Akira: significato e spiegazione del film d’animazione di Katsuhiro Ōtomo

In occasione del ritorno al cinema di Akira facciamo una breve analisi degli elementi che hanno portato il capolavoro di Katsuhiro Ōtomo a lasciare un segno indelebile sull'immaginario pop globale.

In occasione del trentacinquesimo anniversario dell’uscita di Akira di Katsuhiro Ōtomo, il capolavoro dell’animazione giapponese torna in sala il 14 e 15 marzo, in 4K.

Akira35 Cinematographe.it

La vicenda narrata è quella di una banda di bōsōzoku, cioè giovani delinquenti motociclisti, che si muovono per le strade di NeoTokyo, una città ricostruita in seguito alle devastazioni causate dalla Terza guerra mondiale, in particolar modo dall’esplosione scatenata da un’arma finale, sviluppata dall’esercito giapponese attraverso il progetto Akira. Il progetto in questione riguarda lo sviluppo di poteri psicocinetici in bambini particolari. Esistono ancora tre soggetti, appartenuti al progetto, che lavorano per l’esercito. Un quarto individuo, con le potenzialità per sviluppare questi poteri, sembra essere Tetsuo, grande amico di Kaneda, capo dei biker protagonisti.

Tra manifestazioni di piazza, un governo corrotto e incapace, una ragazza appartenente alla Resistenza antigovernativa, un colonnello che fa un colpo di stato e culti religiosi tecno-millenaristi, Kaneda e Testuo scopriranno il vero potere che si cela dietro il nome Akira.

Analizziamo alcuni dei fattori che hanno reso la pellicola un vero e proprio cult movie su scala globale.

L’apice del cyberpunk

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Ōtomo iniziò a lavorare alla sceneggiatura e ai disegni di Akira nel 1982, con un manga pubblicato sulla rivista Young Magazine edita da Kōdansha e concluso nel 1990, due anni dopo l’uscita del film, avvenuta nel 1988.

Il mangaka trasferì i fervori e le delusioni derivate dalle lotte politiche degli anni settanta in Giappone, in un contesto cyberpunk, debitore dell’immaginario del fumettista francese Moebius e soprattutto del film Blade Runner (Scott, 1982). Ma forse il riferimento cinematografico più diretto è quello all’opera di Gakuryû Ishii, l’autore di un film seminale per l’estetica cyberpunk successiva, Crazy Thunder Road (1980). Sebbene in un’ambientazione contemporanea, infatti, anche il film di Gakuryû racconta le vicende di una banda di bōsōzoku e il conflitto, sia armato che ideologico, fra esercito e delinquenti adolescenti.

Akira inoltre non solo offre una delle raffigurazioni più compiute di una mondo capace di riassumere in sé il concetto Hi-Tech/Low-Life, alla base della poetica cyberpunk, ma presenta una serie di temi che ritroviamo in tutta la cinematografia cyber del periodo. Per esempio l’idea che l’uomo presenti, all’interno della propria natura biologica, la capacità di evolvere in qualcosa di oltreumano in grado di inglobare la materia inorganica, è lo spunto che dà il via alla trilogia di Tetsuo, chiamata così dal regista Tsukamoto, proprio in onore del personaggio creato da Ōtomo. Anche gli elementi di body horror e splatter tipici delle pellicole di Tetsuo o di film come 964 Pinocchio (Fukui, 1991) sono presenti già nell’opera di Ōtomo. La concezione dei poteri ESP come fonte di energia per creare armi umane e l’importanza delle droghe psicotrope nel processo di mutazione, li ritroviamo alla base, invece, in quello che molti identificano come il primo film cyberpunk giapponese ufficiale, Death Powder (Izumya, 1986). Infine la visione dei misticismi shintoista e buddista, interpretati come categorie di pensiero in grado di illuminare il cammino verso la comprensione della natura delle nuove tecnologie, viene ereditata dalla trasposizione animata, diretta da Oshii, di Ghost in the Shell di Shirow, saga cyberpunk pubblicata sempre su Young Magazine, a partire dal 1989.

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L’influenza sia del manga che del film sulla cultura pop fu talmente forte, che possiamo trovare citazioni e omaggi al lavoro di Ōtomo anche fuori dal Giappone. Nei fumetti di Frank Miller, Ronin e Il ritorno del Cavaliere Oscuro, il tratto stilizzato è fortemente debitore di quello del mangaka, così come la rappresentazione della metropoli ipertecnologica e apocalittica. Per ammissione di Bruce Timm, la serie animata su Batman, da lui ideata negli anni novanta, è debitrice di Akira per alcune scelte cromatiche e per la resa di un’illuminazione noir, che vede luci e ombre divise nettamente. Tanto che il suo sequel cyber-futuristico, Batman Beyond, omaggia apertamente l’opera giapponese, ambientando le vicende a Neo Gotham e presentando fra gli antagonisti una banda di seguaci di Joker, costruiti sul modello della banda dei clown, i bōsōzoko rivali di Kaneda e Tetsuo.

Più di recente, il film Chronicles (Trank, 2012) ripropone in chiave mockumentary supereroistica il conflitto fra Kaneda e Tetsuo, mentre nel neo-cyberpunk Ready Player One (Spielberg, 2018) l’iconica moto di Kaneda è guidata dall’avatar digitale di una dei protagonisti.

Akira: uno dei massimi esempi di animazione tradizionale

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Insomma grazie al successo di Akira gli anime arrivarono in Usa e da lì invasero tutto l’immaginario occidentale.

Buona parte di tale successo fu dovuto al lavoro certosino che venne fatto sul progetto. Lavorarono al film una cinquantina di studi di animazione e più di mille animatori. Pare che nel momento massimo di lavoro, nello studio principale in Giappone, l’Akira Studio di Tokyo, si facessero turni di ventiquattro ore giornaliere. Il risultato di un tale impegno ci ha regalato un’ambientazione con migliaia (!) di edifici disegnati, in cui i dettagli sono curati nei minimi particolari – per esempio in ogni palazzo, presente in scena, sono visibili le singole finestre illuminate.

Tutto è stato realizzato a mano. La tecnica usata per le animazioni fu infatti quella tradizionale della cell animation, cioè quella che usa fogli lucidi sintetici di acetato per sovrapporre le parti da animare a quelle statiche. Nonostante ciò, anzi forse proprio grazie a questo procedimento, le animazioni di Akira presentano una naturalezza che ancora oggi, in tempi di CGI, non teme confronti.

Il fascino visivo del mondo delineato dal film è dovuto inoltre a due fattori. In primo luogo il movimento, che interessa non solo il primo piano ma anche gli sfondi. Esso si infonde in ogni singola inquadratura, mimando all’uopo complessi movimenti di macchina cinematografici e generando una profondità di campo e una fluidità inedita per la messa in scena degli anime del tempo. In secondo luogo il character design, sebbene improntato alla stilizzazione tipica del manga, si discosta nettamente da altri lavori standardizzati del tempo. Non ci sono occhi e fisici sproporzionati. Tutto è molto misurato e teso a restituire personaggi abbastanza realistici, seppur semplificati nei tratti, come vuole la tradizione del disegno giapponese.

Una metafora politica del dopoguerra nipponico

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Un altro fattore che determinò il successo transnazionale di Akira fu il fatto che rese palese, fuori dai confini del mondo di cinefili e appassionati di manga, la capacità dell’animazione giapponese di trattare temi adulti con una grande complessità.

Attraverso il filtro dello sci-fi cyberpunk, Katsuhiro Ōtomo, in un periodo in cui, anche in Giappone, trionfava il liberismo sfrenato di matrice reaganiana e l’abbandono del pacifismo post-bellico, mette in scena quella che secondo lui sarebbe stata la società frutto di tali ideali: un mondo ipertecnologico, dove però le strutture sociali e le istituzioni non funzionano, mentre il conflitto generazionale/ideologico è quello fra un individualismo che aspira a nuove forme di collettività antiborghesi e un’etica militare tradizionale che, in maniera cieca, vorrebbe preservare l’ordine sociale postcapitalista dal caos. In questo mondo così strutturato, inoltre, l’autore infonde tutte le sue idee riguardanti la natura infida degli estremismi e dei totalitarismi, senza rinunciare a divagazioni esistenzialiste, che spaziano dalla natura dei rapporti umani, primo fra tutti l’amicizia, all’impatto della Seconda guerra mondiale e della tragedia atomica sul Giappone moderno.

Akira è, da un lato, una storia di crescita, in cui il protagonista, Kaneda è costretto ad affrontare la fine di un’amicizia fraterna e l’ingresso nel mondo adulto. Mentre, per inverso, Testuo è condannato a rimanere bloccato nelle proprie insicurezze e in una letterale fantasia di potenza infantile, che lo porterà alla rovina. Ōtomo, dall’altro lato, riesce bene a legare questa vicenda umana ai processi di cambiamento in atto nella società nipponica, così che in Tetsuo si può leggere tutta la paura, lo sconforto e la rabbia dei giovani degli anni della ricostruzione. Non è un caso che sia il manga che l’anime inizino con la raffigurazione di un’esplosione molto simile al fungo atomico – a riguardo si legga l’ottimo saggio di Fontana, La bomba e l’onda, (Bietti 2013). Akira è un tentativo di venire a patti con il trauma della guerra. Le contraddizioni di un’etica bellica improntata al Bushido ma che si è macchiata di nefandezze inenarrabili sono, infatti, alla base della rappresentazione del sistema militare nel film. Il codice militare e, per traslazione, il sistema di valori tradizionali cui esso afferisce, non solo ha portato alla catastrofe (nucleare), ma in seguito ha anche lasciato che il colonialismo capitalista dei vincitori prendesse il sopravvento, spazzando via proprio quei valori tradizionali, tanto cari alla generazione della guerra. La soluzione a queste contraddizioni è offerta infine dal personaggio di Kaneda. Egli rappresenta un idealistico e ideale nuovo spirito giapponese. Attraversata la fase nichilista, ha potuto abbandonare tutti i cascami romantici e reazionari della cultura tradizionale. Animato da un animo altruista e da un odio viscerale per l’autorità, sarà colui il quale potrà rifondare la grandezza del Giappone. Quest’ultimo elemento è palese nel manga e solo lasciato intendere nel finale del film.

Dal manga all’anime

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Il film d’altronde sacrifica un gran numero di vicende che si sviluppano nel fumetto – ricordiamo che l’anime usci quando ancora il fumetto doveva esser concluso – per raggiungere una certa compiutezza cinematografica.

Si perdono così, nel passaggio da manga ad anime, gli approfondimenti delle dinamiche politiche governative e di quelle interne alla Resistenza. Viene praticamente eliminato il ruolo fondamentale del culto di Akira. Molti personaggi vengono ridimensionati: Key, per esempio, nel manga assurge presto al ruolo di co-protagonista insieme a Kaneda e Testuo, mentre il suo ruolo nell’anime è meno determinante e quasi ridotto a mero interesse romantico di Kaneda.

La narrazione per vignette inoltre è improntata sulla sintesi e l’utilizzo di linee di movimento per esprimere la velocità, il che lascerebbe pensare a un corrispettivo montaggio filmico, improntato sullo stile ipercinetico, tipico del cinema cyberpunk. Invece Ōtomo, nella trasposizione, opta per una narrazione più classica, di matrice hollywoodiana, che però non disdegna momenti concitati e onirici. Semplicemente inserisce tali inserti in un contesto con un respiro più tradizionalmente epico. Da notare inoltre che buona parte delle vignette sono state disegnate, fin dall’inizio, riproducendo un formato rettangolare, simile al 16:9 filmico.

In definitiva si può sostenere che, nonostante alcune semplificazioni narrative, dovute allo sfoltimento della trama necessario alla traduzione dalla carta alla pellicola, Akira rimane un capolavoro indiscusso dell’animazione mondiale, oltre che uno degli spaccati più interessanti sulle contraddizioni intrinseche alla cultura giapponese, figlia della sconfitta nella Seconda guerra mondiale e della conseguente assimilazione delle politiche neoliberiste di matrice statunitense.