Steve jobs

Questa edizione del London Film Festival si conclude alla stessa maniera in cui era cominciata: in grande stile. Steve Jobs, biopic diretto da Danny Boyle su sceneggiatura del solito Aaron Sorkin, è una svolta dal genere che, se sulla carta può sembrare insensata, rischiosa, noiosa, nella pratica è tutto il contrario. Sì, perché Steve Jobs non narra la vita del papà della Apple dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, ma seleziona astutamente tre momenti chiave nella vita professionale dell’inventore, ed in essi concentra tutto il resto, anche qualcosa a cui solitamente verrebbero dedicati minuti su minuti di prezioso screen time come la sfera privata. Mossa molto azzardata, ma che viene realizzata in maniera così perfetta e azzeccata che il risultato finale non può non lasciare stupefatti, per la posta in gioco e per i tanti, facili errori che spesso macchiano biopics ben fatti, qui tutti magistralmente evitati.

Il punto di forza numero uno del film è, inutile negarlo, la sceneggiatura. Scritta dal veterano Sorkin, qui in stato di grazia, non ha solo il merito di intrecciare magistralmente presente e passato con flashback che non sembrano mai forzati, o inutili, o ridondanti, ma ci abbina un dialogo veloce ed acuto, fatto di batti e ribatti che intrattengono lo spettatore fino a far scoppiare l’intera platea in sonore risate in più di un’occasione (gloriosa la battuta di Jobs riguardo il walkman, definito – letteralmente – “da selvaggi”).

Il secondo grande pregio di Jobs sta, ovviamente, nel suo protagonista, interpretato da Michael Fassbender. Si apre qui una piccola, necessaria parentesi che permetterà di capire appieno la portata di ciò verrà scritto dopo. Se con l’interpretazione fatta in Shame – il film che ha catapultato Fassbender agli onori della cronaca cinematografica nel 2011 – una minima parte del pubblico e forse della critica si è trovata alle prese col dubbio, di certo con Steve Jobs (che segue a una sfilza di interpretazioni mirabolanti) viene totalmente cancellata anche la minima perplessità. Nella pellicola di Danny Boyle, infatti, Michael Fassbender si immedesima completamente nel ruolo, superando sé stesso nell’interpretazione del genio della Apple, arrivando a renderlo così credibile che, quando infine ci viene mostrato come abbiamo imparato a conoscerlo nel presente, si fa in effetti fatica a credere che non sia proprio lui sullo schermo (ci stupiremmo davvero nel non trovare Fassbender tra i nominati nella prossima stagione degli Awards).

Steve Jobs

Steve Jobs – un testamento perfetto

La regia di Boyle fa da condimento perfetto, arricchendo la storia con tocchi artistici e particolari che, se non risaltano immediatamente agli occhi dello spettatore medio, sono una gioia a cui fare da testimoni, per come vengono inseriti benissimo nel contesto della narrazione: nel corso del film troviamo un sempre presente gioco di specchi, talmente sviluppato che intercorre su un duplice livello, quello letterale – in senso di ornamento sui muri – e quello figurativo – come ad esempio il molteplice richiamo a Bob Dylan, presente dall’inizio alla fine.

Steve Jobs

Steve Jobs è un testamento perfetto alla figura del brillante rivoluzionario, evitando l’uso di facili retoriche e di cadere in (anche più facili) postume e fantasiose idealizzazioni, ma producendo un affresco multi sfaccettato e completo per una personalità così ampia e diversificata che sembra impossibile poter riuscire a metterla su carta (o, se per questo, racchiuderla in centoventi minuti).

Ma se c’è una cosa che il fondatore della Apple ci ha insegnato è proprio questa.

Think different.

In fondo solo un altro modo per dire: niente è impossibile.

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