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Tra i numerosi benefici dello sport è risaputo che ci sia anche la capacità di alleviare lo stress, i traumi, oltre a quella di di migliorare l’umore e l’autostima. E se questo vale per il più semplice allenamento in palestra, non è difficile immaginare che così possa essere anche e soprattutto per la pole dance, disciplina che, come illustra il documentario Strip Down, Rise Up, può fungere da vera e propria terapia per donne di ogni età.

Scritto e diretto da Michèle Ohayon, il documentario ha fatto il suo debutto sul catalogo di Netflix lo scorso 5 febbraio. Sebbene il tema affrontato sia quello dell’empowerment femminile attraverso la pole dance in generale, lo sguardo della macchina da presa si focalizza sul particolare viaggio di un gruppo di donne, tutte allieve dello “S Factor”.

Il metodo di Strip Down, Rise Up

Si tratta infatti di un particolare metodo di esercizio della pole dance ideato dalla trainer Sheila Kelley, attrice, amante della disciplina e, soprattutto, ferma sostenitrice del suo importantissimo ruolo-leva sulla psiche femminile, in particolare per quelle donne che, chi per un motivo e chi per un altro, si sentono represse, non comprese, impossibilitate a fare ciò che vogliono.

Strip Down Rise Up cinematographe.it

Le quasi due ore di durata di Strip Down, Rise Up seguono quindi il percorso delle donne che hanno deciso di affidarsi a Sheila e ai suoi insegnamenti per superare abusi fisici e psicologici, la morte di un marito o di un compagno, o ancora per affermare la propria volontà di rivalsa nei confronti del passato o capire cosa conti davvero, per loro, nella propria vita personale.

La pole dance come rivendicazione

Non si può negare l’ottimo lavoro del documentario nel ricostruire le loro sfere private, senza mai renderci spettatori invadenti, ma piuttosto testimoni di una rinascita: le lacrime che vediamo non sono mai autocommiserazioni fini a se stesse, ma piuttosto un motore che spinge le protagoniste di Strip Down, Rise Up a migliorarsi, a superare i propri limiti, ad arrivare finalmente dove hanno sempre voluto esserle.

Per farlo, il mezzo ideale è la pole dance, in quanto disciplina capace di inibire il “male gaze” che queste donne hanno verso di sé: smettendo di guardarsi con gli occhi di un uomo, o comunque di chi può essere in una posizione di giudicarle, si sentono libere. All’interno del circolo costruito dalla Kelley, in un ambiente sano e rassicurante, la pole, con i suoi movimenti sinuosi, i suoi tacchi e le soddisfazioni che regala in termini di progresso, rappresenta per loro uno strumento di rivendicazione e di legittimazione, che prima non sono mai riuscite a trovare.

I limiti di Strip Down, Rise Up

Strip Down Rise Up cinematographe.it

Se quindi, da una parte, come già detto il documentario centra pienamente l’obiettivo di dimostrare come la pole dance possa fungere da vera e propria terapia per chi ne ha bisogno, con immensi benefici tanto per il corpo quanto per la mente, dall’altra parte va detto che questo è anche il grande limite di Strip Down, Rise Up: guardandolo, l’impressione che si ha è che rappresenti l’intero mondo della pole dance, quando in realtà non è così.

Pur accennando in apertura alle differenti visioni della disciplina, per esempio, non approfondisce mai il modo in cui l’exotic pole dance differisca dal pole sport, o dal pole fitness, né come siano diverse le competizioni, gli abiti, gli allenamenti. Quella praticata da Sheila Kelley è una sorta di incrocio tra l’exotic e la fitness pole dance, ma nulla di tutto ciò viene mai esplorato a fondo, con una certa vaghezza di fondo al riguardo.

Strip Down Rise Up cinematographe.it

In generale, l’impressione è quella di voler elevare la pole dance a una sorta di miracolo terreno, in grado di donare serenità, gioia e pace a chiunque trovi il “coraggio” di praticarla, quando in realtà così non è: la pole, in fin dei conti, è uno sport, e come tale ha le sue dinamiche di competitività, i suoi lati tossici, le sue mille difficoltà (le figure che vengono proposte nel documentario sono per lo più molto difficili e mai viene fatta menzione del fatto che ci vogliono anni per imparare a padroneggiare così il proprio corpo e il palo).

Certo, da una parte l’obiettivo del documentario era quello di raccontare la storia delle donne di “S Factor”, ma dall’altra l’impressione che ne deriva è quella di un discorso in generale, adatto a tutti e in cui tutti si possono riconoscere. Bene o male purché se ne parli, avrebbe detto qualcuno. Insomma, è encomiabile che Netflix dedichi un prodotto come Strip Down, Rise Up a una disciplina che, ancora nel 2021, è spesso vittima di pregiudizi e risolini e confusa con la lap dance da club a luci rosse anziché riconosciuta come lo sport che a tutti gli effetti è, ma dall’altra parte attenzione a non generalizzare: sarebbe stato forse più interessante esplorare il mondo della pole a 360°, con tutti i suoi innumerevoli pregi e difetti.