Il Traditore. Il film di Bellocchio visto dalla critica americana

Dopo 13 minuti di applausi a Cannes, e l’acquisto della Sony diamo uno sguardo alla critica americana  sull’ultima fatica di Marco Bellocchio.

Una sorpresa per molti, questo nuovo film di Marco Bellocchio. Competitivo film in concorso e forse, almeno per l’Italia, uno dei vincitori morali di questo Festival di Cannes appena concluso. Il tema, tipico ormai per un certo cinema italiano, da sempre crogiolato tra storie di mafia e film d’inchiesta, poteva essere reso con un taglio convenzionale o un’estetica datata, invece Il traditore, con protagonista un Pierfrancesco Favino alla sua massima resa nel ruolo di Tommaso Buscetta, si è manifestato a Cannes come un’epopea crime (2 ore e mezza) il quale, per gusto estetico e modernità registica da una parte e narrazione decadente dei fasti criminali dall’altra, si colloca a metà strada tra la serie tv Narcos e Quei bravi ragazzi di Scorsese. La Sony ne ha acquisito i diritti per la distribuzione americana, e l’uscita italiana ha contato 543mila euro d’incasso solo nei primi tre giorni di programmazione dall’uscita del 23 maggio, lo stesso giorno della presentazione ufficiale sulla Croisette. Ma cosa ne pensa la critica americana, che lo ospiterà nelle sale di casa propria, di un film così audace in forma e contenuto?

Il traditore. Ok per Variety, Guardian e Hollywood Reporter

La curiosità di noi critici, in questi casi rimane sempre su quale percezione avranno i colleghi d’oltreoceano che masticano mafia e padrini in celluloide oramai da decenni. Jay Weissberg, ad esempio, scrivendo su Variety è stato colto da un dubbio sulla doppiezza del personaggio Buscetta: “Nonostante un altro giro di procedimenti giudiziari accuratamente ricostruiti, le sue motivazioni rimangono astruse: Buscetta ha fatto lo spionaggio per proteggere la sua famiglia o per sete di vendetta?”, si chiede il critico.

“È questa l’ambiguità che lo rende una figura avvincente, giocata in tutta la sua imperscrutabilità multiforme da Favino, che ne coglie la spavalderia e la vulnerabilità, effetto particolarmente forte se esaminata da Franco Coppi (Alberto Storti), l’avvocato dell’ex-primo ministro Giulio Andreotti. Il Boss dei due Mondi, così soprannominarono Buscetta, primo pentito e doppiogiochista tra poteri legali e illegali, cammina anche in uno spazio filmico liminale di contrappunti in musica, dove la colonna sonora di Nicola Piovani, forse elemento più elegante di tutto il pastiche, s’incunea tra brani editi e evergreen volti a spiazzare. Così per Variety “il solito uso superbo di Bellocchio della musica è ancora una volta fonte di piacere, come nella scena dell’elicottero accompagnata dalla classica canzone messicana Historia de un amor, o l’invenzione di Va pensiero a contrastare la condanna al Maxi Processo”.

Su The Hollywood Reporter abbiamo trovato una nota interessante sull’assenza di certi culturemi trafilati in elementi filmici e fondamentali per il genere dai tempi del Padrino. “Nonostante la mancanza di scene di soldi della mafia – non c’è testa di cavallo nel letto, nessuna famiglia sparata sui gradini di una chiesa – questo è uno dei ritratti più rivelatori di Cosa Nostra nel film”, scrive Deborah Young“Come studio classico di una società malata, prende il suo posto accanto a Buongiorno notte, la regia del 2003 sul terrorismo e l’assassinio del politico democristiano Aldo Moro”. In effetti Bellocchio esce avventurosamente anche qui da certi binari made in Italy, ma si spinge anche oltre, ammiccando a modo suo anche a illustri colleghi contemporanei, ora molto in voga.

Così The Guardian, attraverso la penna di Peter Bradshaw si concentra sulla fisiognomica del Traditore, affermando che il regista, durante la prima sequenza della festa tra clan in villa, “porta la sua macchina da presa su alcuni volti feroci, quasi rettiliani, illuminati da torce all’aperto – e forse è stato influenzato dal giovane maestro Paolo Sorrentino”. E scatta pure oltreoceano l’inevitabile confronto con Quei bravi ragazzi, cogliendone il gap tra dimensione intima del personaggio e vicenda crime dettata dal soggetto. “The Traitor è recitato e diretto con sicurezza e forza, ma in qualche modo manca il lampo d’ispirazione di cose come Goodfellas di Scorsese – una storia simile di crimini mafiosi – perché non si rilassa mai nella vita ordinaria dei gangster. Non c’è abbastanza interesse umano o dettagli casuali che rendano imperdibili i bravi ragazzi. Ma The Traitor è un film grande, audace e fiducioso”.

Il traditore. Non è proprio piaciuto a Screendaily e Indie Wire

Ovviamente il lavoro di Bellocchio ha anche i suoi detrattori, così Tim Grierson su Screendaily si è soffermato sui limiti del film. “Marco Bellocchio non riesce a superare completamente i due limiti chiave del materiale: la familiarità del pubblico con l’ambiente e la densità dei dettagli all’interno di questa storia vera. Detto questo, Pierfrancesco Favino è una presenza così imponente come Buscetta – imponente ma anche inconoscibile – che le altre preoccupazioni quasi non contano”. Partendo dallo stesso gap culturale evidenziato da altri colleghi sul quanto il pubblico americano possa decodificare la complessità della vicenda giudiziaria, il critico allarga il suo filtro sulla visione complessiva. “È fastidioso che The Traitor non ci offra necessariamente molte novità sui rapporti pericolosi della mafia. Il film scava nelle minuzie, emanando un’aria inconfondibile di perizia, ma la sceneggiatura finisce per essere una raccolta di note a piè di pagina e di digressioni intriganti senza necessariamente sentirsi manipolazione autorevole di questo materiale tentacolare”. Verrebbe da chiamare in causa quello che alcuni, in Italia hanno stigmatizzato negativamente come sorrentinismo.

Il pensiero di David Ehrlich su IndieWire capovolge la sua critica su un chiaro confronto col passato dell’autore di Bobbio. “Ahimè, Bellocchio molto spesso non è in grado di spezzare quella superficie fragile quanto il leggendario film d’autore italiano – come Fists in the Pocket (I pugni in tasca, ndr) o Vincere – così perde vapore, propulsione, dopo che il soggetto è stato risolto alla fine del primo atto”. E poi mette un’ombra, seppur condivisibile o meno, ma pure interessante sulla empatia tra protagonista e pubblico. “Solo ai suoi margini The Traitor esplora irresistibilmente la memoria di Buscetta; quando il film finisce, però, l’uomo è tanto estraneo a noi quanto lo era all’inizio”.

Il traditore, e poi c’è Roger Ebert

il traditore cinematographe.it

Chiudiamo la nostra sortita americana con il parere di Roger Ebert, che dal suo sito fa il punto sulla comprensione della vicenda costellata di cavilli legali, intrighi istituzionali e interrogatori. “Chiunque manchi di una conoscenza dettagliata della politica italiana, della storia contemporanea e del cast di personaggi della mafia sarà presto superato dalla confusione nonostante i testi e le etichette dello schermo. Eppure, Bellocchio lo rende assolutamente avvincente e completamente guidato dal personaggio”. Da questo punto di vista, forse, Il traditore poteva essere anche sviluppato come una serie tv di qualità e formattizzato come Narcos, diremmo noi. Immaginate 2 stagioni da 8 episodi di una quarantina di minuti ognuna. Conchiusa, con la stessa ritmica visiva e drammaturgica del film, sviluppata nei vari filamenti narrativi anche oltre Buscetta. Quindi su sua moglie, i due figli uccisi, Falcone, la scorta di Buscetta, e i boss Contorno, Calò e Riina. Ma non tergiversiamo, perché su questo magnifico ottantenne di Bellocchio, che pur se quest’anno non ha vinto Palme d’Oro si è rivelato regista artisticamente più giovane e competitivo di tanti italiani e americani, Ebert chiude così la sua recensione: “Nell’ampiezza e profondità di questa pietra miliare nella carriera di Bellocchio, la passione della brama di sangue è mostrata nella sua assoluta completezza”.