Dal 28 novembre è in sala in Italia con Lucky Red Un giorno di pioggia a New York, la nuova ultima fatica di un autore chiamato Woody Allen. Il titolo fermamente poetico nasconde tra le pieghe dell’ombrello rosso in locandina la storia di questi due ragazzi poco più che ventenni che, persi in una New York piovosa e di mezza stagione, dovranno confrontarsi con le piccole e grandi scosse dovute a una relazione che inizia a traballare. I giovani protagonisti interpretati da Elle Fanning e Timothée Chalamet (rispettivamente di 21 e 23 anni) aderiscono infatti perfettamente ai loro personaggi che si affacciano ad un’età adulta complessa dopo un’adolescenza, viene da immaginarsi, libera da pensieri pesanti.

Mai come in questo film Allen tratteggia con precisione un’età più lontana dalla propria. Oggi il cineasta newyorkese, 84 candeline il primo dicembre, porta sul grande schermo character che hanno circa un quarto delle sue lune, ma li fa completamente propri senza snaturarne vizi e virtù di chi sbaglia e impara trasportato dall’esplosività della giovinezza e dalle prime importanti esperienze di coppia. Anzi, riesce a rendere trasversalmente empatica una storia scritta sui giovani ma raccontata con i ritmi immortali del suo cinema fatto di suoni e immagini ben precisi.

Un giorno di pioggia a New York: il jazz senza tempo e il profumo di arance sotto la luce di Storaro

un giorno di pioggia a new york woody allen cinematographe.it

In questo decennio Allen, geniale ma non infallibile, resta sempre legato a un altissimo range di qualità e intrattenimento. Con la sua filmografia ci ha ancora parlato di sentimenti e relazioni umane in maniera sincopata, come un buon jazz: sempre imprevedibile, ma sempre familiare. Il suo cubo magico di sei colori e sette note cinematografiche ha girato sempre agevolmente intorno allo spettatore, ma con Midnight in Paris, Blu Jasmine, Irrational Man, La Ruota delle Meraviglie e appunto con A rainy day in New York, ha toccato nuove e soffici vette del suo lavoro. Non si può dire lo stesso riguardo a Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Magic in the Moonlight, Café Society, e neanche del giustamente bistrattato To Rome with Love. Di questi ultimi alcuni semplicemente leggeri ma pur sempre di discreto intrattenimento, altri più impalpabili e svolazzanti, quantomeno rispetto al calibro del suo cinema. Ma per la legge dei grandi numeri, praticamente un film all’anno da oltre quarant’anni di carriera, qualche piccola perdita di quota e rare defaillance rendono semplicemente umana la sua filmografia insieme a un regista che si è già assicurato l’immortalità artistica da qualche decennio.

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Sotto nuovi scorci e tagli visivi della Grande Mela Allen torna Woody: di nuovo giovane attraverso i suoi Elle e Timothée. La loro mirabolante love story dai risvolti incerti ci parla di ambizioni, relazioni familiari tese tra due generazioni, i tradimenti e l’idea degli stessi, gelosia e libertà quanto il libertinismo confuso con la determinazione professionale, e soprattutto si esplorano certe distrazioni del caso usate nella coppia come spugne autoassolutorie. Tutto dai punti di vista di due ventenni, e con una raffinatezza unica, il marchio Allen torna a risplendere sotto la pioggia. Il format dei titoli di testa su nero apre il suo nuovo capitolo di cinema, e il jazz del secolo scorso accompagna tutto il pastiche punteggiando, in note di corda o fiati, sentimenti ed incertezze dei protagonisti. Per la precisione si tratta di musica più o meno coetanea al regista. Abbiamo, a parte tracce contemporanee di T. Kelley e Selena Gomez, tra l’altro terza attrice nel film, jazzisti attivi nella prima metà del novecento come Irving Berlin, oltre al classicissimo Rachmaninoff, ma anche Alan Jay Lerner, Tom Adair, Erroll Garner e Stan Hope. Sono loro a dettare la cadenza ritmica di questa allegorica pioggia alleniana.

Il suo cinema sensoriale ci fa pure sentire profumo di arance in una scena che sarà meglio non anticipare. La dolcezza sbarazzina di Elle e la riflessività quasi ossessiva del giovane Timothée vengono illuminate da Vittorio Storaro. Il maestro di luce apre il cielo piovoso di N.Y.C. come fosse un sipario, creando scorci di luce non caravaggeschi come in Apocalipse Now. Lì la luce era netta, tagliente, qui morbida e carezzevole si dipana come un’innocenza benevola per accarezzare di sole questa ragazza di viso e speranze rosei. Ma segue pure l’arzigogolato sentire del suo lui tra le pozzanghere e le case asciutte di amici coinvolti in problemi di coppia ben più seri. Da questo punto di vista il discorso visivo si fa simile a quello della Ruota delle Meraviglie.

Woody Allen e l’età giovane, dal 2003 a oggi

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La gioventù è un tema sempre trattato da Allen, ma costantemente con una consapevolezza adulta dei personaggi. Poi il tempo lo ha distanziato da questa, facendogli preferire la maturità di coppie infrante o personaggi pluridivorziati, per riprenderla a due mani nel nuovo millennio. Accadeva in Cafè Society per lo scaltro personaggio dell’allora ventunenne Scarlett Johansson in Match Point. Mentre in Anything Else lo stesso Allen scendeva come consigliere tra la coppia Christina Ricci e Jason Biggs e in Basta che funzioni utilizzava il comico attempato Larry David come suo feticcio per la relazione con la molto più giovane Eva Rachel Wood. Sembra che questi due titoli abbiano prodotto una linea di demarcazione sull’età dei protagonisti proiettando Allen come autore maturo, magari anziano, ma soltanto nei documenti. In questo stesso periodo, tra il 2003 di Anything Else e il 2016 di Cafè Society si trova per la prima volta anche un cuore a tre voci che vira su dramma e thrilling: Mach Point in primis, Scoop e infine Sogni e delitti. Leggere l’innesto di questi generi inediti per il cinema di Allen come una cesoia a esorcizzare la propria età potrebbe essere per noi giusto un esercizio di stile, compito forse più sensato sarebbe invece una riflessione psicanalitica. Ma l’osservazione che ci interessa seguire è quella che sa squisitamente di cinema.

Il nuovo Woody: Griffin Newman e il cast di giovani leve

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Tornando all’opera senza tempo dell’autore originario di Brooklyn, sarebbe utile ricordare Manhattan, esempio lampante di cinema in senso assoluto e monumentale sotto ogni punto di vista. Anche lì però la musica era il jazz, le note senza tempo, pure se di portata orchestrale di Gershwin. Su questa ennesima linea newyorkese ancora miracolosamente originale, tra note cadenzate e personaggi dai sentimenti che scoppiettano magicamente a tempo come pop corn, Allen piazza in A Rainy Day in New York un suo nuovo feticcio. È Griffin Newman, giovanissimo stand-up comedian con quella postura un po’ insicura che aveva anche nel supereroe insetto in The Tick, ma soprattutto con gli occhialini dall’inconfondibile montatura nera in celluloide e l’impermeabile verde. Somiglia tantissimo al Woody dei primi tempi. Griffin interpreta l’amico di Timothée, quello che con la sorellina sbocciata in un’affascinante Selena Gomez farà giusto un cameo nella prima parte del film.

Insomma, Fanning, Chalamet, Gomez, Newman. Le nuove leve di Allen sono giovani star ed emergenti che lo ringiovaniscono. Il suo film, parlando lingue immortali come amore e musica ha il potenziale per coinvolgere un pubblico adulto e maturo grazie a dialoghi sempre in punta di fioretto e perfettamente cuciti su ogni attore e attrice, ma allo stesso tempo potrebbe conquistare gli spettatori coetanei di attori e personaggi per i classici meccanismi di identificazione. Ma pure per il gusto bohémien di queste corse su e giù per una piovosa, irresistibile New York tutta da sognare a occhi aperti. Anche con l’ombrello.

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