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Non sono rari i casi in cui la cronaca nera ispira il cinema: la violenza e le folli motivazioni dei criminali trascendono spesso e volentieri la fantasia degli sceneggiatori. È questo ad esempio il caso di Supremacy – La razza eletta, film del 2015 di Deon Taylor con Joe Anderson e Danny Glover disponibile per la prima volta in Italia dal 6 luglio 2020 su Sky Primafila e dall’11 luglio anche su Chili, Rakuten, TIMvision, Apple TV, Infinity TV, Google Play, CG Digital e The Film Club.

La pellicola si ispira infatti ad un fatto realmente accaduto nel raccontare la storia di Garrett Tully (Joe Anderson), un uomo appena uscito di prigione dopo quindici anni che, votato alla fedeltà nei confronti della Fratellanza Ariana e mosso da un odio cieco nei confronti delle persone di colore, trascorre le sue prime (e ultime) ventiquattro ore di libertà commettendo nell’ordine un omicidio e un sequestro di persona multiplo.

Fuori dal carcere, Tully trova ad aspettarlo Doreen Lesser, altra adepta della Fratellanza che gli farà da autista mentre compie uno scambio di droga per conto di Sobecki, il loro boss ancora in carcere. Dopo che Tully fredda un agente di polizia (nero) che li ha fermati per un controllo, i due si nascondono in una casa, prendendone in ostaggio gli abitanti: un uomo e una donna di mezza età, una ragazza madre con un figlio piccolo e uno neonato, e un adolescente, tutti con la pelle nera che Tully tanto odia.

Supremacy – La razza eletta, un thriller psicologico incompleto

Supremacy cinematographe.it

Date le premesse, Supremacy – La razza eletta non può che cadere nel genere del thriller psicologico. Soprattutto inizialmente, gli ingredienti ci sono tutti: Tully appare da subito come un folle imprevedibile, che potrebbe o non potrebbe fare del male ai suoi ostaggi cambiando idea in pochi secondi, oltre che particolarmente violento a livello verbale. L’utilizzo della “parola con la n” qui si spreca, per alimentare l’importanza del fattore razziale in questo crimine.

Dall’altro lato, nella famiglia si introduce fin da subito un elemento nuovo e dissonante rispetto al canone del genere: alcuni battibecchi mettono gli ostaggi l’uno contro l’altro già dalle prime battute del film, minando quella coesione tra loro che dovrebbe essere essenziale in questa situazione.

Complice anche una colonna sonora adatta, sebbene non particolarmente fantasiosa né degna di nota, che porta la firma di Mike Einziger, inizialmente c’è una buona costruzione della suspense. La regia, prima prova di Deon Taylor oltre il genere horror, risulta nel complesso fluida e ben strutturata, aiutata anche dalla fotografia di Rodney Taylor.

Sfortunatamente, però, il film non riesce ad andare oltre tale costruzione e a mostrarci il prodotto finito: l’impressione è quella di un’attesa per un momento che non arriverà mai. Complici anche gli eventi che sembrano, nella seconda metà del film, delineare già i destini di ostaggi e rapitori, l’interesse dello spettatore cala progressivamente, in una maniera decisamente opposta a quella che ci si aspetta da un simile film.

Una sceneggiatura poco approfondita

Il problema fondamentale di Supremacy – La razza eletta giace nella sua sceneggiatura,  scritta da Eric J. Adams, che risulta davvero troppo poco approfondita. Chiaro esempio di ciò è il personaggio di Mr. Walker, l’uomo della famiglia ostaggio, interpretato da Danny Glover: di Walker ci viene detto che è un ex detenuto a sua volta, lasciando intendere che grazie a questa esperienza sappia come trattare e come entrare nella mente di un altro galeotto.

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Al contrario, invece, di questo momento della vita di Walker non viene detto nulla: allo spettatore non è dato sapere né come mai sia finito in carcere, né quando ne sia uscito, né in che modo questa esperienza lo abbia cambiato. Il problema con Walker diventa anche più esteso quando la sceneggiatura non permette nemmeno di attribuirgli un ruolo preciso nella famiglia: sebbene lui sembra tenere alla donna, Odessa, e ai ragazzi, che dichiaratamente non sono figli suoi, tutti loro si rivolgono a lui con un anonimo “Mr. Walker”, come se lo avessero appena conosciuto.

Dall’altro lato, anche per quanto riguarda il Garrett Tully di Joe Anderson lo script non fornisce informazioni a sufficienza per la comprensione del personaggio. Di lui si sa solo che è mosso da un odio pazzo di natura razziale, si capisce che si tratta di una personalità fragile e vessata, ma nulla di più: i continui flashback della sua unica giornata di libertà, che sembrano quasi voler dare una cornice alle sue azioni, non fanno altro che appesantire la narrazione. Neanche la sua lealtà a Sobecki della Fratellanza Ariana sembra un credo forte abbastanza da far emergere il personaggio dalla sua piattezza, caratteristica che nessun colpevole in un thriller dovrebbe mai avere.

L’ottima performance attoriale di Glover e Anderson riesce insomma a rendere giustizia a emozioni e sentimenti dei loro personaggi, ma non può riuscire laddove la sceneggiatura non arriva, ovvero a dare loro quello spessore e quella tridimensionalità che sono imprescindibili per un film che fa della psicologia dell’orrore il proprio centro.

Supremacy – La razza eletta è quindi un film che si propone di raccontare un crimine di matrice razziale nella maniera più cruda e schietta possibile. Lo scopo viene però raggiunto solo a metà: se i compiti a livello di forma sono eseguiti in maniera corretta, lo stesso non si può dire della sostanza, alla quale la sceneggiatura pone decisamente meno attenzione. La sceneggiatura del film non riesce infatti a tenere il passo e finisce quasi per affossare quella che nel complesso è una buona prova di regia, colonna sonora e recitazione.

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