Il femminismo spiegato da Barbie

ALLERTA SPOILER! Barbie di Greta Gerwig lancia un inaspettato messaggio femminista, la bambola di Mattel nel film più atteso dell’anno diventa un modello da seguire, e lo fa con umorismo e profondità.

Sin dall’inizio dei tempi ci sono state le bambole, ma le bambole avevano sempre raffigurato delle bambine finché non è apparsa lei, la Barbie”, si apre così uno dei film più attesi dell’anno, Barbie di Greta Gerwig con protagonista Margot Robbie (anche produttrice), finalmente nelle sale dal 20 luglio distribuito da Warner Bros. Pictures. Un film che, contro ogni previsione e contro la stessa considerazione che per anni si è avuta della bambola più famosa del mondo, come immagine stereotipata e irrealistica della donna, un cliché da contestare, simbolo della sottomissione al maschile, si è rivelato un manifesto femminista, capace di dare degli insegnamenti a grandi e piccine (ma in quest’ultimo caso è necessario lo spiegone di un’adulta).

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Barbie e il mondo reale: tra cellulite, crisi esistenziali e molestie

Barbie, cinematographe.it

Dal prologo di Barbie, quindi, in cui vediamo delle bambine liberarsi dagli ingombranti bambolotti in una scena che omaggia 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, già presente nel teaser trailer mesi fa, si comprende da subito la cifra del film di Greta Gerwig (tre volte candidata agli Oscar per Lady Bird e Piccole donne), che si divide fra ironia tagliente e intelligente e messaggi profondi. Le bambine costrette a interpretare il ruolo esclusivo di mamme con i loro bambolotti, dal 1959, anno di nascita della Barbie, creata da Ruth Handler, scoprono presto di poter essere altro. Non solo mamme, ma donne in carriera, dottoresse, scienziate, presidenti, raggiungendo i propri obiettivi senza ostacoli, contando solo sulla propria forza e intelligenza. E scoprono anche di bastare a sé stesse, come non riesce a fare Ken, un Ryan Gosling straordinario, in un ruolo coraggioso e sopra le righe che resterà negli annali. Ma questo succede a Barbieland, una realtà fantastica, patinata, perfetta, il mondo reale è tutta un’altra storia. E quando Barbie, tormentata da una crisi esistenziale e da “pensieri di morte”, sarà costretta a lasciare il suo mondo perfetto per scoprire la realtà e ritrovare sé stessa, capirà che la vita di una donna nella nostra società non è sempre in rosa e tantomeno sui tacchi alti. Esistono la cellulite, le birkenstock, i chili di troppo, la depressione, le frustrazioni e soprattutto esiste una società che per anni ha privilegiato (e continua in parte a farlo, ma molto sta cambiando) il maschio, etero, bianco, sessista e potente. E poi ci sono le molestie sessuali, l’essere vista come un oggetto di piacere, da toccare senza permesso, perché bisogna sempre essere consenzienti, a disposizione di maschi alfa che poi ti diranno “che te la sei cercata”. Barbie così assiste con i suoi occhi al mondo vero in cui crescono le bambine che ora non hanno più voglia di giocare con lei, che diventando grandi lottando più degli uomini per affermarsi. E molte di quelle bambine cresciute siamo noi.

La bellezza di essere normale e imperfetta

Barbie, cinematographe.it

Quando Barbie, insieme a Ken, sui rollerblade indossando un’aderentissima tuta colorata si ritrova a Los Angeles alla ricerca della bambina che la “possiede” per venire a capo della sua crisi, gli sguardi morbosi e i commenti sessisti che alcuni uomini le rivolgono la straniscono, la disorientano: “Perché mi guardano tutti? Mi sento a disagio”. Sono delle scene che strappano un sorriso che diventa subito amaro: quante di noi donne si sono sentite almeno una volta nella vita così? Sicuramente la maggior parte, a volte con esiti drammatici, spesso per strada abbiamo sentito quegli sguardi, quelle parole volgari, quell’irrispettoso arrogarsi il diritto di infastidire, di molestare. Barbie risponde con un pugno a una pacca sul sedere ed è da questo momento in poi che nel film, lei, la “Barbie stereotipo”, snella, bionda, occhi azzurri, bellissima, vestita sempre in maniera impeccabile, da bambola antifemminista e fascista da combattere, come viene definita da Sasha, l’adolescente che giocava con lei da piccola, diventa simbolo di donna emancipata, forte, padrona di sé stessa, adesso anche capace di ascoltare i propri sentimenti, di sentirsi come una donna vera. E come tale scopre quanto è frustrante non sentirsi apprezzata, essere usurpata di posti e ruoli che le spettano di diritto, come succederà una volta tornata a Barbieland, diventato nel frattempo il regno di Ken, tramutatosi nello stereotipo del maschio alfa, vuoto e insensibile, che ha ridotto le altre Barbie allo stereotipo maschilista dell’angelo del focolare (e qui il pensiero va al sottovalutato film La donna perfetta con Nicole Kidman, interessante lettura del patriarcato). Barbie perde la sua “aura” ma guadagna in umanità, in “normalità”. Quella normalità nella quale la conduce gradualmente l’umana Gloria (America Ferrera) che in un monologo intenso e onesto descrive cosa significa essere donne, non bastare mai a sé stesse e agli altri, fare sempre le scelte sbagliate secondo la società: sbagliate perché troppe concentrate sui figli o viceversa sulla carriera, perché poco interessate all’aspetto esteriore o per non esserlo affatto, per essere fragili, ma se forti essere tacciate come aggressive e stronze. Le insicurezze e gli ostacoli che scopre Barbie sono parte di noi donne e il film di Greta Gerwig, scritto insieme al compagno, il regista candidato agli Oscar Noah Baumbach (Storia di un matrimonio), è un omaggio a tutte noi, oltre che alla bambola di Mattel, che qui diventa paladina femminista, spogliandosi grazie alla regista di Piccole donne dalle accuse di essere un modello sbagliato per le bambine e per le donne.

Barbie, cinematographe.it

Accettiamoci coi nostri difetti e le nostre fragilità” sembra dirci Barbie nel finale (anche se detto da Margot Robbie, talentuosa e bellissima, suona un po’ irrealistico), e impegniamoci a essere parte del cambiamento che speriamo per noi e per le future generazioni, così come fanno a un certo punto tutte le Barbie di Barbieland in rivolta contro il regno di Ken, e se lo vogliamo fare in ghingheri, su tacchi alti a spillo, “armate” di rossetto, o viceversa senza trucco, in tuta e con ai piedi le birkenstock sentiamoci libere di farlo contro i giudizi e gli attacchi esterni. Barbie sceglie la strada più faticosa nel finale, quella di lasciare il porto sicuro di Barbieland per le incognite della realtà, una versione rosa e patinata del Truman di The Truman Show, pronta a misurarsi con le altre donne ed essere parte concreta del cambiamento.