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Wolfwalkers, un miracolo tecnico. Dal regista de La Canzone del Mare, Tomm Moore – con il contributo del suo fidato collaboratore Ross Stewart -, ci catapultiamo nel 1650, più precisamente nella cittadina di Kilkenny, Irlanda: un perimetro protetto e sorvegliato da Lord Protector (Simon McBurney in lingua originale), che tiene lontani gli abitanti da temibili lupi che circondano la zona. Essi vivono in una foresta inesplorata, un luogo sacro che conserva la leggendaria cerchia dei Wolfwalkers, esseri per metà umani e metà lupi in grado di carpire e comprendere il linguaggio dei canidi. La storia ci presenta Robyn Goodfellowe (Honor Kneafsey), figlia di Bill (Sean Bean), un possente cacciatore di lupi che cerca di attenersi a qualsiasi ordine impartito da Lord Protector. Robyn è scaltra, agile, non vuole darsi mai per vinta e non teme alcun pericolo o minaccia esterna alla città-fortezza. Nonostante la sua fermezza e il suo coraggio, la voglia di cacciare ed esplorare nuovi territori viene prontamente ridimensionata da un padre molto preoccupato per la sua incolumità. Superare i confini di Kilkenny è solo l’inizio di una meravigliosa svolta fantasy che legherà il popolo dei lupi con una giovane guerriera dall’animo nobile.

Wolfwalkers: largo spazio da dedicare allo spettacolare linguaggio visivo

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Immagini che parlano più delle battute da pronunciare. Sequenze animate con una forza espressiva singolare, consapevole della storia che si sta presentando e dei sorprendenti sviluppi durante il suo svolgimento. Wolfwalkers si anima davanti i nostri occhi senza limitazioni tecniche di sorta, abbattendo le mura di Kilkenny e inoltrandosi in un paesaggio misterioso, circondato dal verde e da una magia inespressa in attesa di essere scoperta. I lupi vengono rappresentati come entità sovrannaturali dotate di sensi potenziati, che non si limitano alla superficialità e alla rabbia incontrollabile dell’uomo e trascendono la realtà terrena che viene battuta e scardinata. Il tocco di Tomm Moore è inconfondibile; a distanza di anni dall’avventura con Ben al largo delle coste islandesi ne La Canzone del Mare (2014), il regista conferma la sua bravura con inquadrature regolate al dettaglio.

Ogni passaggio di trama viene scandito da stupende transizioni che trasportano i personaggi in un rapporto da rivisitare, da contemplare: Robyn ha tutta l’intenzione di tendere la mano verso un branco di lupi che non è inferocito, ma impaurito e destabilizzato. Il cuore del film sta nel tipo di connessione che viene instaurato fra una bambina curiosa e un membro chiave dei Wolfwalkers, Mebh (Eva Wittaker), una coetanea tenuta lontana dal mondo degli umani. Quello rappresentato è un legame di fondamentale importanza, che assicura un crescendo di sequenze toccanti che riguardano il ruolo dell’eroe e delle vere caratteristiche che lo possono definire. Nessun comprimario viene sacrificato, perché la sceneggiatura di Will Collins tiene conto di un contesto fantastico che va a modellare personalità propense al cambiamento. I Wolfwalkers, una volta conosciuta la loro vera natura e il loro habitat dalle mille configurazioni, contribuiscono a potenziare fondali e dettagli scenici dall’impatto visivo folgorante.

Le musiche di Bruno Coulais sono il fiore all’occhiello dell’intera produzione

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La geometria e gli spazi tentano inizialmente di sottostare ad una bidimensionalità apparente, ma successivamente il disegno a mano prende il sopravvento con una creatività senza pari. Il mutamento della fisionomia umana e l’importanza dell’amore nella sua accezione più totalizzante regolano l’andamento della narrazione, con due figure femminili trasparenti, valorose, dominate da uno spiccato istinto di sopravvivenza. Il rapporto di amicizia fra Robyn e Mebh si espande a dismisura e cerca di raggiungere i cancelli di Kilkenny senza regolamentazioni impartite da un sistema chiuso, opprimente e poco incline al confronto e al dialogo. Lord Protector, nel ruolo di spietato antagonista, viene messo costantemente in discussione per la sua bieca convinzione che il diverso e il non conosciuto debba essere controllato o debellato; uno spunto sempre attuale che può essere ripristinato e contaminato dalla sensibilità dei suoi nemici.

L’ambientazione del popolo dei lupi e la mitologia che si nasconde nel loro branco vengono avvalorati da una soundtrack delicata, leggiadra e pura: Bruno Coulais distende una sorta di monologo interiore suggerito e sussurrato, un percorso dell’anima che agisce sottobanco per ricongiungere le due fazioni in combutta, senza imbattersi in brutali uccisioni. Si tratta di una conduzione ragionata, al passo con la missione prefissata da Robyn e Mebh per regolare l’assetto retrogrado dei cittadini di Kilkenny. Il film di Moore incanta, stordisce per la sua delicatezza di fondo e si assicura un posto in prima fila fra i titoli più rappresentativi del cinema d’animazione moderno. Per convincervi di questo, ci si può benissimo soffermare sull’intera sequenza condotta da “Running With The Wolves” di AURORA, in sottofondo per rafforzare definitivamente il grado di immersione e immedesimazione del fruitore nell’ecosistema dei Wolfwalkers.