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Presentato nella sezione Indipendent Korea alla 19esima edizione del Florence Korea Film Fest, Take me home è una pellicola sudcoreana che tratta il tema familiare all’interno di una coppia LGBQT. Diretto dal regista Han Jay, il film tratta anche il delicato tema del lutto genitoriale vissuto da una bambina.

Take me home, la trama del film

Eun-soo (Woo Mi Hwa) e Ye-won (Lee Yeon) sono una coppia da anni e convivono in un piccolo appartamento, conducendo una vita tranquilla e apparentemente felice, sebbene la loro relazione, poiché omosessuale, sia costantemente vissuta nella penombra.
Quando Eun-soo si reca in visita alla sorella per la commemorazione della madre defunta, le due donne hanno però un incidente stradale: dopo che la sorella di Eun-soo perde la vita, la donna scopre di non poter più camminare e di doversi occupare – insieme alla compagna Ye-won – della piccola Su-min (Kim Bo Min), la nipote.

Dopo un incipit non proprio facile, anche per via della paralisi fisica di Eun-soo, la famiglia trova il proprio equilibrio ma è destinato a durare poco: un’assistente sociale interroga Su-min sulla natura del rapporto tra Eun-soo e Ye-won e porta via la bambina dalla custodia della zia, almeno fino a quando “le cose non saranno sistemate”.

Cos’è una famiglia? Ecco su cosa si interroga Han Jay in Take me home

Take me home, Korea Film Fest, Cinematographe.it

Siamo nel 2021 eppure ancora oggi, da Occidente a Oriente, i diritti delle coppie omosessuali sono ancora sotto accusa, non sempre riconosciuti come dovrebbero essere in diversi Paesi.

Se da una parte c’è un’Italia in cui all’ordine del giorno si discute se approvare o meno una legge contro l’omofobia, il ddl Zan, dall’altra c’è un mondo – in particolare, il continente asiatico – dove per poco non vi è nemmeno lo spazio affinché vi sia un dibattito in tal senso.

Lontano dai lustrini e dalle stravaganze del K-pop c’è un mondo che ancora oggi, nell’evoluta e all’avanguardia – per molti versi – Corea del Sud, resta senza voce, la comunità LGBQT. Un grido di riconoscimento dei diritti che viene messo a tacere e soffocato dall’intolleranza e dal disprezzo di una società che fa fatica a evolversi in tal senso e a divenire inclusiva.

Han Jay mette la sua regia a servizio di un tema che ha bisogno di narratori, di storytelling, e lo fa con uno stile pacato e intimo e ponendo davanti alla cinepresa due attrici che regalano un’interpretazione intensa e convincente.

Nella storia, in appena 90 minuti, si intrecciano diversi temi, tuttavia non esasperati come nei classici k-drama, ma trattati con un contegno decisamente raffinato, come le tinte neutre e illuminate della fotografia.
Accanto alla difficoltà di queste due donne di venir alla luce come coppia vera e propria, affiora il tema del lutto: una bambina ha improvvisamente perso la madre, la sola persona che le era famiglia, e spiegarle il significato della morte non è certo semplice. L’incidente vissuto da Eun-soo è quanto mai rappresentativo del concetto di caducità dell’esistenza, un’ideologia fatalista molto sentita dalla cultura orientale. 

Accanto a questa visione che può sembrare arrendevole, vi è in realtà un messaggio di grande forza: più volte nel film viene ribadito, da personaggi diversi, che di fronte all’esperienza della morte e della perdita di una persona cara bisogna rimboccarsi le maniche, tirare avanti e trovare una nuova luce, una nuova ragione di vita.

Take me home, Korea Film Fest, Cinematographe.it

Ma la scena chiave del film è quella che pone la domanda cruciale e centrale della storia tessuta da Han Jay: si tratta del momento in cui Ye-won domanda alla compagna “Non siamo una famiglia? Come si può abbandonare un membro della famiglia a causa di quello che è successo?“. Eun-soo le risponde: “Famiglia? Chi ci riconoscerebbe mai come famiglia?

Il film, infatti, si conclude con una dura scelta affrontata da Eun-soo e, poco prima dei titoli di coda, una frase che ricorda che ancora oggi la Corea del Sud non ha riconosciuto il matrimonio omosessuale, né tantomeno dà sostegno ai diritti delle coppie LGBQT.

Una matrioska di temi impegnati

Last but not least, in Take me home il regista esordiente non perde l’occasione di criticare anche un altro aspetto della società sudcoreana e lo si evince durante la scena in cui Eun-soo viene praticamente licenziata dall’istituto presso cui lavora come insegnante, a causa della sua paralisi che ora la costringe alla sedia rotelle.

Non sembra esserci spazio, dunque, in una società patinata e “al bisturi” come quella sudcoreana, quasi nemmeno per la disabilità e l’imperfezione fisica.
Non approfondito, invece, è il tema del divario generazionale nella coppia: infatti, si evince che Ye-won è stata in passato un’allieva di Eun-soo, ma non viene chiarito in quale momento della loro conoscenza si instauri tra le due una relazione amorosa.