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Le donne e il crescere. Il passaggio all’età adulta come cambiamento mentale o di stato sociale; uno dei temi più ricorrenti del cinema degli esordi dell’ultimo decennio viene ripreso e ridistribuito in un’ottica deformante. Carlo Mirabella-Davis prende di mira l’attrice Haley Bennett e la inserisce in un contesto familiare opprimente, dove il singolo viene inghiottito nella realtà bigotta e altolocata senza freni né eccessi. Swallow promette scene altamente disturbanti, ma con una logica di fondo cristallina, incentrata su una giovane donna mantenuta che dovrà scontare una pena di indefinita durata.

Swallow: un’animale in gabbia

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Hunter è una donna diventata improvvisamente ricca dopo il matrimonio con un uomo d’affari carismatico, pieno di sé e sostenuto da una famiglia che non gli fa mancare nulla. Cerca costantemente di rendere felice il suo amabile marito tra faccende in casa, preparazioni di piatti elaborati a cena e notti a consumare rapporti in maniera partecipativa. Nel ritrovarsi incinta, Hunter assumerà un disturbo compulsivo che si rifà al picacismo, caratterizzato dall’ingestione continuata nel tempo di sostanze non nutritive.

Il continuo incedere nella destrutturazione di una personalità latente è il punto di forza di Swallow. Carlo Mirabella-Davis indugia su riprese ravvicinate, volte a sostenere la prova attoriale di Haley Bennett; un’attrice sulla cresta dell’onda viene ridimensionata, e si mette al servizio di una pellicola che la costringerà ad assumere comportamenti e posture inedite nella sua carriera. La figura di donna di casa obbediente e docile non verrà rispettata già nel primo atto e si prosegue con la lenta discesa nell’abisso della mente di Hunter.

Swallow: la verità emerge con il disturbo ossessivo in scena

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Il ritmo è moderatamente lento, a favore di un’interpretazione misurata, regolamentata dal disturbo che la caratterizza. Ingerire biglie, pile, spille e oggetti contundenti come via per attuare una rivalsa, un evidente riscatto sociale. Annientarsi per poter rinascere, far cessare la propria falsità in una casa svuotata di ogni umanità: Swallow è un esperimento audace che punta quasi a celebrare un atto incomprensibile e invita a conoscere i retroscena che portano al compimento di tale gesto. Un trauma che mai potrà essere celato verrà a galla nella vita di Hunter; nel film si apre una parentesi essenziale per studiare un profilo femminile disfatto dall’interno.

La famiglia è il perno centrale attorno la quale Swallow trova la sua ragion d’essere; famiglie composte da elementi in grado di condizionare pesantemente i due neo-sposi. Stili di vita, atteggiamenti, tono di voce, acconciature, abbigliamenti: tutto fa parte di un’elaborazione concettuale di apparenza smodata, votata all’accettazione e all’affermazione in un nucleo ricercato. Hunter diventa attrice di sé stessa, l’aspetto esteriore prende il sopravvento sulla vera essenza: la svolta arriva con l’annientamento del suo organismo, uno sfogo inevitabile e necessario.

Swallow: musiche assenti per un dramma difficile da superare

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Una messinscena asciutta, glaciale, fatta di campi lunghi e primissimi piani. Carlo Mirabella-Davis non si concede a momenti consolatori o riparatori; Swallow utilizza gli stilemi del thriller e dell’horror per accompagnare l’ossessione della protagonista nell’ingerire oggetti. La sua mania diventa metafora e critica del benessere tipicamente americano: la scalata sociale viene raffigurata come una strettoia oscurata dalla superficialità imperante.

L’accompagnamento musicale qui è inesistente; a riempire il quadro è la voce interiore strozzata di Hunter, che con crescente difficoltà si fa largo in una realtà più grande di lei. La fotografia a cura di Katelin Arizmedi sottolinea il senso di oppressione che naviga a piede libero nella coscienza di una vittima in procinto di autodistruggersi. Hunter reclama la sua indipendenza, il suo diritto a essere una moglie, una nuora e una mamma “imperfetta”. Il disturbo è un monito da trasmettere in maniera efficace allo spettatore, grazie a un’interprete capace di adattarsi in un contesto delirante anche se controllato da forze esterne totalitarie.

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