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Direttamente dalla 24ma edizione del Milano Film Festival, in concorso nella categoria lungometraggi troviamo The Souvenir, quarta pellicola all’attivo della regista e sceneggiatrice Joanna Hogg. Un film dalla messinscena formale, di stampo autobiografico e ambientato nella Londra anni ’80, che tratta di una giovane studentessa di cinema, Julie (Honor Swinton Byrne, figlia di Tilda Swinton), vogliosa di scoprire il mondo attorno a sé e i suoi anfratti. Inaspettatamente si innamora di Anthony (Tom Burke), un sofisticato benestante più grande di lei, e cominciano a frequentarsi, a vivere insieme e a rincorrersi a vicenda.

The Souvenir: un amore tossico e necessario

The Souvenir cinematographe.it

Sulla scia de Il Filo Nascosto di Paul Thomas Anderson, The Souvenir si concentra pienamente sulla decomposizione di due figure protagoniste desiderose di affetto, amore incostante e un’intesa intellettuale in crescendo. Julie e Anthony contemplano lo spazio e bloccano il tempo per poter far evolvere una storia sentimentale all’apparenza solida. La particolarità del film sta nel lanciare prepotentemente sotto i riflettori una coppia di attori che offrono un’interpretazione sottile, maniacale negli intenti e nelle svolte da prendere. Honor Swinton Byrne e Tom Burke si impongono davanti le riprese, sono affamati di protagonismo.

La maniera in cui la loro presenza scenica viene delineata in corso d’opera è il punto cardine della pellicola di Joanna Hogg; un balletto orchestrato alla perfezione sul piano registico, ma violento se si analizzano i loro caratteri irregolari, sull’orlo di un disturbo nevrotico. Una tensione che cresce nel tempo, grazie all’intervento della regista britannica dall’anima ispirata e intraprendente. L’immagine deve sempre essere nitida, gli interpreti ben visibili ai nostri occhi in tutta la loro sfrontatezza e con costumi finemente elaborati.

The Souvenir: un’immagine nel quadro sempre perfetta

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Joanna Hogg si sofferma molto sulla composizione solenne della diegesi tralasciando il tempo narrativo, cristallizzato in un limbo e in attesa di essere smosso dagli attori in scena. La forma esteriore viene perfezionata col passare dei minuti, con una fotografia costantemente illuminata dalla coppia in cerca di un equilibrio nella propria indecifrabile esistenza. Essi sono due artisti guidati da idee folgoranti da trascrivere e da intenzioni nobili per poter affermarsi nel mondo del cinema e dello spettacolo. Joanna Hogg si riflette in Julie, in un’aspirante regista attenta a tutto ciò che la circonda.

Ritrovatasi nella parte privilegiata di una Londra di fine anni ’80, il suo desiderio di evadere, studiare altre realtà dissimili dalla sua ed espandere i confini strutturali di una mente creativa è all’ordine del giorno. Il suo compagno Anthony non è della stessa idea: Julie diventa per lui una musa ispiratrice, un punto fermo nella sua vita asettica e soggiogata da una prestabilita routine. Il contrasto diviene evidente, dal momento in cui la regista e sceneggiatrice deve fare i conti con la loro incompatibilità. Il film ricalcola il percorso da imboccare, passata la prima ora di girato, immettendo la scintilla utile per mettere a confronto gli interpreti principali.

The Souvenir: un’impostazione fin troppo pacata durante il corpo centrale della narrazione

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Il tempo della storia da dispiegare trova difficoltà a trovare una sua dimensione. L’intesa nella coppia è accesa, viva e vibrante all’occorrenza, ma l’attenzione cala drasticamente prima di trovarci di fronte a uno sviluppo costruttivo nel racconto. Quello che in sostanza dovrebbe trattarsi di studio approfondito dei singoli componenti della coppia, diventa un lento trascinarsi verso gli atti conclusivi senza una reale logica di fondo ad avvalorare la scelta stilistica impiegata.

La pellicola non si affida a una traccia sonora degna di nota, al contrario la rimuove completamente a favore di una maggior focalizzazione su personalità in bilico e indecise sul come gestire un futuro assieme a una persona amata. Il risultato non è del tutto soddisfacente, con continui sbalzi di ritmo e un’incostanza nella struttura narrativa rimarchevole. Tilda Swinton compare come cameo nei panni della madre di Julie (anche nella vita reale). Il problema sorge persino nell’apparizione e nello sfruttamento di un’attrice dalle grandi potenzialità, sprecate in un film senza un’identità forte che possa essere individuata già dalle prime battute.

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