Lo era davvero, il più grande. Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava… Non esisteva quella roba prima che la suonasse lui, okay?, non c’era da nessuna parte.

Novecento di Alessandro Baricco non dovrebbe avere bisogno di presentazioni.

Pubblicato nel 1994, è nato come monologo per il teatro, poi divulgato in tutto il mondo sotto forma di un libricino che si legge tutto d’un fiato, che secondo l’autore «sta in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce». Personalmente, ho letto Novecento diverse volte e, difatti, sempre ad alta voce. Nel 1998 Giuseppe Tornatore ne ha tratto un film, La leggenda del pianista sull’oceano, che non ha visto la collaborazione di Baricco, per via delle “obbligate” trasposizioni da un medium all’altro – ed è forse per questo che, per molto tempo, non mi sono “lasciata andare” alla visione del film.

La sfida di Tornatore non era solo quella di adattare la spettacolare scrittura di Baricco, ampliando alcune scene per dare più corposità al film (viene infatti aggiunta una struttura che alterna tempo presente a flashback, oltre a scene assenti nel libro), ma anche quella di dare un’identità alla musica di Novecento, il più grande pianista mai esistito, protagonista della storia. Non è così facile: sebbene la storia sia ambientata all’inizio del ‘900, all’epoca del ragtime e del neonato jazz (ma vanno ricordate anche le successive dispute sulla Nuova Musica e la dissoluzione del linguaggio tonale), che vivono attraverso le ricche descrizioni di Baricco, al lettore è comunque concesso di immaginare ogni possibile musica, perfetta e virtuosa.

La colonna sonora, quindi, nel suo ruolo centrale, avrebbe dovuto presentare gli elementi che ricaviamo dal testo, ma anche una musica il più possibile universale e assoluta, invalicabile nel tempo e nello spazio: cosa che è riuscito ad ottenere il grande Maestro Ennio Morricone, al quale Giuseppe Tornatore si è affidato, con l’ausilio dei pianisti Amedeo Tommasi e Gilda Buttà. La composizione della colonna sonora è iniziata, ma si è anche conclusa, diversi mesi prima della lavorazione del film, anche per dare modo a Tim Roth, interprete di Novecento, di studiare le parti da filmare al pianoforte. L’orchestrazione e la tematizzazione sono quelle tipiche della musica per film, capaci di trasportare tutti nella favola di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il pianista nato e cresciuto sul transatlantico Virginian, che non ha mai abbandonato l’Oceano, ma ha conosciuto il mondo attraverso i passeggeri e la musica che lo faceva viaggiare.

Così come il ragtime, il jazz e il blues danno un’anima a tutta la musica suonata nel corso del film dalla Atlantic Jazz Band, alcune importanti influenze sono incarnate da compositori quali Gershwin e Mozart (Ennio Morricone vi vide un paragone con il piccolo Novecento, sia perché inizia a suonare a otto anni, sia perché Mozart è immortale, e visto che Novecento non è registrato all’anagrafe, anche lui presenta una sorta di immortalità), oltre a Scott Joplin per i soli pianistici (è sua “Peacherine Rag” contenuta nella colonna sonora, così come sono originali le composizioni di Jelly Roll Morton – che compare nella storia – come “The Crave”).

È una colonna sonora – ma, ovviamente, in un film come La leggenda del pianista sull’oceano il termine è riduttivo, essendo la musica la fonte vitale della storia – che sa essere piacevole, divertente, rassicurante, dolce, esaltante, dissonante, solitaria: lo vediamo in diverse scene indimenticabili, come quella del pianoforte senza fermi durante la tempesta:

Oppure, ancora meglio, quando Novecento dimostra la sua capacità di leggere le persone:

Fino al momento in cui cerca di scendere dalla nave, trovandosi però smarrito di fronte alla vastità della città. Il brano che si fa largo in sottofondo, “Second Crisis” (versione orchestrale del più noto brano “The Crisis”), è poco invadente, e non sovraccarica quindi la tensione emotiva delle immagini:

Adesso so che quel giorno Novecento aveva deciso di sedersi davanti ai tasti neri e bianchi della sua vita e di iniziare a suonare una musica assurda e geniale, complicata ma bella, la più grande di tutte. E che su quella musica avrebbe ballato quel che rimaneva dei suoi anni. E che mai più sarebbe stato infelice.

A noi piace pensare che esista una musica ancora più bella di quella che ascoltiamo grazie ad Ennio Morricone ne La leggenda del pianista sull’oceano, proprio perché

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

E alla fine, Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, piuttosto che scendere sulla terra, infinita, piuttosto che sedersi sul seggiolino sbagliato, quello del pianoforte di Dio, decide di non abbandonare il Virginian che ormai deve essere fatto saltare in aria. Già si immagina, con un braccio perso nell’esplosione, chiederne uno in Paradiso, e ritrovarsi con due destri:

Certo… sai che musica, però… con quelle mani, due, destre… se solo c’è un pianoforte…

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