whiplash

In musica, si dice sincope quel ritmo in cui l’accento si sposta dal tempo forte di una battuta ad uno più debole. L’effetto prodotto è un altalenarsi di suoni veloci che contribuiscono a formare un’armonia vivace che non cede mai il passo alla calma. Ed è proprio in questi termini che si può descrivere Whiplash, seconda prova registica di Damien Chazelle, in cui un diciannovenne batterista con un’insana passione per il jazz (Miles Teller) comincia il suo primo anno nel conservatorio più famoso d’America e incrocia la sua strada con un professore famoso per la sua rigidità. Non sembra nulla di nuovo dal punto di vista della storia, e forse lo è, ma la forza di questo film sta in gran parte nella direzione registica di Chazelle, che trasforma il jazz in un personaggio vero e proprio invece di limitarsi a trattarlo come un elemento aggiunto della narrazione come spesso accade nei film di genere. E quale miglior setting di New York City, sua città adottiva, che con i suoi suoni naturali e la sua sinfonia di colori e luci si sposa a meraviglia con l’improvvisazione, essenza tipica del jazz? Prima ancora che Bernard Herrmann scrivesse la colonna sonora di Taxi Driver, c’ha pensato Francis Scott Fitzgerald con i suoi scritti ad immortalarne il matrimonio, negli anni ’20. Nato ad inizio Novecento a New Orleans, profondo sud degli Stati Uniti, il jazz ha trovato la sua naturale celebrazione nella città che non dorme mai.

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J.K. Simmons nei panni di Terence Fletcher

E Chazelle lo sa, e ne tiene conto, perché trasforma la stessa New York in un personaggio, con i suoi vicoli e i suoi taxi gialli, ma anche con i suoi locali piccolissimi e intimi, posti dove il tempo sembra essersi fermato ad un mondo prima di internet e degli smartphones. Ma la grande città è anche il posto della solitudine e dell’isolamento, ed è esattamente così che ci viene presentato Andrew fin dalla prima inquadratura, in cui lo troviamo dietro la il set di batteria, ad esercitarsi per raggiungere quel grado di perfezione a cui anela seguendo le orme dei grandi maestri che lo hanno preceduto. Miles Teller fa un bellissimo lavoro nel metterlo in scena senza alcuno schermo, in maniera molto spontanea ed onesta, con una serie di atteggiamenti che anche solo visivamente collaborano alla percezione dello spettatore di trovarsi di fronte ad un ragazzo solo e timido, con la sua unica passione come motore che lo spinge ad andare avanti. Gli fa da contraltare perfetto Fletcher, il miglior professore del conservatorio, interpretato da un J.K. Simmons in profumo di Oscar. Il suo personaggio è un “duro”, uno che non si arrende di fronte a nulla e per il quale la grandezza può essere raggiunta solo a patto di non demordere mai, non importa quali possano essere le conseguenze. There are no two more harmful words in the English language than ‘Good job!’ (“Non ci sono due parole più pericolose nella lingua inglese che ‘Ben fatto!’) è quello in cui crede, e quando si arriva alla fine del film risulta davvero difficile non credergli.

Perché le ultime battute (musicali e non) di Whiplash prendono per mano lo spettatore e lo gettano con una prepotenza gentile e dura allo stesso tempo sul palcoscenico, in una cacofonia di note e giochi di luce che funge da forza centrifuga intorno alla batteria, al punto da lasciarlo incantato e anche un po’ spaventato, perché il jazz è soprattutto schizzata improvvisa, senza regole, pazza. E solo lasciandoti andare completamente al suo ritmo puoi coglierne l’essenza più pura.

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