Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato: recensione del film con Gene Wilder

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Chiudete gli occhi e sfidate voi stessi nell’immaginare una visione armonica dei seguenti capi d’abbigliamento: farfallino beige; gilet a fiorellini; lunga giacca viola acceso; cilindro arancione sbiadito. “Un pugno nell’occhio”, direte voi; e neanche sbagliereste.

Ma sforzatevi ancora e vi sorprenderete nel rendervi conto di iniziare a delineare il profilo di uno dei personaggi più caratteristici e meglio riusciti della storia del cinema. Ricciolo biondo, occhi azzurri, eccentrico di natura, falso imbroglione e buono di cuore… è il Willy Wonka interpretato da Gene Wilder in Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato!

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato: critica di una società incapace di meravigliarsi

Il film diretto da Mel Stuart (I love my wife, Two is a happy number) vide la luce nel 1971, appena 7 anni dopo l’uscita del celeberrimo romanzo La fabbrica di Cioccolato di Roald Dahl; il quale attinse ad eventi biografici per la scrittura di quello che da lì a poco sarebbe diventato un vero e proprio caposaldo della lettura per ragazzi. Infatti, all’epoca in cui era uno studente di una scuola privata inglese, la cioccolateria Cadbury inviava ai collegiali scatole piene di nuovi tipi di dolci, allegandogli un foglietto per votare i loro preferiti e, quindi, decidere quali immettere sul mercato. 

È strano quanto poco basti per cambiare la vita di una persona: un giorno ricevi scatole di dolci a scuola e quello dopo ti risvegli autore di un libro con all’attivo più di 20 milioni di copie vendute e traduzioni in 55 lingue.

Un po’ come capita al piccolo Charlie Bucket, il biondissimo bambino che in Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato è interpretato da Peter Ostrum (dopo poche apparizioni in teatro ha intrapreso una carriera da veterinario) e che guadagna pochi centesimi al giorno lavorando come corriere per l’edicolante del paese, e che ogni sera torna nella piccola e scomoda casa in cui vive con sua madre e i quattro nonni mangiando nient’altro che zuppa di cavolo.

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato

Il suo sogno? Riuscire ad entrare nella fabbrica di cioccolato del signor Wonka, un posto misterioso e contemporaneamente fantastico. Per farlo basta “solamente” trovare uno dei cinque biglietti dorati nascosti tra miliardi di tavolette Wonka sparse per il mondo, grazie ad un concorso indetto dal magnate della cioccolata in persona.

Per sua fortuna è proprio lui ad accompagnare lo spettatore nella scoperta di un mondo assurdo e, per certi versi, onirico. Insieme a lui ci sono gli altri quattro singolari bambini, anch’essi baciati dalla Dea bendata nel trovare il famigerato biglietto ed accumunati da una caratteristica tutta umana: il vizio (basti pensare che nella prima stesura del romanzo i bambini protagonisti dovevano essere 7).

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato

Technicolor e canzonette sono la ricetta segreta del regista per mettere in scena una crisi sociale insita nelle nuove generazioni di troppe generazioni fa per poter avere ancora fiducia in quelle che verranno

In un mondo in cui ingordigia, superbia ed invidia tiranneggiano sulla gioia che solo un bambino con la sua innocenza può (o potrebbe) personificare, come si fa a meravigliarsi? Gli Umpa Lumpa non esistono! Tant’è vero che nel 2005 a Tim Burton è bastato il solo volto di Deep Roy per costruirsi in digitale il suo esercito di aiutanti di Johnny Depp.

Chi l’ha deciso che la realtà dev’essere triste o poco sorprendente? Siamo noi uomini a costruirci il  mondo in cui viviamo, oggi più che mai. Vuoi un fiume di cioccolato in casa? Si può fare! Caramelle gommose al posto dei lampadari? Detto fatto! Purtroppo non sappiamo sorriderne, non riusciamo a ridere di gusto guardando a noi stessi. Ed ogni volta che viene a mancare qualcuno che sa come fare, muore un’altra parte felice e capace di meravigliarsi di noi.

Ciao, Gene.

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