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Il nome di Cesare Maltoni non è conosciuto tanto quanto dovrebbe esserlo: è una delle certezze che regalano i primi minuti del documentario Vivere, che rischio di Michele Mellara e Alessandro Rossi (prodotto da Mammut Film e distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection). Un’idea che prende sempre più forma durante la visione e che si consolida all’uscita dal cinema, quando viene spontaneo raccontare a parenti e amici “La coraggiosa storia del pioniere della ricerca scientifica: Cesare Maltoni” (questo il sottotitolo). Perché, se è vero che in tanti hanno sentito parlare dei suoi studi e delle sue importanti scoperte, così come dell’Istituto Ramazzini, da lui fondato (prestigioso non soltanto per l’Italia, ma a livello internazionale), il nome dell’artefice, nel nostro Paese, non è così impresso nella memoria, né collettiva, né del singolo.

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Vivere, che rischio: Mellara e Rossi raccontano Cesare Maltoni

Nato a Faenza nel 1930, Cesare Maltoni è stato un medico e oncologo di fama mondiale, a buon diritto considerato tra le menti più brillanti del Novecento. Il suo impegno su più fronti, dalle campagne di sensibilizzazione per la prevenzione dei tumori, alle ricerche sull’inquinamento ambientale e sui suoi effetti, è raccontato da testimonianze dirette di tanti suoi collaboratori, così come da filmati di repertorio. Il ritratto che Mellara e Rossi tracciano di lui attraverso questo documentario è impreziosito dalla voce dell’attore Luigi Danina, che si muove tra le lettere di Maltoni e un lavoro di scrittura sapiente, educato, misurato.

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L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo si rincorrono sullo schermo, si danno la caccia, mentre la vicenda dell’uomo Maltoni, in sordina, si salda inscindibilmente a quella dello scienziato, schierato in prima linea. Colpisce la sottile maestria con cui il microscopico si rapporta al macroscopico: e proprio come una sola, piccola cellula cancerosa può devastare un intero organismo, allo stesso modo un singolo uomo può provare – e riuscire – a fare del bene all’intera umanità, con devozione e rispetto per la vita. Quel rispetto che deve essere più che mai saldo anche quando la vita cede il passo alla malattia del corpo, e questo Maltoni lo sapeva bene: si deve a lui, infatti, la realizzazione della prima struttura per cure palliative in Italia, l’Hospice Seragnoli.

Vivere, che rischio è un titolo quanto mai azzeccato, che si carica man mano di senso profondo. Con lo stile e l’intelligenza narrativa che li contraddistinguono, Mellara e Rossi ricostruiscono l’universo di Maltoni, il quotidiano e l’avventura professionale di un uomo di scienza lungimirante, visionario, che non si è mai tirato indietro di fronte all’impegno che il suo lavoro – la sua missione – gli chiedeva. Dagli ambulatori del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, al Castello di Bentivoglio, sede dell’Istituto Ramazzini, dai convegni internazionali alle aule del processo Marghera, ogni luogo racconta una vita di passione, consapevolezza e coraggio, un’esistenza vissuta senza clamore ma a testa alta, anche quando si trattava di misurarsi con gli interessi economici delle grandi industrie.

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