Tre uomini e un fantasma: recensione del film de I Ditelo voi

Il secondo film del trio comico partenopeo I Ditelo voi è una commedia demenziale a tinte horror.

Dopo essere uscito in sala a novembre, arriva su Prime Video, il 30 dicembre 2022, Tre uomini e un fantasma, secondo film diretto e interpretato dal trio comico partenopeo I Ditelo voi (Francesco De Fraia, Domenico Manfredi e Raffaele Ferrante).

Tre uomini e un fantasma, recensione, Cinematographe.it

Il film è una commedia demenziale, dalle tinte horror. La trama ruota infatti attorno alle disavventure di tre amici, alle prese con una bambina demoniaca in una villa stregata. Mimmo (Manfredi) è un nullafacente di professione che tira a campare partecipando a svariati giochi a premi. Lello (Ferrante) è un sempliciotto con un’anomalia fisica: ha due cuori. Francesco (De Fraia) è un imprenditore incapace, sottomesso alla moglie ricca e volitiva.

Tre uomini e un fantasma: una satira non riuscita

In Tre uomini e un fantasma vengono messe in scena, insomma, tre maschere comiche che dovrebbero rappresentare in chiave satirica quei caratteri sociali, diffusi nelle più bieche e reazionarie narrazioni culturali contemporanee: l’uomo debole, zerbino della donna forte, il disoccupato di professione e il caso clinico, che si autodefinisce solo grazie alla propria condizione di salute. Purtroppo però la caratterizzazione dei personaggi è così stereotipata da risultare poco più che abbozzata. Fra battute sull’essere «biancofili e non necrofili» e infantili luoghi comuni sull’omosessualità, non vi è alcun riferimento satirico degno di nota. Per la verità il film, avendo la sua origine in una commedia teatrale, punta di più su una comicità surreale fatta di giochi di parole – a volte troppo scontati -, equivoci e battute gergali. Sebbene, però, i tempi comici siano buoni e ci sia una certa alchimia fra i tre, il risultato è pienamente apprezzabile solo da quello spettatore già avvezzo alla comicità del trio.

L’orrore delle Tre età della donna

La debolezza maggiore dell’opera risiede invece proprio nel pretesto horror. I tre autori saccheggiano alcuni degli stilemi più tradizionali e abusati dell’haunted house movie, come pianoforti che suonano da soli, armature vuote che si muovono e orologi fermi alla mezzanotte, senza riuscire a ricontestualizzarli in maniera originale nella messa in scena. Quest’ultima nel complesso ha un piglio più moderno, pur rifacendosi al cliché della bambina demoniaca. Se nelle mani del Fellini di Toby Dammit (1968) e soprattutto del Bava di Operazione Paura (1966), una tale figura dell’immaginario diventa immagine orrifica che chiama in causa il rapporto innocenza infantile/natura umana crudele, oltreché inquietanti non detti sulle perversioni di una società repressa e repressiva, qui appare come una carnevalata misogina.

Tre uomini e un fantasma, recensione, Cinematographe.it

Non è casuale che le figure femminili di Tre uomini e un fantasma siano tre, tutte e tre negative e tutte e tre caratterizzate da cliché filmici legati all’indipendenza femminile. La moglie di Francesco (Roberta Spagnuolo) è la più matura delle tre e rappresenta la concezione odierna che una certa cultura reazionaria ha del femminismo: potere dispotico e umiliante nei confronti dell’uomo/vittima sacrificale. Tanto che il personaggio viene liquidato con la facilità con cui, nelle barzellette d’antan, si liquidava la moglie rompiscatole. Poi c’è una giovane escort (Pasqualina Sanna) intenzionata ad approfittarsi economicamente dei tre amici. Compare dal nulla, giusto per mostrarsi in lingerie e rimanere vittima del fantasma. La donna emancipata sessualmente, cioè, secondo la visione del film, la meretrice, è buona a esser solo un corpo da usare e gettare via, sia metaforicamente, come elemento di sceneggiatura, che letteralmente. Infine il fantasma della bambina (Artemisia Levita), che in realtà non è un fantasma, ma una bambina posseduta in stile Regan de L’esorcista (Friedkin, 1973) e che agisce come la Samara di The Ring (Verbinski, 2002): una bambina impenitente, che fa degli scherzi di cattivo gusto a tre adulti e che necessita di un esorcismo old school. Praticamente il film ha come villain una certa visione della femminilità moderna, incarnata nella triade figurativa delle Tre età della donna. Per eliminare la minaccia che essa rappresenta, si deve ricorrere alla religione del Padre. Se si riflette sulla concezione di donna che traspare da una simile narrazione, questa innocua commedia paranormale, risulta stantia e poco innocua.

Per il resto, la fotografia è dignitosa e per quanto priva di qualsivoglia ambizione espressiva, riesce bene a mettere in rilievo i tre protagonisti, pur non rinunciando a creare un minimo di mood fantastico. Fra le trovate demenziali infine si lascia ricordare la citazione, anch’essa completamente decontestualizzata e gratuita, a Saw – L’enigmista (Wan, 2004), con immancabile battuta su deretani e portachiavi fallici.

Insomma, alla luce anche di altri recenti tentativi di commistione fra commedia autoctona e horror/fantasy – si veda Una famiglia mostruosa (Zappoli, 2021) – sarebbe bene che i nostri comici nazional-popolari lasciassero perdere tali velleità e soprattutto lasciassero perdere l’horror, genere mai completamente metabolizzato dal cinema nostrano contemporaneo.

Regia - 1.5
Sceneggiatura - 1
Fotografia - 2
Recitazione - 1.5
Sonoro - 2
Emozione - 1

1.5