Dal 20 dicembre è disponibile sulla piattaforma Netflix uno dei film prodotti dal colosso dello streaming più attesi dell’anno. I due papi, diretto da Francisco Meirelles, ha destato molta curiosità fin dal suo annuncio, in merito a come sarebbe stato trattato il racconto della storica successione alla guida della Chiesa cattolica tra Joseph Ratzinger e Josè Mario Bergoglio ed in particolar modo il rapporto tra le due personalità.

Meirelles ha scelto di dare al suo film un taglio particolare mescolando tratti quasi documentaristici (nell’impianto più che nella sostanza) con pennellate storico-drammatiche e passaggi propri della commedia. Un mix che non vuole approfondire tanto l’aspetto teologico, pur fortemente presente, ma il lato umano, smitizzando le due figure papali e depotenziando la loro autorità quasi sacrale, per riportarli in un terreno più intimo e personale, fatto di dubbi, incertezze, rimorsi e difficoltà nel reggere il peso del proprio ruolo.

L’opera del regista di City of God mescola realtà e finzione partendo dai fatti realmente accaduti, sia nel Vaticano attuale sia nel passato dei due pontefici, per poi unirci speculazioni di fantasia, ricostruzioni ipotetiche e suggestive, in particolare per quanto riguarda le affascinanti conversazioni tra Benedetto XVI e il futuro Papa Francesco.

I due papi: dalla sceneggiatura teatrale di Anthony McCarten al film

I due papi Cinematographe.it

Il film nasce come trasposizione, pur riveduta ed ampliata, dell’opera teatrale The Pope scritta dallo stesso sceneggiatore del film Anthony McCarten. Non era sicuramente facile riuscire a trasporre un testo teatrale in maniera scorrevole e dinamica, così come poteva non ottenere risultati positivi l’azzardo dello sceneggiatore nel creare dialoghi – su cui di fatto si regge il cuore del racconto – immaginari in una cornice costituita da fatti realmente accaduti e noti alla grandissima maggioranza del possibile pubblico. Eppure nel testo di McCarten il tutto funziona e risulta equilibrato, nella scelta di soppesare il background storico con gli eventi del presente, così come nella costruzione delle personalità delle due figure apicali della Chiesa cattolica attraverso i lori confronti verbali che, pur frutto di invenzione, risultano verosimili e identificativi delle due differenti personalità e visioni messe in relazione. Tracciando in parte un profilo biografico di Bergoglio e alternando sapientemente flashback e giorni nostri, lo script è una brillante e curata analisi introspettiva che costruisce tassello dopo tassello il rapporto tra le due figure, riuscendo anche a far divertire con intelligenza, fino alla realizzazione del gesto quasi rivoluzionario dell’abdicazione ratzingeriana.

I due papi e il confronto tra due caratteri opposti e due visioni antitetiche della dottrina cristiana

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Nel confronto quasi tennistico tra i due protagonisti emerge tutta la loro sostanziale diversità, sia dal punto di vista caratteriale sia da quello della visione teologica. Bergoglio e Ratzinger diventano gli archetipi del riformismo e del conservatorismo, distanti anni luce nei contenuti e nel modo di porsi, diffidenti l’uno con l’altro inizialmente, sempre più legati e rispettosi delle opinioni altrui nel progredire della narrazione, sino a giungere alla confessione (umana e cattolica) del proprio vissuto personale e delle proprie debolezze. Rispettoso e rigido osservatore dei dogmi ecclesiastici l’uno, liberale e disposto ad uscire dalla confort zone della tradizione l’altro, accumunati entrambi però dal desiderio di salvare le sorti della Chiesa e da una grande sensibilità che li obbliga a reggere sulle loro spalle grandi pesi e responsabilità. Ratzinger, molto più portato all’assunzione di un ruolo di leadership, si sente inizialmente minacciato dalla parte progressista incarnata da Bergoglio, mentre quest’ultimo ritiene che la Chiesa sia destinata a scomparire se non ha il coraggio di attualizzarsi e ritrovare una sintonia con il suo popolo, in particolare con la sua parte più debole, pur tuttavia rifuggendo le richieste di una sua investitura apicale.

I due papi e il ruolo della Storia: tra passato e presente si intrecciano i rispettivi sensi di colpa delle due figure cardine della Chiesa cattolica

Il vero punto focale che permette la sorprendente svolta sia nei rapporti interpersonali sia nella situazione interna alla Chiesa, è la reciproca confessione da parte dei due leader religiosi, ed in particolar modo la narrazione del passato, sofferto e per alcuni aspetti controverso, di Bergoglio. Il film di Meirelles ricostruisce la vicenda giovanile di Papa Francesco, anche attraverso un sapiente utilizzo del bianco e nero, mostrandoci la sua lacerazione interiore, i suoi rimorsi e la spaccatura causata suo malgrado tra i Gesuiti della sua terra, durante l’instaurarsi della dittatura militare argentina. Venne infatti accusato da una parte dei suoi confratelli d’essere stato connivente con la dittatura e di aver ignorato le sofferenze dei Gesuiti oppositori, nonostante la sua convinzione d’aver agito in buona fede per salvare vite umane.

La confessione di Bergoglio è fatta di sensi di colpa e intimo travaglio, colpendo il Papa tedesco, che proprio attraverso l’ascolto di questo racconto arriverà successivamente ad indentificare nel cardinale argentino il suo successore, incrociando la sofferenza di Bergoglio con la sua, fatta di pensieri e tormenti per essere stato troppo morbido con alcuni preti pedofili. L’austero Ratzinger viene così ammorbidito dalla spiazzante e pacata sincerità di Bergoglio e i due trovano vicendevolmente il coraggio di far emergere i propri pesi interiori.  Questi passaggi sono trattati con la giusta delicatezza dalla mano del regista, focalizzando gli elementi essenziali senza furbe omissioni ma allo stesso tempo evitando di calcare eccessivamente sul lato inquisitorio, in favore invece di un tratteggio empatico del carattere umano dei due religiosi, visti prima come uomini che come autorità religiose.

Jonathan Pryce e Anthony Hopkins sono sontuosi e sorprendenti nelle loro intense interpretazioni

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La complessità e l’ottima delineazione delle due figure papali è resa magnificamente soprattutto grazie alle sontuose interpretazioni dei due attori protagonisti, entrambi calati alla perfezione nel ruolo grazie a un lavoro minuzioso di immedesimazione che li ha portati a studiare le inflessioni linguistiche, le gestualità  e le posture dei due papi. Jonathan Pryce è simile in tutto e per tutto a Bergoglio, a partire da una somiglianza estetica davvero sorprendente. L’attore britannico riesce a dare corpo a tutto tondo al suo personaggio, trasmettendo quella gentilezza, quella ritrosia nei confronti del potere e dell’agio e quell’animata passione mescolata al disagio per il proprio complesso passato, in maniera impeccabile attraverso uno sguardo e una mimica tanto espressivi quanto delicati. Al suo fianco Anthony Hopkins ricalca in maniera totalizzante la figura di Ratzinger, imitandone perfettamente la camminata claudicante e l’impenetrabilità teutonica del viso, rotta solo dall’emergere dei suoi segreti e dai piccoli attimi di gioia quasi fanciullesca scambiati col collega. Il lavoro fatto poi da entrambi sulla lingua e il parlato è così ricercato e puntuale da obbligare a consigliare la visione del film in lingua originale.

La regia di Fernando Meirelles che sorprende per virtuosismo assieme a un montaggio dinamico e incalzante

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Merita soffermarsi anche sull’efficacia della regia e del montaggio realizzati da Meirelles e dal montatore Stutz. La regia segue da vicino i protagonisti – come fosse essa stessa uno spettatore curioso – attraverso l’utilizzo della macchina a mano e con primi piani che ne valorizzano l’espressività. Quest’ultimi sono poi alternati a inquadrature a medio campo che mostrano una curata composizione d’immagine, donando complessivamente un significativo realismo all’opera. Il regista brasiliano non si limita a una regia classica ma impreziosisce il lavoro con movimenti virtuosi che danno maggiore brio alla vicenda, superandone la derivazione teatrale con una marcata complessità cinematografica. Ciò si sposa ad un montaggio dinamico e sorprendente che gioca sulle alternanze, da un lato tra passato e presente dall’altro tra le azioni dei due personaggi, incalzando costantemente l’attenzione dello spettatore con un ritmo fluido.

I due papi convince pubblico e critica ma divide il mondo cattolico

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Presentato a fine agosto al Telluride Film Festival ha ricevuto reazioni da subito sorprendentemente positive, sia dal pubblico sia dalla critica. Il film rappresentava un po’ un’incognita nel già carico panorama dei film a sfondo religioso, così come il fatto di mettere in scena una storia attuale che avrebbe potuto urtare le sensibilità dei fedeli cristiani da un lato o cedere nel retorico e stucchevole dall’altro, rappresentava un rischio tutt’altro che remoto. Tuttavia il modo in cui è stata costruita l’opera, con la sua delicatezza e la sua misurata ironia, insieme alle eccellenti prove attoriali dei protagonisti e ai brillanti dialoghi, ha convinto la grande maggioranza dell’opinione pubblica facendo breccia nei cuori degli spettatori, che ne hanno apprezzato soprattutto la grande umanità di fondo. Sul sito aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes il film ha il “certified fresh” con una percentuale dell’88% su 181 recensioni della critica e un voto medio di 7,31 su 10 e una percentuale dell’89% tra il gradimento del pubblico con un voto medio di 4,25 su 5. Inoltre a sottolineare la benevolenza della critica verso l’opera, in attesa degli Oscar, troviamo le nomination a premi importanti come Golden Globes, Satellite Awards e Critics’ Choice Awards per film, sceneggiature e interpreti.

Le reazioni provenienti dagli ambienti del mondo ecclesiastico sono invece state contrastanti, con commenti positivi in merito al fatto che non sia stato realizzato un film d’inchiesta o denuncia e altri che all’opposto ne criticano l’eccesso di semplificazione che ne compromette la realisticità. Il regista ha affermato di aver sentito la stima e la fiducia del Vaticano per tutto il periodo di lavorazione del progetto, con la concessione dell’accesso a materiali d’archivio. Mentre una testata come La Nuova Bussola Quotidiana, vicina agli ambienti del cattolicesimo più conservatore, ha criticato l’eccessiva schematizzazione delle due figure e ha visto nel film un attacco a Ratzinger identificato come il “cattivo” a dispetto del “buono” Bergoglio. Al contrario il quotidiano L’Avvenire, pur sottolineando la presenza di licenze poetiche e semplificazioni, fa del film una recensione positiva ponendo l’accento sul “match di bravura” tra i due protagonisti e sul fatto che venga ben dipinta la loro comunione finale per il bene della Chiesa.

I due papi è un film di cui avevamo bisogno?

La religione ha avuto da sempre una sua presenza significativa e un suo fascino all’interno della cinematografia ed anche negli ultimi anni sono state molte le produzione a sfondo o tema religioso, pensiamo solo a opere realizzate di recente come Silence di Martin Scorsese, Maria Maddalena di Garth Devis con Rooney Mara e Joaquin Phoenix e Risorto di Kevin Reynolds. Un filone dunque già carico a livello d’offerta, nel quale si inserisce alla fine di questo 2019 anche I due papi. Inoltre la stessa figura di Papa Francesco è stata di recente al centro di alcuni prodotti cinematografici: Chiamatemi Francesco di Daniele Lucchetti, che ne racconta giovinezza e origini, Francesco da Buenos Aires che ne ripercorre la vita fino all’elezione pontificia, e soprattutto il documentario del 2018 girato da Wim Wenders Papa Francesco – Un uomo di parola. Eppure il film di Meirelles non risulta ridondante, riuscendo a ritagliarsi in maniera brillante un suo spazio e una sua ragione d’essere grazie all’originalità con cui affronta la vicenda e grazie alla scelta di uno spaccato preciso – quello degli incontri tra Ratzinger e Bergoglio alla soglia del sorprendente passaggio di testimone – che desta curiosità e su cui c’erano ampi margini di costruzione narrativa e cinematografica. La scelta poi di un taglio umanistico e non prettamente ecclesiastico, l’equilibrio tra serietà e ironia, la mescolanza di presente e passato, realtà e finzione, permettono al film d’emergere e ottenere una su dimensione e funzionalità.

Il film sulla successione tra Ratzinger e Bergoglio rappresenta un passo avanti per il regista Fernando Meirelles ed un’ulteriore conferma dell’importanza di Netflix nella produzione cinematografica di qualità

I due papi è difatti un’evoluzione nella filmografia di Fernando Meirelles, che dopo film dalla forte impronta drammatica e sociale come City of God, The Constant Gardener e Passione e desideri, cambia registro trovando una leggerezza che comunque gli permette di porre importanti riflessioni in merito a una vicenda di grande attualità. Inoltre il film rappresenta sicuramente anche un ulteriore tassello significativo nella produzione di Netflix, capace di una crescita esponenziale nel corso degli anni verso un cinema di sempre maggiore qualità e ormai grande protagonista nella produzione di film d’autore. È ormai realtà tangibile il fatto che il colosso dello streaming sia passato dalla sola realizzazione di film per teenager o per pubblico generalista, ad una più eterogenea e ricercata produzione, con opere come Roma, The Irishman e Storia di un matrimonio. I due papi è dunque l’ulteriore conferma del protagonismo di Netflix, che spesso diventa anche vero strumento di libertà creativa per gli autori, i quali trovano nella casa di produzione e distribuzione online i finanziamenti necessari per gioielli cinematografici ignorati da Hollywood.

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