratelli Niland, soldati dell’esercito Usa, che in momenti diversi perdono la vita in battaglia. Solo uno sembra essere ancora vivo poi nella realtà si scopre che era sopravvissuto anche un altro fratello. L’unico superstite verrà riassegnato ad un’unità non combattente, estremo e ultimo atto di pietà per gli altri Niland morti per la patria. Il regista ha modificato la storia aggiungendo alcuni particolari per rendere più cinematografica la storia. Il Niland di celluloide, come Miller, sono metafora di eroi americani, che vanno fino in fondo, che non mollano; e infatti Ryan si trova nella disperazione più totale, ma, quasi abituato alla morte, alla perdita, si aggrappa alla “normalità” che conosce: lui è un soldato, non un codardo che abbandona. Come non lo è il capitano che combatte fino all’ultimo e Spielberg completa il suo percorso facendogli portare a termine la missione (ritrova Ryan che riesce a tornare a casa) e ascrivendolo all’iconografia eroica.

Salvate il soldato Ryan: il male che ignora le bandiere

Ciò che emerge è la condanna della guerra come atto banalmente osceno nella sua stolta inutilità; lo spettatore è di fronte ad un male che non conosce confini, che non risparmia nessuno. Le uniformi che differenziano gli uni dagli altri sono solo un involucro che nasconde un uomo simile in tutto e per tutto a quello che ha di fronte e che deve uccidere. Proprio nel finale, mentre la Morte colpisce indiscriminatamente, chi guarda comprende a pieno la ragione di un film come questo che nel mostrare cadaveri e sangue scrive uno struggente e violento inno alla vita.

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