Una volta si diceva “la mangiatoia bassa” per indicare persone viziate dall’agio, dalla comodità. Per il cinema purtroppo noi italiani siamo quasi sempre stati abituati in questo modo. L’industria cinematografica nostrana ci ha riveriti, come spettatori, fin dal doppiaggio imposto in epoca fascista, e oggi tabù in vari sensi. Ci piace molto la narrazione, questo è vero in quanto “popolo di poeti”. Di “santi” ce ne sono rimasti un po’ meno invece, visto che i nostri governanti alla fine dei giochi non è che proprio li stimiamo ad aeternum, giocando spesso al ribasso insieme a loro dentro e fuori la cabina elettorale. La fine ingloriosa è accaduta a Bettino Craxi, che agli sgoccioli dello scorso millennio andò via sotto un lancio di monetine umiliante per lui come per chi lo seguì ai tempi del Pentapartito.

Del dedalo d’indagini, scandali, condanne e suicidi occorsi durante Tangentopoli non c’è quasi traccia in Hammamet, il nuovo lavoro di Gianni Amelio che non scandaglia la storia come un film dossier, né si sottopone ai didascalismi del biopic. Il regista calabrese opta insieme al co-sceneggiatore Alberto Taraglio per una storia vaporosa nel suo romanzare. Intanto il Presidente non si nomina mai. Solo il figlio ad un certo punto parlerà del caso C. E solo sua figlia ha nome. Anita per giunta, non Stefania Craxi. Lo stesso regista ha spiegato che la scelta è caduta su quest’altro come un omaggio per incarnare la donna più importante per Garibaldi, personaggio storico preferito di Craxi. Il primo dei flussi emotivi più voluminosi scorre nel rapporto tra padre e figlia in questa prigione dorata incastonata nell’entroterra tunisino. Amelio restituisce un’Africa non assolata, a volte di luce bluastra, quasi plumbea. E la rarefazione visiva s’intreccia organicamente con quella narrativa.

Hammamet tra storia e metafora 

Pierfrancesco Favino Hammamet Cinematographe.it

Amelio non porta lo spettatore in un periodo di ascesa e successo del protagonista, ma gioca a immaginarne il crepuscolo, lo spazio liminale tra sconfitta e morte, o meglio l’agonia di un uomo che ha perso il suo potere. In questo ci nega il classico precorso dell’eroe scegliendo una via impervia, fluttuante, dove il non detto dice molto di ciò che fu, ma soltanto a chi veramente conosce quel capitolo della storia d’Italia. Chi ha vissuto negli anni ottanta riconosce quella voce che tuonava da ogni telegiornale ai tempi dei garofani rossi e di Paolo Frajese al Tg1. Pierfrancesco Favino è semplicemente gigantesco nella sua trasformazione fisica e vocale, e dal trucco perfetto di Andrea Leanza tradiscono la finzione scenica soltanto gli occhioni scuri dell’attore. Tondi, inconfondibili, che in qualche primo piano sbucano fuori da un Craxi incredibilmente redivivo. Al suo fianco, recita Luca Filippi, giovane dallo sguardo magnetico ma attore ancora acerbo. Il suo personaggio rappresenta una figura avulsa dalla vita del protagonista, ma ritenuto fondamentale da lui quasi al pari d’un figlio. Figlio lo è, ma di un amico scomparso, un misterioso compagno craxiano. La funzione narrativa di questo ragazzo rimane comunque sfuggente, a tratti irrisolta. Un fantasma rispetto alla realtà storica, quindi forse non rappresenta altro che la metafora di un limbo dell’anima di un vecchio insoddisfatto di suo figlio, ma che rivede sé stesso in quel giovane estraneo.

Il secondo legame di questo innominato Craxi è la figlia, con il volto di Livia Rossi. Figura centrale nell’agganciare in ogni modo l’ex-leader alla famiglia. Però questo film di confine, se al contempo si dimostra estremamente rispettoso sia della privacy di Craxi che dei suoi detrattori più spietati, si equilibra tra una posizione di sospensione dalla storia vera e una narrazione prevedibilmente pomposa su un uomo carismatico. Così il coraggio di Amelio schivando anche storia e cronaca mette insieme un’opera laterale, totalmente anticonvenzionale in ogni suo aspetto.

Hammamet, i primi incassi. Quale sarà il suo pubblico?

hammamet cinematographe.it

Non è neanche un pamphlet poiché non ci sono satira né polemica contro C. Neanche tra le righe. Ambisce a un’umanità spoglia, essenziale, e per questo si svuota di ciò che ci si aspetterebbe. È compito dello spettatore riempire questo vuoto storico, questa conoscenza rivelatoria, questo bandolo di opinioni, i lampi mnemonici del vespaio intorno a un fenomeno che definì un’epoca, che segnò nel profondo il paese, le istituzioni, il costume, e in ultimo ognuno di noi. Anche i millenials che non ne sanno nulla. Chi ha vissuto quell’epoca capirà il film, anche soltanto subconsiamente lo percepirà come il martelletto del medico che batte sul ginocchio in cerca del riflesso. Chi non la conosce, studi la storia. Ecco la scomodità di questo film, ecco il coraggio autoriale di Amelio. Quello che onora, ma al botteghino, purtroppo, poco premia in questo paese pigro. Quindi la critica unanime sul folgorante Favino si spacca intorno a questa bella strafottenza dell’autore. Ma condivisibile o meno, essa confluisce in un box office che per ora non fa faville con i suoi 200mila euro incassati al primo giorno di sala, il 9 gennaio. Nel secondo invece, già in odore di weekend ha raccolto 341mila portandosi a un primissimo totale di 541mila euro. Il vero limite commerciale di questo lavoro potrebbe rivelarsi l’età degli spettatori o sarà il passaparola a moltiplicare gli spettatori? La sfida è aperta.

È possibile che i men che trentenni si sentiranno poco attratti da questa narrazione crepuscolare lontana anche da fasti visivi e piacevoli sbruffonerie sorrentiniane occorse in un altro film che raccontava un alleato di Craxi in quel Pentapartito che governò il paese: Il divo. Visti i tempi, e tenendo conto del Suburra dove lo stesso Favino era un politico corrotto, ma una volta chiuso il film il plot è stato rimodellato per una serie prequel su una tv online, chissà se questo C. potrà mai diventare un punto di partenza per una nuova serie, magari a ritroso sui dorati anni ottanta della politica con Craxi, Fanfani, Martelli, Goria e Spadolini. Un Andreotti già ci sarebbe, ma chissà…

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