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Nel microcosmo di Snowpiercer, la serie TV Netfilx con Jennifer Connelly e Daveed Diggs, il cibo rappresenta lo status symbol di una classe sociale. Come si distingue infatti una carrozza da un’altra se non attraverso il rapporto con la tavola? È dunque il caso di fare alcune osservazioni sull’antropologia alimentare all’interno della serie TV.

“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei” – quante volte abbiamo sentito questa frase, diventata ormai iconica e spesso associata impropriamente solo all’aspetto fisico di ciascuno di noi? A pronunciarla è stato il francese Jean Anthelme Savarin, gastronomo che nella prima metà dell’800 scrisse un trattato intitolato “Fisiologia del Gusto” in cui prendeva in esame il rapporto che ogni essere umano ha col cibo, non solo in base a preferenze tra dolce e amaro ma anche esaminando la scelta tra gli alimenti di diverso genere e i risvolti psicologici e sociali.

L’antropologia alimentare, infatti, ha da sempre messo in evidenza la correlazione tra status sociale e cibo portato in tavola tutti i giorni. Fin dai tempi dell’Impero Romano o nelle corti medievali, il cibo è stato elemento distintivo di appartenenza ad una classe sociale piuttosto che a un’altra. Un collante tra comunità circoscritte che non solo lo condividevano in conviavilità per piacere, ma ne erano legate a causa delle proprie possibilità e delle occasioni di vita.

In un futuro post-apocalittico, gli esseri umani sono messi a dura prova dalla convivenza e dalla costruzione di una nuova società all’interno dei 1.001 vagoni del treno di Snowpiercer. La serie tv fantascientifica uscita su Netflix lo scorso 25 maggio in dieci episodi è ispirata alla graphic novel belga del 1982, Le Transperceneige e racconta eventi precedenti rispetto a quelli visti nel 2013 nell’omonimo film diretto dal regista premio Oscar Bong Joon-ho, ma ne riflette le intricate vicende che si svolgono nel microcosmo del treno e tra i suoi passeggeri. In perenne fuga da una glaciazione globale a bordo del treno del magnate Wilford, un gruppo di esseri umani si ritrova vicino e più distante che mai: l’istinto di sopravvivenza permette di migliorarci e aiutarci l’un l’altro? Sembra proprio di no.

La dimensione sociale e culturale del cibo in Snowpiercer

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Il cibo è spesso causa e conseguenza sia del nostro aspetto fisico che della nostra salute, ma lo è in relazione alle nostre disponibilità economiche, all’approccio con il sociale e al bagaglio culturale che ci trasciniamo dietro. Infatti, se in epoche passate le classi sociali più povere si nutrivano di alimenti prevalentemente provenienti dal proprio piccolo appezzamento di terra – come vegetali e poche carni, che invece erano lusso riservato ai ricchi – oggi esiste un ribaltamento della preferenza di una categoria di cibo ad un’altra: una maggiore cultura e sensibilizzazione all’ambiente e a politiche di sostenibilità del cibo portano a trend culinari come la dieta vegana, il bio e così via. D’altro canto, invece, assistiamo a un consumo incontrollato e inconsapevolmente errato del cosiddetto junk food, ipercalorico e a base di carni e alimenti processati, da parte delle classi sociali più povere e in genere meno istruite. Si paga di più per mangiare di meno ma in modo più salutare e si paga di meno per ricevere porzioni abbondanti e poco attente al rispetto di determinati standard di produzione e di controllo qualità del prodotto.

Una simile situazione accade all’interno del treno di Snowpiercer dove la gerarchia sociale è tutt’altro che assente: in fondo al treno i più poveri si nutrono di barrette proteiche dall’aspetto gelatinose, di colore nero e poco invitanti – simili al carbone che la Befana nella nostra tradizione riserva ai bambini che si sono comportati male, quale fosse un peccato individuale l’essere nato povero o l’aver perso il lavoro. Via via che ci si sposta di vagone in vagone, fino in testa al treno, i passeggeri appartengono a classi diverse ma superiori: dalla terza si passa alla seconda e si raggiunge la prima, quella alla quale appartiene l’elite. Quest’ultima si riserva il privilegio di avere accesso alle carni e alle verdure che vengono prodotte nel treno stesso, ma che presto iniziano a scarseggiare – minacciando di scatenare una lotta tra classi. Se nei vagoni antecedenti la terza classe “ci si accontenta” di formaggio grigliato e zuppa di pomodoro – piatti semplici, ma esclusivi per i vagoni del fondo – nella terza invece si guarda alla tradizione culinaria asiatica e sul menù del giorno i passeggeri trovano la zuppa di noodles orientali. In prima classe? Si gusta congee cinese – una sorta di porridge a base di riso – e parfait per dessert, mentre in testa al treno la portavoce di Wilford – Melanie Cavill, interpretata da Jennifer Connelly – si concede insieme al suo team piatti a base di salmone affumicato, avocado e sushi accompagnato da sakè.

Mentre le barrette proteiche destinate alla classe sociale più povera, alla base della piramide sociale del treno, non hanno nemmeno quelle qualità che rendono un cibo appetibile – come la fragranza, il colore, la consistenza – invece il cibo destinato ai membri più ricchi è preparato con estrema meticolosità e attenzione all’estetica. Fare di una ricetta un’opera d’arte è una prerogativa dei ristoranti gourmet che ricercano spesso una precisa bellezza esteriore nel piatto portato in tavola e hanno cura di selezionare accuratamente ingredienti di qualità e freschezza impareggiabili rispetto a quelli usati in fast food, ad esempio. Ma perché questa propensione verso la cucina asiatica ed esotica? Perché nell’alta società la ricercatezza e l’elemento di novità, esotico e oltre confine, sono visti come un’apertura culturale. Aprire una finestra sul mondo culinario, d’altronde, non è da tutti ed è anzi un trend che portano avanti soprattutto le classi elitarie: il sushi fresco costa parecchio, è vero, ma non è solo questo a determinare questa distinzione. Si parla sempre più spesso, infatti, di neofobia alimentare indicando la paura e lo scetticismo riservato ai cibi esteri ed etnici di cui sono spesso vittime le persone meno aperte culturalmente a ciò che è diverso dal proprio mondo di abitudini. Inoltre, la cucina asiatica è dosata con scrupolo rispettando i nutrienti necessari all’organismo per mantenersi in salute e di sovente le classi sociali più in alto sono persino “vittime” di un’eccessiva tendenza all’ortoressia – ovvero al mangiare sano ad ogni costo, letteralmente. La globalizzazione poi ha portato all’esplorazione culinaria oltre la propria tradizione nazionale è questo è un aspetto fortemente legato al consumismo e all’ostentazione del materialismo alimentare come status sociale. Se posso mangiare questo, allora posso permettermi anche quest’altro.

Una metafora – questa tra cibo e status symbol – che avevamo già di recente visto in scena nel film Netflix Il Buco, dove veniva preso in considerazione anche lo spreco di cibo che tuttavia non arriva mai a chi sta più in basso.

Una chiave di lettura attuale: quando le difficoltà dividono

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Nelle ultime settimane ci si è chiesti se i momenti difficili uniscono la società e le persone che ne fanno parte o, piuttosto, ne marcano le differenze. In Snowpiercer la sopravvivenza è lotta, il proprio posto nel mondo è da guadagnare con resistenza e una disperata ricerca di giustizia. Nonostante tutti i passeggeri siano sul treno per fuggire a una situazione climatica estrema che ha reso impossibile la vita nell’ambiente esterno, nessuno di loro è disposto – soprattutto ai vertici della società – a venire incontro alle altrui esigenze e ad abbattere le differenze di classe. Anzi, la nuova società del treno del signor Wilford appare spietata e ostinata nel distinguere l’elite, desiderosa di accaparrarsi il meglio anche a tavola, dai più poveri ai quali è tolta anche la dimensione umana e conviviale del cibo. Non ci si riunisce a tavola come in prima classe, non si hanno posate o una tovaglia, ma si mangia con le mani e in un angolo del vagone perché il cibo a loro riservato non è neanche degno di essere al centro di un momento sociale. “Tutto questo e non sapete condividere”, dice uno dei passeggeri degli ultimi vagoni osservando la realtà ben diversa della prima classe. Una parola quanto mai appropriata, perché il cibo è condivisione ma questa sembra essere una qualità che agli uomini non è poi così facile praticare. Pur non essendo lo stesso scenario apocalittico, nei primi momenti della crisi pandemica del 2020 nel mondo abbiamo assistito a scene di frenetica e caotica ricerca di cibo in maniera quasi compulsiva, un atteggiamento del tutto opposto alla capacità della condivisione con le fasce più deboli.

Ma ora passiamo dalla parola ai fatti con le ricette di due ristoranti asiatici!

Uramaki Tokyo: ricetta e preparazione

Dalla creatività dello chef del Ristorante Giapponese Fuji di Parma arriva una speciale ricetta di sushi del Sol Levante, originale e colorata, gli Uramaki Tokyo! Ecco come preparare una porzione da otto pezzi.

Ingredienti:

  • ½ foglia di alga Nori
  •  160g riso sushi
  •  2 fettine di Avocado
  •  2 fettine di salmone
  •  2 fettine di branzino
  •  2 fettine di tonno
  •  4pz gambero bollito
  •  Uova di pesce volante (q.b.)
Sushi Uramaki Tokyo Fuji Cinematographe.it
Gli Uramaki Tokyo del Ristorante Giapponese Fuji di Parma

Preparazione:

Stendete la foglia di alga Nori sulla stuoietta apposita (volendo la si può rivestire con della
pellicola), tenendo la parte più liscia verso il basso. Dopo aver bagnato un po’ le mani con acqua (per evitare che si attacchi troppo il riso), prendete un po’ di riso per sushi e stendete su tutta la superficie dell’alga, dopodiché capovolgete l’alga portando il lato coperto dal riso verso il basso e farcite mettendo i gamberi senza la coda, e occupando tutta la riga centrale sulla lunghezza. Ora prendete il bordo inferiore della stuoia e premete l’ingrediente centrale verso l’interno, arrotolando il tutto, procedendo verso l’alto. Modellate il rotolo premendo uniformemente con le mani nel senso della lunghezza e ricoprite la superficie del rotolo alternando avocado, tonno, salmone e branzino. Riprendete la stuoietta e mettetela sopra al rotolo, e modellate in lunghezza per far aderire gli
ingredienti alla forma del rotolo di riso. Adesso non rimane che tagliarlo: mettete il rotolo su un tagliere e bagnate la lama del coltello con dell’acqua, tagliatelo a metà, e poi tagliate in 4 pezzi ogni rotolino, in modo che si formino 8 pezzi di uramaki. Completate il piatto decorando con uova di pesce volante.

Zuppa di Noodles: ricetta e preparazione

Dalla tradizione culinaria cinese portata avanti con dedizione dallo chef Tian Deyun del ristorante Asian Bistrot nel centro di Milano, in zona Porta Venezia, arriva la reinterpretazione della zuppa di noodles in brodo di manzo. Ecco la ricetta per prepararli anche a casa!

Ingredienti: 

  • Per i noodles: farina00, acqua q.b. e sale
  • Per il manzo: noce di manzo, anice, alloro, cipollotto, cannella, zenzero, aglio, pereroncino, buccia d’arancia, sale, pepe, zucchero, olio di sesamo, salsa di soia, vino
  • Per il brodo: gallina, cipolle, carote. Si possono usare gli ossi di vitello per il brodo.
Noodles di Manzo in Brodo Asian Bistrot Cinematographe.it
I noodles di manzo in brodo dell’Asian Bistrot di Milano

Preparazione:

Iniziare dalla cottura del manzo, per cui occorre circa un’ora e mezza – il tempo si riduce con l’uso della pentola a pressione. Fate bollire il pezzo di manzo intero nell’acqua con un po’ di vino: una volta portata a bollore l’acqua tirate fuori il pezzo di carne e risciacquate sotto acqua fredda. Mettete tutti gli ingredienti in una pentola con l’acqua necessaria per il tempo di cottura previsto e aggiungete nuovamente il pezzo di manzo. Cucinare per 90 minuti con il coperchio.

Intanto procedete all’impasto dei noodles: impastate con acqua, farina e sale e cominciate a lavorarci su per 20 minuti. Lasciate riposare 10 minuti ed impastate altri 10 minuti… bisogna fare a mano! La pasta va fatta al momento della preparazione, per cui stendete la pasta e tagliatela con il coltello dello spessore desiderato. Buttate la pasta nell’acqua bollente, scolatela dopo una decina di minuti e mettetela in una ciotola per il ramen. Per il brodo aggiungete sale, salsa di soia, olio di sesamo e verdure a piacimento. Versate il brodo sulla pasta, aggiungete al piatto un uovo all’occhio di bue e per finire tagliate a fettine il manzo preparato in precedenza e adagiatelo sui noodles con la guarnizione di un po’ di cipollotto.

Buon appetito!

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