Truth

Film dal titolo accattivante quanto auto esplicatorio, Truth narra la storia di Mary Mapes –  interpretata dalla sempre bravissima e carismatica Cate Blanchett – e del team da ella assemblato con lo scopo di disvelare in diretta TV su 60 Minutes uno dei segreti più celati di George W. Bush riguardanti la sua carriera militare, soltanto qualche mese prima della sua rielezione alla Casa Bianca, nell’ormai lontano 2004 (incredibile notare quante cose siano cambiate in soli undici anni di storia, al punto che si fatica a tenere a mente che si tratta in effetti soltanto di un decennio).

Nonostante goda di protagonisti carismatici e una direzione molto buona Truth lascia un certo interrogativo in bocca… scopri qual è

Truth comincia quasi alla fine della vicenda, nell’ufficio di un importante avvocasto che la Mapes si ritrova a dover assumere (nonostante ci venga nascosto il perché) e poi, sulla domanda, “Do you think I did it?”, parte con un lungo flashback, che dura in definitiva per tre quarti di film. La vicenda inizia allora quattro mesi prima, quando, in un meeting per decidere il nuovo palinsesto autunnale, la Mapes propone l’idea di fare un reportage su Bush (una storia che, scopriremo di qui a poco, aveva già tentato di portare a galla nel 2000, ma che poi aveva dovuto abbandonare successivamente alla morte di sua madre). Il progetto viene approvato, con l’unica condizione che vada in onda in Settembre, per non far correre alla CBS il rischio di essere accusata di voler influenzare l’incombente elezione di Novembre. Dettaglio che in un primo momento non sembra essere importante, si rivelerà alla fine essere l’inizio di una lunga serie che eventualmente porterà al triste epilogo.

Truth

Il regista James Vanderbilt (sceneggiatore di Zodiac, per dirne uno, qui alla sua opera prima dietro alla camera da presa) ci mostra i personaggi principali tramite gli oggetti che li contraddistinguono maggiormente, ed è interessante notare come, se per la Mapes è il lavoro a maglia, per Dan Rather (interpretato da un Robert Redford totalmente investito nel progetto), volto e corpo di 60 Minutes, sono le mani, impegnate a scribacchiare note su un taccuino mentre viene preparato per andare in onda. Ma anche i personaggi minori ricevono lo stesso trattamento: estremamente emblematici soprattutto i testimoni chiave dell’inchiesta, che non appaiono mai di persona, bensì sempre introdotti unicamente dalle loro voci registrare sulle rispettive segreterie telefoniche (che non a caso non vengono quasi mai ascoltate). Bello anche l’effetto scaturito dal passo utilizzato nel film, fatto di veloci batti e ribatti e di altrettanto rapide inquadrature, a voler creare una similitudine tra lo stile giornalistico e la storia al centro del film (un altro esempio ne è la menzione, quasi di sfuggita, del passato della Mapes, con un padre che la malmenava di frequente, dettaglio che sembra ridondante e un po’ forzato al momento, ma che successivamente viene assai bene integrato nella narrazione, fino a diventarne un capisaldo).

Truth

Vanderbilt fa tutto in maniera precisa, quindi, e tuttavia il film non decolla mai completamente, lasciando sempre lo spettatore con una domanda che non dovrebbe mai porsi guardando un film: “E quindi?”. Okay, la storia ruota a questo supposto scoop che, forse sì ma forse anche no, avrebbe finito con l’influenzare l’esito delle elezioni di quel lontano 2004. Ma alla fin fine non si tratta di chissà quale segreto (il gruppo vuole provare che le influenze politiche di George Sr. abbiano di fatto risparmiato a George Jr. di servire il proprio paese nella guerra del Vietnam) e, soprattutto undici anni dopo, viene davvero da chiedersi se l’esasperazione generale della classe di intellettuali americani dell’epoca fosse a livelli tali da spingerli a vedere un possibile appiglio in qualsivoglia falla, non importa quanto grande o piccola in realtà fosse. Riflessioni da Europei, suppongo, ma che servono in qualche misura ad inquadrare meglio questo Truth, che, seppur con protagonisti carismatici e una direzione molto buona, lascia con un certo interrogativo in bocca riguardo l’indispensabilità di farne un film.

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