GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

VOTA IL FILM ORA!

Tigers si apre con le immagini del corpo di Martin, giovane calciatore in procinto di trasferirsi all’Inter. Le visite mediche e gli allenamenti pongono l’accento sul suo fisico gracile ma stimolato dalla ferrea determinazione che ha come obiettivo il raggiungimento del Sogno. Nel calcio però, come in qualsiasi ambito sportivo, alla componente fisica si aggiunge la compresenza, ancor più importante, dell’aspetto mentale, governato da sottili equilibri molto più difficili da allenare.

Il secondo lungometraggio di Ronnie Sandahl, che torna al genere sportivo dopo aver scritto la sceneggiatura di Borg McEnroe, punta i riflettori proprio sulle dinamiche psicologiche, utilizzando il corporeo per oltrepassarlo e per opporsi alla retorica che avvolge il successo. Un film trasversalmente sul calcio, che più che il calcio stesso ne osserva il rispettivo controcampo, il suo volto più celato e rigettato, attraverso un dramma di formazione ricco di umanità.

Basato liberamente sulla storia dell’ex calciatore svedese Martin Bengtsson, raccontata nel libro autobiografico In the Shadow of San Siro, Tigers mostra la breve parabola di un giovane talento. A sedici anni vede il proprio sogno realizzarsi, viene acquistato da uno dei club più importanti d’Italia e lascia dunque la Svezia per approdare a Milano. Ben presto però si rende conto che l’ambiente attorno a lui lo consuma e la pressione e il sacrificio si trasformano in estrema solitudine, divorandolo. Giunto in prossimità di un punto di non ritorno, Martin deve chiedersi quale sia la strada più adatta a lui e alla propria serenità mentale.

La tossicità della perfezione

Tigers di Ronnie Sandahl

Il ticchettio del timer utilizzato da Martin fa da sottofondo, nei primi minuti, agli esercizi fisici svolti in casa. È una presenza sonora che si ripete sinistramente nel corso del film e che se da una parte sottolinea la cadenza ritmica del sacrificio, dall’altra avvicina inevitabilmente a un limite, a una scadenza. Un suono presago, acuito dal senso claustrofobico delle immagini, nonostante il racconto inizi con il raggiungimento di un sogno. Quella mitologia del successo così a lungo narrata nel cinema, coniugata soprattutto nell’American Dream, viene in Tigers ribaltata specularmente, allineando l’ascesa al Sogno con la discesa verso l’Incubo. Eppure Martin giunge alle porte del sogno della vita, della massima realizzazione, e lo fa tramite il proverbiale sacrificio, sia in termini fisici, allenandosi svariate ore al giorno sin da quando aveva otto anni, sia in termini affettivi e personali.

Ronnie Sandahl penetra nel mondo apparentemente aureo dello sport professionistico e del calcio, ma potremmo allargare il tema anche allo spettacolo, ritraendo le immense ombre che lo avvolgono e mostrando quello che può accadere dietro ai luoghi comuni su ricchezza e celebrità che dominano troppo spesso l’opinione pubblica. I cancelli dorati che si aprono davanti a Martin si richiudono alle sue spalle diventando una prigione, un’immagine simbolicamente ricorrente nel film, e corrodendolo interiormente. Nel suo caso, il sacrificio è privo della propria componente sacrale, mutato in estremo disagio e nella perdita dell’orizzonte psichico, fino a portarlo sul limitare del baratro. Costretto anche ad allontanarsi dalla ragazza da poco conosciuta e che per lui rappresentava una delle poche àncore salvifiche.

Tigers: la comprensione del limite e la centralità dello sguardo

Quello in cui si ritrova Martin è un ambiente colmo di aggressività e dalla scarsa umanità. Domina la freddezza, per cui chiunque ha un prezzo, in base ad esso viene giudicato e può essere venduto in ogni momento. A questa mercificazione si aggiunge un forte individualismo, princìpi del sistema capitalistico, che stride con il collettivismo che dovrebbe essere alla base di uno sport come questo. “Dimenticati della squadra. Non è una partita, è solo un’audizione“, gli dice un compagno più esperto. Tramite il racconto personale di Martin Bengtsson dunque, Sandahl veicola l’immagine più industriale e cinica del calcio che spesso rimane nell’ombra, così come le conseguenze sulla mente di giovani ragazzi. Un film, Tigers, che più che sulla ricerca del successo si concentra sulla ricerca del limite e sulla dignità del fallimento. Quel limite che appartiene a ciascuna persona e che, prima o dopo, si presenta, come la metafora della tigre che dopo 20 anni aggredisce l’uomo che le dà da mangiare, da cui prende il titolo il film.

Il corpo e il volto del protagonista sono scandagliati dalla cinepresa, con l’utilizzo della macchina a mano a dar risalto alla vicinanza intima con il soggetto. Sandahl lo segue costantemente e lo cerca quando per pochi istanti esce di scena, riportandolo al centro dell’immagine. Primi piani e dettagli dominano le inquadrature, dando centralità allo sguardo e organizzando l’intera visione attorno a esso. Non solo lo sguardo del regista, a cui si sovrappone quello dello spettatore, che tende a tenere fuori campo tutto ciò che circonda Martin, comunicando, soprattutto nella prima parte, tutta l’angosciosa oppressione. Ma anche lo sguardo del ragazzo stesso, che si riempie di sfumature più eloquenti di ogni parola, dalla fugace gioia espressa all’arrivo a Milano, sottolineata anche dal dettaglio della mano che si muove accarezzando il sedile dell’auto, al disancoramento da sé stesso e da ciò che lo circonda in cui gradatamente precipita. Due sguardi vicini, che si sfiorano e donano forza emotiva al film, impreziosito dall’interpretazione di Erik Enge (nei panni di Martin), che si racchiude principalmente negli occhi e che sfrutta un’apparente fragilità fisica per indicarne quella mentale.

Tigers è al cinema dal 22 luglio 2021, distribuito da Adler Entertainment