Metti una sera… con Ennio Morricone

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La prima volta che ho avuto la fortuna di assistere ad un concerto del Maestro Ennio Morricone è stata a Bologna nell’ormai lontano 2007, solo qualche mese passato da quella magica notte in cui ricevette l’Oscar onorario alla carriera. Avevo diciotto anni allora, un sacco di sogni nel cassetto e una passione profonda per la musica classica maturata fin da bambina che nelle composizioni del Maestro aveva trovato il suo connubio più dolce con il cinema. In macchina per cinque ore per raggiungere la meta del concerto, la sua musica fece da colonna sonora naturale nel mio iPod che allora aveva un’esigua capienza di appena 2 giga.
Otto anni e troppa acqua sotto i ponti dopo, come obbedendo ad una sorta di cerchio della vita, la mia strada e quella di Ennio Morricone si sono intrecciate di nuovo, ma questa volta è stato lui a venire da me, in quel di Londra. Nonostante la vita abbia tentato di mettersi di mezzo in più di una occasione, prima con un sovrapporsi di date improvviso e poi con i suoi problemi di salute, finalmente lo scorso 5 Febbraio il tanto cercato secondo incontro è diventato realtà.
Entrando nella gloriosa O2 Arena, tante diverse emozioni animavano i miei pensieri. Come quando si incontra un vecchio amico dopo tanto tempo, è inevitabile avere qualche dubbio e paura ad accompagnarci. Sarà sempre lui? O sarà cambiato, nel frattempo? Proverò ancora lo stesso entusiasmo dell’ultima volta? La risposta a tutti questi interrogativi è sì. Come sanno bene gli storici, è nel cambiamento che c’è vero progresso, se il cuore rimane uguale. Così, quando le luci si sono spente, l’orchestra s’è messa sull’attenti e il Maestro è entrato, le nubi nella mia testa si sono dissipate in piccoli cirri, l’animo s’è acquietato e, mentre le note iniziali di Gli Intoccabili cominciavano ad insinuarsi tra le sedie e nell’aria dell’auditorium, ho chiuso gli occhi ed ho lasciato che la musica facesse il suo corso, attraversandomi fino in fondo e liberandomi da ogni concetto di spazio e tempo.

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Ennio Morricone raccoglie la standing ovation del pubblico.

E così, tutto ad un tratto, sono tornata ad avere diciotto anni e a frequentare il liceo, a vivere in un dimenticato paese sul mare nel Sud Italia, sognando di andar via e vedere il mondo lì fuori. Trasportata dagli arrangiamenti maestosi e sublimi ho viaggiato nella New York City del proibizionismo di Noodles e Max e nel vecchio West di Clint Eastwood e Sergio Leone; sono stata ad Algeri e su un transatlantico diretto in America in compagnia di Novecento, in una fabbrica italiana degli anni Settanta e nel Sud America di Padre Gabriel nel 1750.
Quando l’applauso finale mi ha bruscamente riportato alla realtà, un sottile velo umido dinanzi ai miei occhi mi impediva di mettere a fuoco la scena, così che prima di realizzare cosa stesse succedendo, quasi come rispondendo ad un comando telepatico, mi sono ritrovata a scattare in piedi per una standing ovation che dalla platea ha in men che non si dica conquistato l’intera arena. Uno, due, tre inchini per il Maestro Morricone, ottantasei anni che per l’energia e la passione che sempre lo accompagnano sembrano essere la metà.
L’applauso finale – a cui si aggiungono fischi di approvazione e urla quasi da stadio da parte ovviamente di qualche decina di Italiani presenti in terra londinese – va avanti per minuti interi, e quando eventualmente il Maestro si avvia per l’ultima volta verso l’uscita, lentamente si spegne, come se il pubblico non volesse proprio che la serata finisca. E come biasimarlo? Per due ore e mezza siamo stati ovunque, in un viaggio extradimensionale da fare invidia al Tardis di Doctor Who. Nessun trucco cinematografico qui però, solo note perfettamente messe in armonia e tante, tantissime emozioni.
Quelle pure, che non invecchiano mai.

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