Abbiamo incontrato Margherita Buy e Ivano De Matteo alla presentazione del film La vita possibile. L’attrice e il regista si sono raccontati in una piacevole intervista, che vi riportiamo di seguito.

Il rapporto tra Anna e Carla mette in luce la solidarietà femminile. Ci sono dei tratti del personaggio di Anna che ha vissuto in modo più intenso?

Margherita Buy: Anna e Carla sono due donne molto diverse, che hanno avuto un passato in comune, sono state amiche. Anna ha una vita molto più borghese, si è sposata e ha un figlio; Carla invece è una persona molto più infantile, però c’è uno spirito d’amicizia che è rimasto, che vive ancora.

E proprio la loro amicizia e solidarietà è il motore del film. Credo che tutti noi ripeschiamo dentro di noi le nostre emozioni, che magari non sono esattamente quelle messe in luce nel film, ma in qualche modo si avvicinano molto. Ci sono sempre dei ruoli in cui si raggiunge anche del dolore, che è finzione ma che in realtà ti appartiene. Questa era una storia a tratti molto drammatica. In particolare, essendo anch’io una madre, mi ha toccata molto il rapporto con il bambino, il senso di colpa e di protezione nei suoi confronti.

Margherita Buy: “mi ha toccata molto il rapporto con il bambino, il senso di colpa e di protezione nei suoi confronti”

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Margherita Buy e Valeria Golino in una scena del film
Anna è una donna forte, che sceglie la vita, scappa con il figlio…Da dove nasce la forza di Anna e dove dovrebbe nascere la forza delle donne che vivono la sua stessa situazione?

Buy: Sicuramente il fatto di avere un figlio e il fatto che proprio lui assiste all’ennesimo atto di violenza del marito è importante per la scelta di Anna. Essere madre ed essere protettiva nei confronti di un bambino che non può più vivere questo tipo di vita… Ma anche Anna è una persona ferita e la sua forza deriva in parte dal figlio e in parte dalla sua amica Carla, che decide di accoglierla in casa senza nemmeno rifletterci un secondo.

Senza figlio sarebbe stato più difficile?

Margherita Buy: Penso di sì. Penso che una donna da sola non abbia questa forza di madre, questo istinto protettivo verso se stessa tanto forte come quello che può avere nei confronti di suo figlio.

Ivano De Matteo, com’è stato lavorare con Andrea Pittorino da regista?

Ivano De Matteo: Lavorare con un bambino è sempre difficile; io ho avuto modo di lavorare in Gli equilibristi con un altro bambino ma era mio figlio, quindi era un po’ più facile. Mio figlio aveva pochi giorni di lavoro, mentre Andrea è stato sempre in scena.

Le difficoltà sono state il fatto che doveva studiare, quindi andava in roulotte e studiava tra una scena e l’altra. È un bambino molto preciso e Margherita era diventata madre sia nel film che nella vita reale, e io suo padre. Eravamo tutti molto protettivi. Anche lui è stato sotto pressione perché era un lavoro molto delicato. Però è un professionista. Da autore devo dire che è stato fatto un bellissimo lavoro. Lui è il motore di tutto, scatena le varie storie e situazioni e diventa quasi come un piccolo romanzo di formazione del bambino.

E da attrice?

Margherita Buy: anch’io ho imparato molto da lui, sa tutto. Sa le sue battute, le mie, sa dove mettersi…
Chiaramente ha 13 anni quindi a volte giocava e faceva gli scherzi, ma tutto nella normalità. Alla fine trascorreva 10 ore sul set e la pazienza che ha avuto lui non ce l’hanno nemmeno tanti attori adulti. Ero molto preoccupata che non ce la facesse a reggere questi ritmi, invece è stato veramente bravo. Lui era preparatissimo e ho imparato da lui veramente tante cose. Aveva un impegno e una concentrazione sul lavoro invidiabile. E magari quando finiva di girare una scena iniziava a scherzare o ti chiedeva scusa se ti aveva appena trattato male in una scena del film.

Ivano De Matteo: “nel film non c’è odio, volevo puntare su altri sentimenti, perché l’odio genera sentimenti peggiori”

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Ivano De Matteo, Margherita Buy e Andrea Pittorino sul set di La vita possibile
È un film in cui c’è tanta angoscia ma non un sentimento di odio…

De Matteo: Questo è vero, non volevo mettere odio e astio. Sentendo i racconti delle donne che ho raccolto prima della stesura del film, notavo che ciò che veniva fuori era non il sentimento dell’odio ma un senso quasi di pietà.

Nessuna ha mai detto “Vorrei ucciderlo”. C’era un schifo, pietà, delusione, ma non odio. Questo è un film dove c’è la violenza di un uomo, l’amicizia di una donna e l’amore del bambino. Quindi volevo puntare su altri sentimenti, altrimenti avrei fatto un altro genere di film, anche perché l’odio scatena un altro genere di sentimenti peggiori. Mi sono limitato a raccontare la storia di Anna, che è basata sul racconto di una donna che ha vissuto tutto questo in prima persona. Ma ho preferito raccontare il dopo.

La vita possibile è un film di speranza e rinascita. Considera il finale un happy ending o un finale aperto?

De Matteo: Il finale dei miei film è quasi sempre aperto. Anche in questo caso non vedo un happy ending ma un finale aperto: se dovessi continuare la storia, la legge dice che se il marito volesse rintracciare la moglie, potrebbe scoprirlo.

Alla fine io ho solo fatto integrare il ragazzino. Il lieto fine ci sarebbe stato qualora lei si fosse sposata con il francese, avesse trovato una casa (perché la sta ancora cercando), avesse cambiato lavoro…trovo che oggi ci sia il bisogno di trovare il macabro e la violenza e stiamo diventando dei guardoni che si abituano all’odio, c’è la virtualizzazione del dolore. Lo sappiamo come le donne vengono picchiate, ci sono trasmissioni dove ricreano le scene, le botte e il sangue…E sta diventando una normalizzazione. Volevo distaccarmi da tutto questo, ma allo stesso tempo non posso dire che sia un lieto fine.

Non è la prima volta che collabora con Francesco Cerasi, com’è nata la colonna sonora?

De Matteo: Questo è il nostro quinto film insieme. Io scrivo la sceneggiatura e lui la musica, passo per passo. Spesso uso un tema finale per chiudere il film e in questo caso avevo montato il finale con un’altra musica, infatti avevo scelto Il mondo di Jimmy Fontana. Mi piaceva quel finale perché la musica mi emozionava. Poi la casa editrice ha proposto un finale alternativo. Così è nata la scena finale del film.

Mentre per il pezzo centrale di Jovanotti ho usato una canzone che ascoltava mio figlio: pensavo che quelle parole raccontassero esattamente quello che io volevo raccontare nel film, quindi l’ho riascoltata e ho girato proprio con quella canzone. Mi sembrava che parlasse della distruzione di un amore, ho usato anche un gioco di contrasto, l’amore mentre la prostituta appaga il suo cliente.

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