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Tratto dalle pagine dell’omonimo noir di Pierre Lemaitre, Trois jours et une vie è un film diretto da Nicolas Boukhrief e presentato in concorso alla quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Nel 1999 la comunità della piccola città di Olloy, nelle Ardenne, viene sconvolta dalla scomparsa del piccolo Remy. Per fronteggiare i biblici tempi della burocrazia e l’inerzia della polizia belga, tutti gli abitanti riuniscono le proprie forze per mettersi immediatamente alla ricerca del bambino. Nessuno sa che è proprio il migliore amico di Remy, Antoine, a sapere cosa sia accaduto nel bosco.

Trois jours et une vie: un noir dalle tinte psicologiche

Interpretato da Sandrine Bonnaire, Charles Berling, Pablo Pauly, Philippe Torreton, Margot Bancilhon e Dimitri Storoge, Trois jours et une vie si presenta come un dramma psicologico prima ancora che come noir. Questo implica un approccio particolare da parte dell’autore francese, che alla necessità di raccontare il percorso delle indagini predilige assecondare il bisogno, ancor più grande, di narrare la macabra vicenda da un punto di vista prettamente soggettivo, quasi intimo. Per questo motivo, dunque, l’evento della sparizione del bambino non conserva quella posizione centrale che dalle pagine di un giallo, o di un noir, ci si aspetterebbe: focale nella narrazione delle ricerche, che non vengono comunque tralasciate, è il poter già identificare il “colpevole”.

Boukhrief, e prima di lui Lemaitre, spostano lo scioglimento dell’enigma dal consueto terzo atto al primo, anticipando allo spettatore e al lettore chi c’è dietro il nefasto accidente che coinvolge Remy. Libero dal mistero che aleggia attorno all’episodio della scomparsa, lo spettatore può così spogliarsi dell’impegno cerebrale della trama, del progressivo assemblaggio del puzzle ai soli fini della rivelazione cardine della storia. Dunque, è adesso la prospettiva di Antoine ad assumere centralità nel racconto, con i suoi sensi di colpa e il suo grande segreto, condiviso con un pubblico già a conoscenza di quel che la comunità sta cercando di scoprire. Questa consapevolezza esterna, che combacia con quella interiore del protagonista, fornisce al dramma le tinte scurissime dell’indagine psicologica e un alto livello di tensione percepita fra Antoine e tutti gli altri personaggi che si rapportano a lui. Ed è proprio l’estraneità rivelata di Antoine a questa sofferenza, la sua preoccupante abilità di camuffamento nel dolore condiviso, a costituire uno dei più interessanti strumenti con cui l’autore analizza le dinamiche di un piccolo nucleo sociale alle prese con una circostanza incomprensibile e traumatica.

In Trois jours et une vie l’autore anticipa la soluzione dell’enigma per concentrarsi sulla riflessione psicologica

La mimesi del protagonista è intesa nella sua accezione più classica, quella di “riproduzione”: imitazione, rappresentazione fittizia, ricalco di uno struggimento comune e al di fuori di lui; e Boukhrief utilizza sapientemente questa scelta narrativa, lo “spoiler” della soluzione, come mezzo per raffigurare tutto quel che solitamente si tende a trascurare in indagini analoghe a quella di Trois jours et une vie in altre opere. Ci si può (e ci si deve) concentrare sull’aspra critica alla polizia belga, i cui movimenti sono regolamentati da tempi biblici e inadatti a placare e a risolvere ciò che consegue da un atto violento e repentino; si può riflettere sull’omertà di un’intera cittadina che sotto la consolante superficie di un tormento collettivo può celare tanti doppi che replicano quel dolore, perfettamente mimetizzati eppure sempre solo doppi, falsi. La decisa critica alle istituzioni addette alla gestione di casi come quello di Remy passa attraverso la coesistenza di due parti, che insieme contribuiscono a una grande colpa: da una parte, dunque, l’inettitudine dell’apparato della sicurezza pubblica, dall’altra coloro che alimentano la sua inefficienza facendo prevalere la fedeltà, rapporti di amicizia passata, la comprensione sulla giustizia.

Trois jours et une vie conserva del romanzo d’origine la struttura e gli elementi fondamentali, garantendosi un ritmo non sempre perfetto e puramente avvincente ma in grado di restituire le necessarie pause di riflessione. Del romanzo si ripropone il senso di quasi sovrannaturale coincidenza, come il casuale tempismo di una “tempesta perfetta” che tutto spazza via. Del romanzo si mantiene, anche, la lunghezza di un arco temporale che permette al protagonista di andare via da Olloy, crescere altrove, nel frattempo far raffreddare le sue colpe e, poi, tornare nella città e catapultarsi in una versione alternativa del passato, che lo costringe a fare i conti con se stesso, più che con gli altri.

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