nove settimane e mezzo

Nove settimane e mezzo, musicalmente, si potrebbe riassumere con il titolo di una canzone: You Can Leave Your Hat On, nella celebre e magistrale interpretazione di Joe Cocker del brano scritto nel 1972 da Randy Newman. L’associazione della musica allo spogliarello è tuttora immediata e ha fatto diventare quella scena parte della storia del cinema. You Can Leave Your Hat On non è comunque la sola protagonista di questa pellicola cult, che è infatti resa viva e vibrante da una manciata di canzoni “tipicamente” anni ’80, come Love And Happiness di Al Green, accennata durante i titoli di testa; The Best Is Yet To Come di Luba, all’inizio del film; la suggestiva This City Never Sleeps degli Eurythmics.

D’altra parte, invece, la colonna sonora orchestrale, realizzata da Jack Nitzsche (L’esorcista, Qualcuno volò sul nido del cuculo) è sì legata all’atmosfera di Nove settimane e mezzo, divisa tra sensualità e tensione, ma anche un po’ troppo misurata e a tratti superficiale, sfuggente, poco calata nelle emozioni. Il tema principale si snoda, già dal primo incontro tra Elizabeth (Kim Basinger) e John (Mickey Rourke) facendosi trasportare principalmente dal pianoforte, che dà quel tocco tenue e languido insieme:

Mentre la colonna sonora originale rimane su questi toni, facendosi sospesa e tesa nelle scene più intense, oppure racchiudendosi in delicati momenti intimistici quando descrive i sentimenti di Elizabeth (ma soprattutto quando va a trovare l’artista, Farnsworth), il resto della soundtrack di Nove settimane e mezzo si muove tra il raggae di Savior di Winston Grennan e la Ska Rocks Band, il jazz – blues di Strange Fruit interpretata da Billie Holiday e il sapore etnico di Cannes di Stewart Copeland. La hit dei The Newbeats Bread And Butter è la protagonista della celebre scena in cucina:

Nove settimane e mezzo si ricollega quasi istantaneamente anche a un altro successo musicale: Slave To Love di Bryan Ferry. Dal testo e dalla musica eleganti e raffinati, la canzone si colloca esattamente a metà film, durante una lunga sequenza che mostra alcuni momenti della relazione tra Elizabeth e John:

L’intensa scena del sottopassaggio è invece accompagnata da Arpegiator di Jean Michel Jarre e I Do What I Do, realizzata appositamente per Nove settimane e mezzo da John Taylor (bassista dei Duran Duran) insieme a Jonathan Elias e Michael Des Barres e poi eseguita anche da Lisa Dalbello e B.J. Nelson. Arrivata al successo grazie al film (ma nominata come peggiore canzone ai Razzie Awards del 1986), presenta comunque un testo più scarno rispetto a Slave To Love e non può rivaleggiare nemmeno con la forza e la vivacità di You Can Leave Your Hat On:

Joe Cocker resta l’anima di questo cult, che si conclude con Kim Basinger che se ne va mentre suona il tema principale, molto raccolto, con il pianoforte e un sottofondo di archi, poi seguito (durante i titoli di coda) dalle note di Let It Go di Luba, che non rivolge le sue parole solo alla rivendicazione della libertà personale, ma critica anche le costrizioni e i preconcetti della società:

Too many doubts
Too much fear
Too much danger
When society constricts
Our human nature

Live by the rules
Live by the laws
Live by commandments
Notions preconceived
Can lead to utter madness

Let it go, let it go
Let it free your body
Let it move your soul
We are made, we are not born

Learn to convert
Learn to assert
Learn to abandon
Ideologies and
Disciplines at random

Lay down the laws
Lay down the rules
Lay down commandments
Lift the sanctions
That restrict this woman’s madness

Let it go, let it go
Let it free your body
Let it move your soul
We are made, we are not born

Uniformity
Conventionality
Is the bane of our existence
Keeps us safely at a distance

Nonconformity
Unconventionality
Is to dare to be
Let your hair down, can’t you see

Let it go, let it go
Let it free your body
Let it move your soul
We are made, we are not born

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