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Victoria, del 2015, è diretto da Sebastian Schipper. Abbiamo una sola particolarità che riguarda la confezione ma anche il cuore di tutto il progetto: il pianosequenza. Seguiamo le vicende di Victoria (Laia Costa), una barista che si guadagna da vivere a Berlino. Nel giro di una notte, la sua vita subisce una svolta inattesa facendo la conoscenza di un gruppo di giovani ragazzi locali. Guidati da Sonne (Frederick Lau), essi sono ben consapevoli di un destino avverso che li perseguita e dovranno risistemare le loro priorità, con Victoria ritrovatasi invischiata in una rocambolesca situazione in cui la morte può bussare alle porte di una notte placida e inizialmente glaciale. La pellicola è disponibile gratuitamente sulla piattaforma Amazon Prime Video.

Victoria: tutto accade in una notte nel film di Sebastian Schipper

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In 2 ore e 20 minuti, Victoria è come se ci stesse proiettando su di un palcoscenico di corpi ripresi e riportati a galla, personalità scomposte che trovano un loro posto nel mondo e anime trascurate in cerca di una via alternativa per correggere i passi falsi di una vita senza scopo. Un intero mondo condensato in un’avventura di una notte, più precisamente un lasso di tempo che si apre alle 4 del mattino fino al sorgere del sole. Il tempo narrativo percorre una linea retta che si conclude con un chiarore abbagliante che si diffonde nel crepuscolo, ma la trama che coinvolge i protagonisti segue un percorso totalmente differente: l’imprevisto è dato dai pregiudizi che vengono abbattuti, da una comunità che si ritrova e viene rafforzata anche se avvolta dall’oscurità dello scenario presentato, da un regista che non smette mai di riprendere.

Si ritrae un rapporto fascinoso e di grande impatto fra la cinepresa e il soggetto da posizionare in primo piano. Non si tratta solo di artificio visivo ottimamente confezionato, ma assistiamo alla presentazione di una entità che abbraccia il quadro cinematografico per elevarsi a qualcosa di molto più intimo, da trattare con attenzione maniacale; è l’attimo fuggente che è difficile da replicare, il momento di raccoglimento in un gruppo che non appartiene a Victoria ma al tempo stesso è automaticamente parte integrante del suo vissuto. In questo gigantesco blocco narrativo non esiste un background approfondito di ogni singolo personaggio, ma lo stesso si può avvertire un trascorso e un percorso parallelo al tempo presente che emerge dagli scambi di dialogo. Le gioie, i desideri, le paure strettamente legate all’integrità morale: un copione di 14 pagine, con pochi accenni ai profili caratteriali, si trasforma in una coreografia improvvisata e dominata dalle caratteristiche peculiari degli attori in scena.

Victoria: quando la tecnica è utilizzata per valorizzare ogni elemento scenico e ogni performance di spicco

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Una ripresa che non si concede una pausa. Nessun distacco dagli attori che, con l’avanzare della narrazione, vestono i panni di sagome che hanno bisogno di un carburante emotivo. Sagome senza forma nei minuti iniziali, che iniziano ad occupare di prepotenza le strade deserte di una Berlino solitamente piena di vita e vigore, per poi oscurare la stessa notte che li ha inghiottiti. Victoria è un viaggio senza ritorno ai confini della legalità, con una routine che cambia costantemente faccia e registro. Da una trama che affonda le radici sui rapporti d’amicizia e legami amorosi a heist movie, senza avvertenze alcune: il tempo a disposizione non ci concede la tregua necessaria per assorbire un’atmosfera che si sgretola di fronte ai protagonisti, e lo spettatore può solo partecipare passivamente alla distruzione programmata. Sebastian Schipper, assieme al direttore della fotografia Sturla Brandth Grøvien, si affida solo ai distinti colori da un club che fornisce attimi di giovinezza perduta da tempo e ritrovata con immensa fatica.

Gamme di blu, viola e arancione si intersecano e si mescolano armoniosamente, per rappresentare l’unico appiglio rigenerante per dei caratteri malleabili, interessati ad un legame fraterno che perde di definizione. Victoria è la regina della notte, portatrice di un’aura immacolata che rischia di rimanere scheggiata dalle conseguenze nefaste e dolorose di un colpo in banca organizzato frettolosamente. Il film gioca infatti sull’attesa: attendere un respiro non più strozzato dai timori, attendere una rivalsa vantaggiosa e un ampliamento graduale di orizzonti visivi, o sperare per un amore che duri più di 2 ore e 20 minuti. Schipper, anche autore della sceneggiatura, svolge il ruolo di giudice curioso degli intrecci, di giuria che ha già stabilito una fine precisa per gli interpreti, e di boia che ha visualizzato con lucidità la chiusura di un sipario sporcato di sangue e rimorsi.

La musica è sbiadita, si fa avanti timidamente, rimane spaesata dalla vivida rappresentazione di una condanna decisa già dal soggetto di partenza. Nils Frahm occupa il pianoforte senza curarsi del flusso di emozioni che scuote i personaggi. Ragazzi in preda al panico che cercano di sostenersi disperatamente, con un fine ben chiaro ai nostri occhi: giungere oltre i confini di un notte stanca e fin troppo placida, ma arricchiti di un affetto sincero, incondizionato, che ha trovato voce in capitolo nelle loro vite sconnesse dalla realtà. Victoria è un autentico capolavoro.