Il Caso Spotlight: 6 nomination tra cinema e giornalismo d’inchiesta

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Il giornalismo al cinema, un vortice di accuse, scandali e ricerca affannosa di verità. Un team di giornalisti indaga sul caso degli abusi sessuali in ambito ecclesiastico: ecco di cosa tratta “Il caso Spotlight“. Un argomento delicato e difficile in questo film, sceneggiato da Josh Singer e Tom McCarthy e diretto proprio da quest’ultimo, che dopo essere stato presentato fuori concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e successivamente al Toronto International Film Festival nella sezione delle presentazioni speciali, è stato distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 5 novembre 2015 e sarà in quelle italiane dal 18 febbraio 2016.

Nel frattempo ha ricevuto 3 nomination ai recenti Golden Globe, senza però aggiudicarsi nessun premio, e la candidature ai prossimi Oscar sono ben 6, tra cui le categorie ‘miglior film’ e ‘miglior regia’.

Il Caso Spotlight

La pellicola è ambientata a cavallo tra il 2001 e il 2002, periodo in cui scoppiò lo scandalo che travolse la diocesi di Boston a causa delle reali vicende venute a galla dopo le ricerche effettuate dal quotidiano The Boston Globe sull’arcivescovo Bernard Francis Law, il quale è reo di aver coperto alcuni casi di pedofilia avvenuti in alcune parrocchie. Da questa triste vicenda abbiamo oggi diversi dati che meritano di essere evidenziati. Innanzitutto, da questo scandalo del 2002 ha preso il via la dolorosa ma necessaria presa di coscienza degli abusi in ambito cattolico fino alla ferma condanna di Papa Francesco, il cui operato ha segnato una svolta nella condotta della Chiesa contro questa piaga troppo spesso nascosta e insabbiata. Inoltre va reso noto che l’indagine è valsa il prestigioso Premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano nel 2003. E cosa più importante: il team investigativo Spotlight esiste ancora.

Sì, oggi esiste ancora un numero di telefono ed una mail al quale inviare le proprie segnalazioni quando qualcosa ai lettori del Boston Globe non convince. Il gruppo Spotlight è composto da un direttore e sette giornalisti tra i quali c’è ancora un membro del gruppo originale – quello che vince il Pulitzer per intenderci. Ed è Michael Rezendes interpretato nel film dal bravissimo Mark Ruffalo.

Il Caso Spotlight – la vera storia dello scandalo svelato dal Boston Globe

Tutto è iniziato esattamente come viene raccontato nel film: l’arrivo per la prima volta nella storia del quotidiano di un direttore che non fosse originario di Boston, Marty Baron, interpretato da Liev Schreiber, che non ha paura di pestare i piedi ai poteri forti della città, che con coraggio decide di approfondire una notizia a cui erano state dedicate poche righe (assurdo ma vero), la formazione del gruppo investigativo e infine l’inchiesta, un lavoro molto lungo, mesi e mesi di interviste, studio dei documenti, pressioni su avvocati e clero per avere delle risposte. Un focus anche sulla difficoltà del giornalismo d’inchiesta è ben presente ed è fondamentale nello sviluppo filmico. Nel 2002 il Boston Globe pubblicò qualcosa come circa seicento articoli in cui rivelò a tutta la città quello che per trent’anni era accaduto nella disgustosa omertà generale riuscendo a raccogliere prove schiaccianti contro 70 preti.  La grave accusa al Vescovo Law era quella di aver coperto sempre il reato di questi parroci e di aver diffuso una modalità di risarcimento pattuendo un rimborso per le famiglie dei ragazzini abusati che denunciavano l’accaduto (il cui profilo era sempre lo stesso: famiglie povere, padri assenti, disagio), spostava di parrocchia il religioso, per poi rimetterlo poco tempo dopo al suo posto. Una prassi consueta, meschina e senza scrupoli per chi subisce violenza di tipo fisico, sessuale e psicologico.

spotlight

Il giornalista Walter “Robby” Robinson, che scrive ancora per il Boston Globe, attribuisce a Baron il merito di avere impostato un tipo di lavoro molto specifico nella redazione, chiedendo ai suoi giornalisti di mettere alla prova la fino ad allora indiscussa capacità della Chiesa di tenere nascosti gli accordi extragiudiziali con le vittime degli abusi. “Quando Marty Baron è arrivato a Boston, ci ha detto di andare dritti in tribunale a chiedere che gli atti fossero resi pubblici, perché la gente aveva il diritto di sapere”, ricorda Robinson. “Non eravamo abituati a farlo. Il nostro lavoro con il team Spotlight, era quello di denunciare la corruzione pubblica quando c’erano i documenti da visionare e le persone da intervistare. Per questa inchiesta, abbiamo dovuto scavare parecchio per avere informazioni su quell’unico sacerdote citato nell’articolo della McNamara, John Geoghan. Ma ben presto abbiamo scoperto che non era un caso isolato”. Negli anni dell’inchiesta del team Spotlight, infatti, sono stati documentati e denunciati casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti della Chiesa Cattolica in 105 città americane e 102 diocesi in tutto il mondo.

Una denuncia, una necessità di trasparenza e verità, una voglia e un dovere imprescindibile di giustizia. Questo è ciò che viene fuori dalla storia e ciò che viene fuori dal film. I film che raccontano storie vere, come ha spiegato in un recente articolo il New York Times, non sempre rispettano le premesse di verità ma per il film in questione sia per quanto riguarda la regia, l’attenzione nei confronti anche di piccoli particolari è  evidente, sia per la sceneggiatura.

McCarthy e Singer avevano un importante obiettivo: “Volevamo restare il più possibile fedeli alla realtà”. Anche il lavoro degli attori è stato molto accurato, la giornalista Sacha Pfeiffer è rimasta molto colpita dall’attenzione ai dettagli dimostrata dalla McAdams. Michael Keaton e, soprattutto, Mark Ruffalo, due importanti membri del cast, hanno evidenziato in diverse interviste di quanto sia stato giusto onorare questo tipo di giornalismo investigativo e quanto sia necessario ricercare la verità affinché si possano curare le ferite provocate da questa vicenda. Il giornalismo, in molteplici aspetti, esercitato da una stampa libera può essere uno strumento per controllare le istituzioni, un elemento chiave salvifico della nostra società.

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