Transfert: recensione del film di Massimiliano Russo

Transfert è un'opera prima colta, cerebrale e complessa, che segue il flusso della mente umana, che va alla ricerca della verità, che intesse trame e poi le scioglie...

Un bambino adottato, cresciuto da una madre instabile. Uno psicoterapeuta alle prime armi, fin troppo empatico, che segue pazienti problematici, quasi borderline, che fanno del male e si fanno del male. Una coppia terrorizzata e disperata per gli innumerevoli tentativi di suicidio del loro bimbo. Due sorelle unite da uno strano rapporto, forte, malato, egoistico e cattivo, forse. Queste sono solo alcune delle storie che vibrano in Transfert, primo lungometraggio di Massimiliano Russo, thriller psicologico autoprodotto, presentato a fine novembre 2017 al Roma Web Festival e premiato con 8 premi al Oniros Award. Il regista catanese entra nello studio di Stefano Belfiore (Alberto Mica), si siede sulla sua poltrona, davanti ai suoi pazienti, si insinua tra le parole, così intime e private che si dicono solo al proprio psicoterapeuta. Tutto si complica quando nella sua vita entrano alcuni strani personaggi che mettono a rischio il suo già fragile equilibrio.

Transfert: la psicoterapia a uso del racconto

TRANSFERT cinematographe

Quella di Russo è un’opera prima colta, cerebrale e complessa che segue il flusso della mente umana, che va alla ricerca della verità (“Perché se la verità si nasconde da qualche parte, lo fa sempre nelle domande”), che intesse trame e poi le scioglie, che porta, come in un lunapark, lo spettatore su un’incredibile montagna russa, spaventosa ma anche adrenalinica e affascinante. Come in una sorta di tortura cinese, lenta, inesorabile e costante, il film ci accompagna con un tragico e doloroso sguardo negli infernali abissi della mente, ci sbatte da una parte all’altra con un gioco asettico e allo stesso tempo pieno di forza.  Transfert, lo si comprende fin dal titolo (è il processo di trasposizione inconsapevole, durante l’analisi sulla persona dell’analista, di sentimenti e di emozioni che il soggetto ha avvertito in passato nei riguardi di persone importanti della sua infanzia), pone al centro la psicoterapia, elemento talmente importante da diventare strumento stilistico, essenza stessa di narrazione e anche di fruizione visiva, principio che dà forma alle cose e poi le distrugge. Stefano infatti è un giovane terapeuta, tutto il film si costruisce come una lunga seduta analitica, diventa perno attorno a cui ruota l’intera opera, al centro c’è il dialogo medico-paziente, la parola detta che si fa ponte grazie al quale creare un legame (“Quello che non lo con l’empatia”), scudo dietro cui nascondersi, arma da usare se necessario.

Come nella mente umana in Transfert – aiutato anche da un montaggio fatto di tagli netti che appunto seguono il violento sopraggiungere dei pensieri – implodono e poi all’improvviso esplodono i ricordi (il bambino con cui si apre la pellicola) di cui è costellato il film, scorrono le parole dei pazienti e quelle del terapeuta e poi inaspettatamente infuria il mare in burrasca davanti al quale Stefano (metaforicamente) trova rifugio. Lo spettatore è, come accade nel mind-game movie, vittima di un gioco al massacro, crudele e doloroso grazie ad una sceneggiatura (di cui è autore lo stesso Russo) scritta con minuzia certosina che crea un’atmosfera ansiogena e tesa in cui ci si perde e ci si ritrova in un interminabile circolo vizioso, annegando in un “estatico” magma di frustrazione e disagio.

Transfert: un gioco di specchi

TRANSFERT cinematographe

In questo intricato nido di percorsi e racconti uno degli elementi fondamentali è lo specchio che viene usato da Russo con grande intelligenza: non solo come strumento funzionale dell’analisi (mentre il paziente si racconta, racconta gli altri – come nel caso delle due sorelle -, è come se si guardasse allo specchio) ma anche come strumento narrativo (moltiplicazione di mondi). Ogni personaggio si specchia negli altri e, quando si racconta, si specchia anche nelle proprie parole; durante le sedute Stefano smuove mondi, incalza i pazienti, cerca di metterli a nudo, ne nota le fragilità (e intanto si inizia a capire qualcosa in più di lui), chi gli sta seduto di fronte percepisce ciò che vuole e desidera percepire nella voce del terapeuta, si sente umiliato, deriso, annientato quando la terapia non va secondo i suoi piani (Chiara e Letizia ne sono un esempio). Quando Stefano ha un nuovo paziente che emblematicamente si chiama proprio come lui, Stefano (lo stesso Massimiliano Russo), tutto sembra cambiare. Il terapeuta si accartoccia, si incrina, crolla, o meglio tutto intorno a lui crolla, eppure egli non se ne accorge perché Transfert è un continuo e infinito confronto/scontro tra realtà e illusione, tra ciò che appare e ciò che è veramente.

Grazie all’interpretazione dei suoi attori il regista costruisce un castello dei destini incrociati in cui tutti sono vittime e ognuno a proprio modo è carnefice, trascina lo spettatore in una storia coinvolgente e inquietante in cui nonostante il lento fluire non c’è mai una vera pace. Russo conquista il pubblico con un film a piccolo budget ma pieno di qualità, realizza un’opera che è un meraviglioso vulcano spento pronto ad eruttare da un momento all’altro, un minaccioso e intrigante labirinto da cui è difficile uscire.

Il film uscirà nelle sale il 12 aprile.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 2
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.1

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