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Mula è una donna con una vita tranquilla, è sposata, vive in campagna, è pronta a celebrare la prima comunione della figlia Nina. La donna ha invitato sua sorella, Kaja, una donna instabile mentalmente che nasconde un passato misterioso. Le due condividono un grande segreto: in realtà Nina è figlia di Kaja, ma è sempre stata cresciuta da quella che in realtà è sua zia. Questa è la storia di Wieza. Jasny Dzien (Tower. A Bright Day), film di Jagoda Szelc che fa parte della sezione del Trieste Film Festival, Wild Roses: Registe in Europa.

Wieza. Jasny Dzien: un segreto che viene svelato quasi subito

Wieza. Jasny Dzien.Cinematographe.it

Il segreto si scopre quasi subito: Nina è figlia di Kaja, non di Mula; e questo è motivo di scontro tra le due. Kaja, a causa del suo essere instabile, è imprevedibile, potrebbe fare e dire qualsiasi cosa. Il dramma, la distruzione della vita della bambina sono dietro l’angolo. Questo dovrebbe essere il centro, il punctum di un film che dovrebbe concentrarsi su ciò, invece sembra che tutto stia per avvenire ma non avviene mai. Szelc vuole toccare lo spettatore, tenta di spingerlo a pensare, ad avere le proprie convinzioni ma qualcosa nella “comunicazione” tra chi narra e chi “ascolta”/”vede” si interrompe; la sensazione è quella di stare in bilico tra le vite di questi personaggi, non addentrandosi mai nei loro ventri molli. La regista e la sceneggiatrice fa un film in cui fanno eco molte altre storie, tra cui Melancholia di Lars Von Trier. In entrambi i casi si parla di una celebrazione, una famiglia riunita, un momento di festa che si apre al male e al mistero. Se nel film di  Von Trier tutto si svela a poco a poco mentre un pianeta si avvicina qui succede il contrario. In Wieza. Jasny Dzien c’è un vuoto, o meglio un pieno, nella scrittura della storia che non convince lo spettatore: tutto è consegnato subito allo spettatore che sa già cosa aspettarsi ma deve attendere la “tragedia” che esploderà nel finale dove il male e i difetti della protagonista emergeranno prepotentemente.

Wieza. Jasny Dzien: un film che manca di qualcosa

Wieza. Jasny Dzien.Cinemaatographe.it

“basato su eventi futuri”

Il film è mancante di una storia, di una profondità dei personaggi e proprio per infarcirlo di cose la Szelc dà la sensazione che le cose avverranno, prima o poi, che lei lo sa, la storia, prima o poi, prenderà il volo veramente. Muore il Dalai Lama e il prete che deve celebrare messa, non sa come fare, attorno alla casa volano elicotteri in cerca di qualcuno.

Si cerca di riempire la noia con varie scene che sembrano non avere nulla a che fare con la storia del film, come per esempio quando il cane della famiglia scava la terra di notte, contro un bellissimo cielo in mezzo alle montagne che lo spettatore vede scuro, plumbeo, con tuoni e fulmini, presagio – ancora – di un temporale fragoroso. Sembra un dipinto o una di quelle fotografie meravigliose, eppure questa bellezza estetica non riesce a convincere e a coinvolgere a pieno.

Wieza. Jasny Dzien: un film che allontana lo spettatore

Wieza. Jasny Dzien. Cinemtographe.it

La sensazione è quella di perdersi in un mare che non culla e neanche spaventa; nonostante la bravura della regista che usa la macchina da presa senza troppe difficoltà, lo spettatore non riesce ad entrare nel dramma di Mula e Kaja, nella loro lotta per la figlia e neppure di capire la storia di Nina, vittima di due donne che hanno scelto per lei.

Wieza. Jasny Dzien sembra stare un passo indietro, non avere una sua natura, citando il cinema d’autore – è stato già ricordato Melancholia di Von Trier da cui la regista prende in prestito il modo di girare, di costruire il racconto, senza però rielaborare la lezione imparata – perché forse la regista non ha trovato ancora totalmente il suo sguardo sul mondo e sulla sua stessa storia. Il risultato è un film complesso che non riesce a catturare totalmente lo spettatore, è un lavoro che potrebbe colpire nel profondo ma non raggiunge l’emozione sperata; l’opera infatti vorrebbe strizzare l’occhio al cinema d’autore e forse proprio per questo qualcosa si rompe tra spettatore e regista.