Mon Roi - Il mio Re cinematographe.it

Strutturato come un climax di ricordi, pentimenti ed emozioni, Mon Roi – Il mio Re, film diretto da Maïwenn Le Besco nel 2015, raggiunge il proprio apice nella scena finale che, realisticamente brutale, potrebbe mettere in difficoltà il pubblico, spiazzato dal comportamento della protagonista femminile, interpretata da un’Emmanuelle Bercot così brillante da essersi guadagnata, per questa performance, il titolo di Migliore interpretazione femminile alla 68ª edizione del Festival di Cannes.

Avvocatessa di successo, competitiva nel lavoro e affascinante nella sfera privata, Tony Jézéquel (Emmanuelle Bercot) viene ricoverata in un centro di riabilitazione per un lungo tempo a causa di un grave incidente sciistico. Il periodo passato nella struttura, tuttavia, non la aiuterà solamente dal punto di vista fisico, ma rappresenterà un momento di grande crescita e miglioramento psicologico. Immersa in un ambiente completamente diverso da quello a cui era sempre stata abituata, circondata dalla spensieratezza della giovane età dei pazienti del centro, Tony riesce a conoscere meglio sé stessa, facendo luce sulla burrascosa e auto-distruttiva relazione con l’ex-marito Georgio Milevski (Vincent Cassel).

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Film impregnato su un’ottica femminile così potente da essere riconoscibile fin dalla prima visione, Mon Roi – Il mio Re è un’analisi che, sebbene pare quasi voler essere riconosciuta come lucida e priva della lente deformatrice della soggettività, prende in prestito molti caratteri del moderno cinema melodrammatico francese, cinema che, pur esplicitando i sentimenti fino al loro limite, fino all’eccesso, riesce a risultare completamente realistico e, quindi, credibile. In particolar modo, la criptica scena finale, la quale si presenta al pubblico come la chiave di lettura dell’intero lungometraggio che, dopo essere stato sviluppato come una serie di lunghi flashback, ritorna a narrare il presente solo con l’epilogo.

Mon Roi – Il mio re: la spiegazione della scena finale

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Mon Roi – Il mio Re restituisce, attraverso immagini, lo sguardo di una donna innamorata di un uomo che crea in lei solamente dolore e insicurezze, un uomo che, osservato solamente con gli occhi di lei, viene trasfigurato secondo i sentimenti della protagonista.

Esplorando l’istintività e il carattere autodistruttivo delle cosiddette relazioni sbagliate, il lungometraggio di Maïwenn Le Besco è caratterizzato da un sadismo implicito che, dominando l’intera pellicola, sembrerebbe essere annientato dal personaggio femminile solamente con l’avvento della scena finale. Sì, non è esagerato parlare di sadismo, dato che il film mette in scena sia il piacere che le persone provano nell’infliggere dolore a coloro che dichiarano di amare, che il masochismo dell’altra metà della coppia, di coloro che accettano di essere complici in questo gioco pericoloso e morboso. Essendo un film in cui viene offerto unicamente un punto di vista (quello femminile), Mon Roi – Il mio Re si presenta deformato dalle emozioni della donna. Non come un’analisi attendibile e realistica dell’esperienza amorosa di Tony e Georgio. Anche la scena finale, quindi, appare criptica, modificata dai pensieri della donna e difficile da interpretare univocamente.

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Quando, in seguito al colloquio riguardante il rendimento scolastico del figlio e a cui sono presenti entrambi i personaggi principali della pellicola, Georgio si alza, lasciando la stanza senza rivolgere nemmeno un saluto a Tony, l’uomo sta ancora controllando la donna, decidendo d’ignorarla? Non sembrerebbe. Una volta alzatosi dalla sedia, Georgio attira lo sguardo del personaggio interpretato da Emmanuelle Bercot, la quale si gira a osservarlo. Sembra essere quasi stranita, totalmente estraniata dalle emozioni che prova per l’uomo che la sta lasciando lì, ad aspettare. Nei suoi occhi, per la prima volta all’interno di tutto il lungometraggio, sembra quasi esserci una scintilla di razionalità: Tony sembra aver capito quanto l’amore che la lega all’ex-marito sia tossico, sembra aver accettato che tutto è giunto a un termine, sembra essersi finalmente riconciliata con se stessa.

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